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Viaggio a Santa Croce di Magliano.
Il Comune, in linea d'aria ad un
solo chilometro dall'epicentro,
registra il più alto numero di
sfollati dopo San Giuliano
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di Pier Paolo Giannubilo
SANTA CROCE DI MAGLIANO. Quella da Campobasso a Santa Croce di Magliano, se si esclude un tratto rettilineo e a
buona percorrenza, è una strada che dà il voltastomaco. Nel senso proprio del termine.
Chi viaggia sul sedile
posteriore e ha la visuale preclusa, dopo chilometri e chilometri di curve, prima o poi vomita. Sul ciglio della
carreggiata, reggendosi allo sportello o al finestrino.
A poco più di una settimana dal sisma del Basso Molise, fino a
metà percorso, il paesaggio intorno all' automobilista è lo stesso di sempre. Le crepe sull' asfalto. I colori
dell'autunno, la campagna beige, giallognola, marrone, verde pisello e verde militare. I banchi di nebbia. Le casette
rosse dell'Anas, dismesse: I campi magnetici che fanno ronzare il cellulare. Le postazioni per lo sfruttamento
dell'energia eolica, che hanno un aspetto sinistro, di carcasse di aerei incastrati lì in cima, con le pale ancora
rotanti.
Poi, poco prima della scritta "Falcione" all'imbocco di una corta galleria, la prima costruzione implosa. Quasi
tutte le (rare) case di campagna, da lì in poi, sono nella medesima condizione. Ma non è chiaro se sia stato il
terremoto a rovinarle, o se stessero così già prima. La misura dell' avvicinamento al ground zero molisano è data
dall'infittirsi dei mezzi dei Vigili del Fuoco sulla strada.
Bonefro è presidiata da una fila di camionette rosse. All' uscita
dal paese, il bivio: a destra c'è (c'era) San Giuliano; più avanti, Santa Croce di Magliano. Corsi e ricorsi storici. Si
chiama così perché, dicevano gli anziani, fu ricostruita un po' più in là (l'opzione Berlusconi per la nuova San
Giuliano) rispetto a Magliano, villaggio raso al suolo proprio da un terremoto secoli e secoli or sono.
Siamo nella
parte meridionale della regione, ai confini con la Puglia. Dove paesi raccolti in un fazzoletto di terra hanno prodotto
culture e soprattutto dialetti diversissimi. Dove chi lavora fuori guadagna bene ma si allontana dagli affetti per
tornare solo nel week-end, e chi resta a casa si arrangia come può. In una parola: Sud.
Il Municipio è il centro
operativo: ha perso qualche calcinaccio e mostra crepe vistose. Gli impiegati, precettati al lavoro febbrile
dell'emergenza, gestiscono la popolazione che con compostezza, senza alzare la voce, vestita bene nonostante le
notti bianche sulle brande della tendopoli reclama alloggi mobili. Il sindaco Gianfelice non si ferma un attimo, dorme
su un lettino in ufficio, la sua famiglia è spezzetata fra più paesi della zona. Come i suoi concittadini, ha una spina
nel fianco: "Siamo il paese più grande e più vicino al cratere di San Giuliano, circa 800 metri in linea d'aria. Dopo San
Giuliano siamo i più colpiti, abbiamo il numero maggiore di sfollati, oltre 1000 persone nelle tende. Eppure fatta
qualche rara eccezione, per i tg è come se non esistessimo".
Non se ne fa una questione d'onore, polemica e
campanilistica. Non si fa il minutaggio come in una gara fra primedonne. Semplicemente: si sta male e si vuole che
la cosa si sappia. E' pienamente legittimo.
La chiesa madre, la chiesa greca, la chiesa di San Giacomo e la camera
mortuaria del cimitero sono a pezzi. Non è possibile organizzare un corteo funebre per chi muore.
La zona centrale
del paese è interdetta al traffico. Tutto il corso è off-limits, un "rettangolo" delle
Bermude: circola solo chi ha l'elmetto, e qualche vecchio del posto deciso, in questa occasione più che mai, a non farsi dare ordini da
nessuno, neppure dai Vigili del Fuoco.
Il blocco inizia a partire dalla chiesa di San Giacomo, il cui campanile è stato
mozzato dalla scossa del primo giorno. La punta di metallo se ne è venuta giù, ed è stata sistemata dentro una
specie di giardinetto laterale. I pompieri puntellano con travi di legno una casa del '700 proprio di fronte, a pochi
metri. Prima o poi dovranno demolirla, altrimenti cadrà da sola. La chiusura si prolunga fino alla fine del corso, dove
inizia la strada che porta a Serracapriola, in Puglia.
La pioggia oggi non è fitta, non è battente: si possono
percorrere a piedi le due strade parallele al corso che tracciano il lato lungo del paese. Le abitazioni non comprese
nella zona morta stanno in piedi, pur se intervallate da muri diroccati o sbriciolati e da pareti attraversate da cretti
e fenditure. Le strutture, le più fragili o le più sfortunate, hanno ceduto. L'abitato non ha l'aspetto fantasma di San
Giuliano, non si ha l'impressione che un carro armato l'abbia spianato. I tetti sono ancora al loro posto, anche se
buona parte delle case è inagibile. Ma è il cuore, come scriveva
Ungaretti, il paese più straziato. (continua) |