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Dove
suona l'amore, dove recita la devozione
di Antonio
PICARIELLO
Canti
d'amore e di devozione, in una serata calda di agosto. Erano anni che il
coraggio mancava dai palchi teatrali. Anni respirati dai polmoni della
gente Comune intossicati di televisione; menzogne pubblicitarie, linguaggi
starnazzanti sciorinati dalle bocche peccaminose dei telegiornali. Anni
che sudavano attesa. Ecco. Santacroce di Magliano replica senza timore
alla prima di passaggi sonori affilata sulle lame critiche degli sguardi
di Casacalenda. Io non c'èro.
Hanno riferito che anche nel luogo caro al principe di San Severo, l'
alchimista partenopeo, il successo non è mancato.
Qualche donna un po' anziana, abituata alla liturgia classica, nel momento
in cui la dama bianca si toglieva le mutande per infilare quelle nere
della pentecoste, prima che il calendario popolare, simboleggiato dal
tubero americano, segnasse le settimane con le fissioni di cinque piume di
colombo, abbiano accomiatato il loro senso del pudore in qualche
confessionale periferico preferendo la solitudine dei propri pensieri alla
consapevolezza collettiva nobilmente e con grande eleganza rappresentativa
donata in visione dal teatro.
Ero a Santacroce ed è stato sufficiente per appagarmi nella qualità dei
messaggi. La sintesi scenografica abituale di Nicola Macolino ha regolato
le scene e la regia con graduata presa di attenzione trasportando nelle
iridi e nel subconscio l'esterno rappresentativo con l'interno intimo e
segreto di ogni spettatore.
Croci e suoni hanno costruito l'esatta architettura dello spazio vivente
aspirando la dimensione della piazza fin dentro la scena geometricamente
fluida come un concerto passionale di free jazz di altri tempi. Parco
Lambro, Living Theater, Julian Beck : "Crediamo in un teatro come
luogo d'esperienza intensa fra sogno e rituale, durante il quale lo
spettatore perviene ad una comprensione intima di se stesso, al di là del
conscio e dell'inconscio, sino alla comprensione della natura delle cose.
Ci pare che solo il linguaggio della poesia arrivi a questo: solo la
poesia o un linguaggio carico di simboli e molto distante dal nostro
linguaggio quotidiano può condurci al di la del presente che non ha la
chiave della conoscenza di questi regni".
Altissima professionalità, composizione ed esecuzione musicale da opera.
Peccato manca il libretto, ma un opera popolare si legge tra la scrittura
degli sguardi, nei gesti, nelle emozioni, nei fremiti che muovono i
muscoli degli adulti e addormentano le nuove generazioni anche al canto
delle proustiane domestiche ninna nanne. Donato Arcano e Matteo Patavino
sono grandi e a loro si aggiunge oltre la sincerità dei bufù, Caticchio/Monteferrante,
e del basso magistralmente suonato da Pasquale Macolino, si aggiunge come
una trinità la maestà musicale di graziano Carbone che oltre al suono
evoca esperienza sublime che struttura l'impatto scenico con dominanza e
felicità. La stessa promossa dalla costituzione americana.
La stessa espressa dai costumi di Marina Mozza e dalla coreografia di Demy
Molinaro oltre alla poetica scrittura di Salvatore Celeste. Tutto senza
togliere merito a nessuno perché questo è il teatro. D'altra parte è
questa poi la storia, sono questi gli archetipi che hanno viaggiato oltre
Oceano ed hanno fatto grandi gli italiani. Giusto promuovere uno
spettacolo di questa fattura, giusto promuoverlo in onore dell'emigrazione
che sboccia tra l'azzurro oculare dell'attrice e i gesti coreografici
carichi di antica sapienza e sensualità femminile. Arte. Grazie. |