Santa Croce di Magliano, SPECIALE "SANTA CROCE IN ESTATE 2005"
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"Anickov Most"    teatro-canzone con Nicola Dragotto

 

02 agosto 2005  Largo della Rotonda  h 21.30

 

a cura del c.r.c. Abraxas

 

patrocinio: Comune di Santa Croce di Magliano e Provincia di Campobasso

 

 

Il Teatro-Canzone di Nicola Dragotto, nel solco della tradizione transalpina e gaberiana, affonda le radici in una pluralità di linguaggi, dal teatro mimico, alla musica, alla parola come “flusso di coscienza esistenziale”.
Nel fluire di canzoni e monologhi, l’artista, al centro di una scena “nuda”, evoca nell’immaginario dello spettatore, personaggi e storie di vite vissute nel quotidiano.
Cantautore siculo-partenopeo, sempre in bilico tra il canto lirico di Scilla e Cariddi e il disincanto caustico del Vesuvio, Nicola Dragotto propone il suo spettacolo di Teatro Canzone Anickov Most, con il quale è in giro per l’Italia da quasi due anni. (www.altroverso.org)


 

Santa Croce di Magliano. Lo spettacolo in Largo della Rotonda
Anickov Most, l'onda della follia moderna
L'eclettico Dragotto porta in scena tutte le bizzarrie del nuovo mondo

"Sono Mister A-Z, figlio del libero mercato e mia mamma (non illibata) si chiama Multinazionale. Ho il cervello nato negli Stati Uniti, quindi, ovviamente USA e getta". Così si presenta il brillante e tagliente protagonista di "Anickov Most" nel suggestivo Largo della Rotonda.
La verve un po' illusionista un po' visionaria di Nicola Dragotto coglie l'onda lunga del cambiamento sociale, follie, contraddizioni e assurdità del nuovo mondo vengono rimasticati in un calderone di intelligenza e ilarità.
Se il teatro ha la funzione sociale di essere matrice del cambiamento, (attraverso la sollecitazione delle coscienze, attraverso l'attivazione di pensieri "rivoluzionari") l'equilibrato mix di recitazione, canzoni e musica, e il levigato testo di Anickov Most sembrano servire proprio a questo: creare pensiero e reazione.
Sulla scia artistica dell'ancora illuminante insegnamento di Giorgio Gaber si colloca questo splendido appuntamento dell'estate santacrocese. Iniziamo proprio da Giorgio Gaber, suo maestro e mentore.

  

Dragotto, che tipo di relazione caratterizza il rapporto con la sua personalità e la sua arte?
"Direi che "tra noi" si sia creato un incontro di anime. Potrei dire che il mio protendere a lui, la passione verso la sua arte, hanno creato un dialogo che si potrebbe definire etereo (di anime appunto) ma dove entrambi ci siamo avvicinati. Si è aperto uno scambio, in cui la sua visione rimescolata alla mia hanno generato questo nuovo mix che è l'essenza del mio spettacolo. Le comunanze con Gaber in un certo senso si ferma qui, spesso in relazione a lui ci si riporta a matrici politiche, essere sulla sua scia di Gaber può significare il proseguire un discorso storico-ideologico e politico, invece, ciò che colgo dalla sua opera è più che altro una questione di metodo: la capacità di recepire sensazioni del vivere quotidiano e un rileggerle in chiave artistica. Lo scopo dell'arte è ridare i frutti di un percorso di vita vissuto perennemente con l'arte. Girare il mondo, osservare gli eventi e recepirne l'essenza, con costanti gli occhiali dell'artista e con perenne l'idea di condividere poi le percezioni e le riflessioni con il pubblico".
La sensibilità dell'attore come una sorta di protesi al servizio del pubblico. Il suo teatro-canzone si fa continuatore della tradizione e delle funzioni dei cantastorie?
"Io penso che il teatro canzone sia diverso dai cantastorie, diciamo che vi sono comunanze e diversità. Vi è l'idea di fondo di far viaggiare la denuncia sociale sui binari dell'ironia e, perché no, del divertimento. Tuttavia vi è una diversità: il teatro-canzone non è un'arte per la denuncia, ma un denunciare con arte. Affermazione un po' "marzuliana"... ma quest'è, una sottile differenza lessicale ma che modifica i presupposti artistici. L'arte come condizione, la denuncia come necessità, non il contrario".
Lei pronuncia parole che in tempi di disimpegno come questi, suonano un po' anacronistiche.
"Tuttavia non credo lo siano. Il mio spettacolo si occupa dei media, del potere e degli assurdi personaggi che lo sostanziano. Si ha sempre bisogno di un processo di riflessione artistico che provi a smascherarli e a far riflettere. Il teatro non deve servire soltanto da svago, allinearsi ai tanti oppiacei sociali che ci propinano, il teatro deve essere il luogo (e può esserlo perché è il luogo dove esistono corpi reali e non virtualità) dove realmente, anche con l'umorismo, venga a rinascere la riflessione. Il teatro deve tornare a far pensare le comunità, e può farlo, anzi deve farlo, perché è uno di pochi strumenti rimasti ad avere questa opportunità".
Lei ha parlalo di potenti e denuncia, quali sono bersaglio della sua ironia, Berlusconi, Bush, D'Alema?
"Niente e soprattutto nessuno di questi. Lo spettacolo si sostanzia soprattutto di cose che parlano del popolo, la gente vera e ciò che le succede sono i protagonisti. Non vi è una prospettiva che parte dall'alto, anzi piuttosto il contrario, e poi se di potenti si parla nessuno di loro vi sarà in particolare, e tuttavia vi saranno tutti. Non ci si sofferma sui singoli personaggi (per quanto potenti sono sempre e solo marionette degli stereotipi e dei ruoli che hanno appiccicato addosso) ma sulle loro maschere, sulle loro perenni e sempre attuali bassezze e grettitudini. Certo esistono gli interpreti attuali del potere, ancora come sempre corrotto e malato, ma un discorso di riflessione serio non si sofferma sui caratteri e sulle comparse, va sull'assurdità dei copioni. Su questo si innesta poi una questione di metodo e e di scopo: il metodo è la critica costante e per quanto possibile intelligente, lo scopo è il cambiamento, una trasformazione che provi a mettere l'uomo al centro di tutto".
Obiettivi di alta politica, sicuramente interessanti. Ma ora una curiosità più frivola: il titolo dello spettacolo appare criptico, qual'è il significato di "anickov most"?
"È un segreto che si svela solo alla fine della rappresentazione. Tuttavia immaginate che siamo tutti su un treno in una folle corsa. Per salire abbiamo svenduto tutto; anche l'ultima tentazione del pensiero, abbiamo venduto l'idea. Quando però il treno sta lì per deragliare nessuno dei passeggeri ha un'idea di come fare per poter scendere... da qui si parte".

Lo spettacolo è stato presentato dal Centro di Ricerca Culturale Abraxas con la partecipazione degli assessorati alla cultura del comune di Santa Croce di Magliano e della provincia di Campobasso. (Quotidiano del Molise)

 

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