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pubblicato sul mensile
IL BENE COMUNE
arte, cultura e civiltà per
il MOLISE del
TERZO MILLENNIO
(anno II, n° 11, pag. 7/8)
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di Antonio Ruggieri
San Giuliano di Puglia non c'è più o forse non è mai stato presente come adesso.
Quella piccola e stremata comunità subiva la sorte della maggioranza dei nostri paesi: declinava.
La sua popolazione diminuiva anno dopo anno. Si inseniliva perché i giovani, anche quelli più motivati e capaci, non trovano da lavorare in paese.
Le pochissime attività produttive, quelle agricole e quelle artigianali, non resistevano alle poderose difficoltà determinate da un mercato interno risibile e da un mercato esterno lontano e sempre più complicato. La fisionomia del suo futuro assomigliava a una lenta, fisiologica e silenziosa agonia.
Ma poi alle undici e quindici di giovedì del 31 ottobre scorso il tempo, le procedure senza fine,
l'identità, i discorsi sul futuro e su quello che c'è da fare, sono sprofondati in un buco nero.
Il villaggio globale ha assediato San Giuliano di Puglia senza più la generazione del '96.
Ha assediato il Sindaco, il parroco, la maestra e i vigili del fuoco. Ha assediato il medico, i superstiti, la protezione civile e i civili protetti.
In pochissimi secondi il terremoto ha ucciso il "dentro" dell'intero paese. Tutto è sopravvissuto spasmodicamente "fuori".
Nelle strade funestate dalle case pericolanti, nelle tendopoli in costruzione, a un angolo di strada sulla scena dei soccorsi, ma soprattutto intorno alla collinetta delle macerie della "Jovine" crollata.
Il polveroso calvario di quei padri, di quelle madri, di quegli zii, di quei cugini, di quei fratelli e di quelle sorelle; di tutti quei parenti continuamente esposti all'indagine sul cordoglio, alle domande imbecilli, alle gare di solidarietà e soprattutto agli inviati speciali.
Il punto più alto (perché preparato e composto) dell' "esternalizzazione" di quello ch'era rimasto di San Giuliano di Puglia è stato il funerale di Stato per le ventinove vittime.
Proprio nel cuore della cerimonia e sulla faccia del Potere adeguatamente rappresentato esplode l'omelia di Monsignor Valentinetti, Vescovo di Termoli. "Aiutateci a non far scappare questa gente", dice l'alto prelato dopo aver dispensato a piene mani consolazione con la promessa della vita eterna. Incalza Nunziatina, mamma di Luigi seienne sepolto dal terremoto: "Che queste cose non accadano mai più a nessun bambino in nessuna scuola". Un richiamo minimale ma efficace al mondo dell'al di qua e alle sue umanissime necessità.
Non si deve consentire al terremoto di cancellare i paesi che ha funestato se dal sisma è risorto lo Spirito Pubblico di quella comunità.
San Giuliano si è rigenerato dalla morte dei suoi bambini.
Gli adulti hanno accolto i superstiti come figli portatori di un futuro difficile e collettivo. Tutti hanno ribadito l'angosciante ammonimento del loro Vescovo: "Fateci restare". Occorre il lavoro, ma non un lavoro qualsiasi.
Ci vogliono servizi, ma strategici e molto qualificati.
E' indispensabile una nuova cultura che sappia attingere al patrimonio delle origini, comunicandolo con una lingua più aggiornata. In fondo al baratro del terremoto c'è un altro San Giuliano di Puglia, antesignano e spia del Molise che popola da anni i convegni e i seminari della nostra classe dirigente ma che non si è fatto ancora orizzonte del suo impegno metodico e quotidiano. Insieme alle risorse aggiuntive per la ricostruzione abbiamo bisogno di un nuovo modello di sviluppo che consideri il Molise un'unica grande e popolosa città e i suoi centotrentasei comuni come quartieri differenti di essa. Ce lo diciamo da troppo tempo; è ora di farlo.
Ce ne danno la tragica, realistica e forse definitiva possibilità i lutti di San Giuliano. Ché questi comuni siano i primi, ospitali e bei quartieri della città-regione alla nostra portata.
Mettiamo a frutto gli aiuti che arrivano dalle catene di solidarietà per realizzare nel comprensorio funestato dal sisma un modello di sviluppo che del rispetto ambientale faccia la sua filosofia di sfondo piuttosto che un limite (sempre troppo flessibile) per scelte subite, inquinanti, quando non addirittura inquinate.
Riconvertiamo biologicamente tutta l'agricoltura come dicono di fare le associazioni del settore.
Valorizziamo i prodotti di qualità della nostra terra che rappresentano un patrimonio culturale inestimabile ma anche un'immagine del Molise apprezzata senza eccezioni.
Sosteniamo e sviluppiamo la nostra piccola e media impresa diffondendo la cultura della cooperazione e dunque una nuova etica della responsabilità individuale e comunitaria.
Agevoliamo la diffusione delle nuove professionalità nei servizi e in particolare nelle diverse forme d'offerta del turismo, nelle politiche di coesione sociale e nel terzo settore, oltre che nella produzione e nella distribuzione
della cultura. Mettiamoci in condizione per utilizzare al meglio le nostre migliori risorse antropologiche e quelle giovanili innanzitutto. Pretendiamo che l'Università, la più importante agenzia culturale della nostra comunità, sia laboratorio e strumento di questo ambiziosissimo progetto.
Rinnoviamo i nostri modelli culturali frequentando con maggiore assiduità le nuove tecnologie e internet innanzitutto.
Animiamo(ci), formiamo(ci), motiviamo(ci) le energie imprenditoriali professionali ma soprattutto giovanili di San Giuliano, di Casacalenda, di Colletorto, di Bonefro e degli altri comuni colpiti dal terremoto affinché sappiano fondare una nuova alleanza progressista e democratica con la loro classe dirigente stremata e autoreferenziale.
Con le case e con le vite delle vittime, il terremoto ha spazzato via la mefitica cultura del sospetto che ammorba da troppo il nostro spazio sociale.
Dalla tragedia, nell'impegno comunitario senza distinzioni, è risorto lo spirito pubblico mortificato. Questo fondamentale patrimonio rinnovato deve essere investito per il futuro dei comuni colpiti ma anche per quello di tutti noi
perché quei comuni, col loro dramma in atto, sono una metafora dell'intero Molise. |