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Rockwell, Maine. E' il 1957 e un oggetto non identificato cade dallo spazio. Siamo nel mese di Ottobre e gli Stati Uniti attraversano una fase delicata: i sovietici hanno appena lanciato in orbita il primo satellite artificiale e la corsa allo spazio è già iniziata. Intanto il rock'n'roll invade l'America attraverso la televisione. E la Guerra Fredda si sta facendo più seria. Ovunque c'è allarme, paranoia, confusione.
Hogarth ha nove anni e a modo suo vive l'America del Pericolo Rosso. Dotato di una fantasia illimitata e di un incontenibile spirito di avventura, si figura di difendere il pianeta dagli alieni e per gioco insegue invasori immaginari.
La sua attenzione viene catturata dal racconto allarmato di un pescatore: irrompe spaventato nel locale, dove la mamma di Hogarth lavora, e dà notizia di un immenso uomo metallico, caduto dal cielo. Nessuno crede alla storia, tranne Hogarth. Per lui suona come l'inizio di una nuova avventura: alla ricerca del Gigante di
Ferro...
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"Il gigante di ferro", tratto dal racconto lungo di Ted Hughes, poeta e narratore marito della poetessa Sylvia Plath, ci tuffa nelle atmosfere anni '50 di un'America da guerra fredda e paura dei rossi, sia comunisti che marziani.
Sceglie una data precisa, il 1957 e una piccola località della costa orientale degli Stati Uniti, Rockwell nello stato del Maine per raccontarci dell'incontro ravvicinato tra un bambino, Hogarth
e un gigante di ferro, arma strategica dell'esercito americano programmato (secondo le migliori leggi della robotica inventate da Isaac Asimov) solo per rispondere agli attacchi.
Il contesto anni '50 è particolarmente studiato e dettagliato: il diner dove in qualità di cameriera lavora la mamma di Hogarth, i titoloni sui giornali (Minaccia rossa, Satellite spia
russo...) le serie televisive di fantascienza nello stile "Ai confini della realtà" prodotta da Rod Serling (la mamma di Hogarth si raccomanda:
"No scary movie" (Niente telefilm di paura), i filmini scolastici che insegnano a comportarsi correttamente in caso di attacco atomico dal titolo non certo invitante "Atomic Holocaust", i comics (Superman, Atomo the Metal Man), la figura di Dean artista beat (con la vestaglia con impresso il segno taoista dello Yin e dello Yanh) che ricicla rottami di ferro in sculture concettuali, le caricature dell'agente stile FBI e del generale stile "Dottor Stranamore"...
Il regista Brad Bird "riesce a reinterpretare immagini ormai logore: la Guerra Fredda, lo Sputnik rosso, il pericolo rosso. Fotografie consunte dai giornali di allora parlano di un periodo lontano. Offuscano e spengono la paura irrazionale tipica del '57. Un nuovo mezzo interpretativo può essere l'animazione. E la paranoia americana diventa un cartone. L'ossessione del nemico viene diluita nelle tinte piatte. Verso la qualità non-Disney dei colori virati in grigio. Dei toni incupiti.
Una storia facile. Il gigante e il bambino. Poi qualche citazione da La guerra dei mondi. Un quesito filosofico (cosa accadrebbe se un'arma avesse un'anima?). E il racconto di Ted Hughes come canovaccio. Datato 1968, ma come
nuovo" (Cristina Giuliano, Film n.43)
Un racconto pieno di invenzioni cinematografiche: il continuo mutamento delle posizioni e delle traiettorie dello sguardo, soluzioni di montaggio particolari (la serie di dissolvenze incrociate in forma di ellissi temporali quando Hogarth armeggia con la macchina fotografica, la serie di jump-cut durante il primo martellante interrogatorio a cui, in casa, viene sottoposto Hogarth dal detective Mansley, il nero con la scritta "37 minuti dopo" che sottolinea la volontà di persuasione a tutti i costi di Hogarth nei confronti di Dean...), la tonalità grigiastra e metallica di tutto il film che sottolinea l'universo da incubo in cui si ambienta la vicenda, una colonna sonora mai invadente, il finale aperto sul ghiacciaio islandese che coglie un po' tutti di sorpresa.
L'abilità di Brad Bird e sicuramente del testo di partenza di Ted Hughes consiste nel rigiocare elementi semplici del mondo infantile e fiabesco (la figura paterna assente, la fantasia di un compagno immaginario, la forza dell'immaginario horror e fantascientifico, la foresta come luogo incantato, la tecnologia come dominio da
padroneggiare...) in un contesto storico definibile (gli irrazionali anni '50) e nel determinare alcuni elementi simbolici (il rispetto dei diversi, il tema della morte, la necessità della pace, il bisogno di
affetto...) che scaturiscono in maniera semplice ma precisa dalla drammaturgia e dai dialoghi.
tratto da
www.lombardiaspettacolo.com
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