Una
carriera partita da Santa Croce di Magliano: «Vorresti fare il
cameriere?» gli propose il parroco. Lui disse sì. Cominciò quel giorno il
suo lungo viaggio che, attraverso quattro continenti, ora l'ha portato a
Denver, Colorado, su una cattedra del College of Business University. Il suo
nome è Angelo Camillo, 52 anni. Non vive
più in Italia ormai da 30 anni, ma i contatti con la sua terra non li ha mai
persi, tanto che quest’anno ha deciso di presentarsi all’Università del
Molise e conoscere i referenti del corso di Scienze turistiche a Termoli.
La sua è una
di quelle belle storie che a raccontarle non ci si crede. Perché iniziò con
la frequentazione della scuola alberghiera di Sorrento, continuò con un
semplice impiego da cameriere in un ristorante della cittadina campana. E poi
direttore di sala, quindi direttore generale d’albergo lavorando in dieci
nazioni diverse per catene come Holiday Inn, Intercontinental e Sheraton,
arricchendo nel frattempo il suo bagaglio formativo (laurea in Business,
master e PhD, titolo quest’ultimo equivalente al nostro dottorato di
ricerca). Infine la cattedra all’Università di Denver.
Dai suoi
incontri con l’Università di Termoli sono nate interessanti opportunità
che potrebbero aprire una corsia preferenziale verso l’America per l’ateneo
molisano. Sono due i fronti su cui Angelo Camillo vuole muoversi: da un
lato la possibilità do esperienze di studio all’estero attraverso lo
scambio di studenti, e dall’altro una collaborazione per le attività di
ricerca. Proprio in tal senso ha avviato alcuni progetti con il team di
ricercatori termolesi sul tema del turismo enogastronomico in Molise, tema che
secondo il professore è di notevole interesse sia nell’accademia che nella
società americana.
Professore,
come è iniziata la sua carriera?
«Mi ricordo che da ragazzo ero un tipo un po’ sovversivo. Un giorno don
Peppe, il parroco di Santa Croce, che mi vedeva sempre giocare per strada a
pallone, mi chiese se volessi imparare a fare il cameriere. Io gli risposi di
sì e lui mi disse: “Allora devi andare a Sorrento e frequentare la scuola
alberghiera”. Io ingenuamente gli dissi: “E dov’è Sorrento?” Da qui
è nato tutto. Lui scrisse una lettera all’istituto per raccomandarmi e
partii. Era il 1970, avevo 13 anni».
Cosa ha
significato cambiare radicalmente realtà, passare cioè da un paese piccolo a
tradizione agricola come Santa Croce di Magliano al cuore del turismo,
Sorrento?
«A Sorrento ho visto qualcosa che nemmeno immaginavo esistesse. Ho visto
i turisti, ma soprattutto quello che mi impressionò fu vedere i ragazzi
sorrentini che parlavano tre, quattro lingue. Le avevano imparate stando a
contatto con i vacanzieri. Frequentavo la scuola e lavoravo allo stesso tempo.
La svolta è arrivata quando un turista mi ha chiesto se volevo andare a
lavorare in Germania. Dopo alcuni mesi mi ha chiamato. Lì ho iniziato a
imparare il tedesco, ma anche l’inglese e il francese. E’ stato il periodo
del grande cambiamento, ho iniziato ad avanzare di carriera, diventando maitre
d’hotel. Ho lavorato per un periodo nel palazzo presidenziale a Bonn. Ho
servito molti presidenti; Jimmy Carter, Ronald Reagan, il re Fahad dell’Arabia
Saudita, il presidente italiano Sandro Pertini».
Quanto tempo
è stato in Germania?
«Circa 10 anni, durante i quali ho preso la laurea in Economia e
Commercio. Subito dopo, era il 1982, sono partito per gli Emirati Arabi
insieme con la mia famiglia, visto che nel frattempo mi ero sposato. Qui ho
iniziato la carriera nel management, ero direttore di ristorazione. Ho
lavorato all’Holiday Inn vicino Dubai. Mentre ero lì è passato un uomo, il
direttore di un albergo nel Sultanato dell’Oman. Ha apprezzato il mio modo
di lavorare e mi ha chiesto se volevo andare a lavorare per lui all’Intercontinental
hotel. Mi trasferii a Mascate, la capitale dell’Oman. Il lavoro era lo
stesso, ma guadagnavo di più e c’erano più opportunità. Ho imparato l’arabo,
di cui però ricordo poco, ad esempio i numeri, che ancora oggi utilizzo:
quando ad esempio non voglio far leggere un numero di telefono ad altri,
scrivo le ultime cifre in arabo. All’Intercontinental dopo un po’ mi hanno
promosso direttore e mi hanno trasferito a Londra. Dopo 3 anni, nel 1986, ho
avuto la possibilità di andare a lavorare in Nuova Zelanda per la catena
Sheraton».
Durante
questi anni è mai tornato in Italia?
«Ci tornavo sempre, anche due o tre volte l’anno. Quando lavoravo con
queste catene avevo la possibilità di viaggiare gratis. Lavorando in Nuova
Zelanda chiesi il visto per entrare in Canada, dopo sei mesi l’ottenni e
finalmente ho messo piede in America. Qui ho deciso di iniziare a fare l’imprenditore
e ho preso in gestione un albergo a Niagara. Nel frattempo ho iniziato a
insegnare Programmazione e Controllo e poi Enologia al College. Insegnare mi
piaceva di più del mondo degli affari e così è iniziata la mia nuova vita.
Ho insegnato all’Accademia di arte culinaria di San Francisco e nel
frattempo ho conseguito tutti i titoli che servivano per fare il docente
universitario. Ho insegnato tre anni all’Università dell’Oklahoma e uno a
San Francisco. Poi è arrivata l’opportunità di Denver, e da un anno
insegno Business management e turismo».
E il Molise
ora come entra nel suo lavoro?
«Il Molise si inserisce nel mio lavoro per tanti motivi: è una terra
ricca di spunti di ricerca, soprattutto nel turismo, giovane e sconosciuta ai
più … e poi è la mia terra!».
Quindi si
sente ancora molisano?
«Certo! Non mi sono mai scordato delle mie origini. Non manco mai di
parlarne in giro per il mondo e quando invito amici per cena, successo
garantito se propongo prodotti e ricette nostrane».
Che giudizio
darebbe sul Molise?
«Quando sono partito 30 anni fa ho lasciato un Molise che dava poche
possibilità. Sicuramente, anche se esistono ancora tanti problemi, molti
passi in avanti sono stati fatti. L’Università gioca un ruolo fondamentale
nello sviluppo e nella crescita della regione».