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Cinque anni dopo: “Come vivremo vicini, se ci odiamo?” |
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di Monica Vignale da www.primonumero.it San Giuliano di Puglia. Nel 2008 tutti nelle nuove case. Più che una promessa, è una speranza per i mille residenti di San Giuliano di Puglia. «Viviamo solo per quel momento» mormora stanca una vecchia che si trascina lungo le stradine del villaggio provvisorio, dove ormai da un lustro abitano ancora circa 500 persone. Altre duecento non hanno mai abbandonato il tetto di sempre, nelle case popolari del paese alto lasciate intatte dal sussulto della terra. Oltre cento nuclei famigliari sono nei Comuni dell’hinterland grazie all’autonoma sistemazione, che hanno preferito allo chalet di legno. E altre sessanta persone, infine, vivono nella parte vecchia del paese, in quelle case che il sisma ha solo toccato di striscio, rimesse a posto con i 20mila euro delle riparazioni funzionali. «Dovevamo essere noi i fortunati, quelli ai quali è stato risparmiato il trasloco e il dramma di perdere tutto. Invece, guarda qua, che schifo». Una vecchia parla per tutti. Indica le ruspe e le gru sopra la testa in una giornata di pioggia sottile che ha trasformato le strade sterrate in una palude di fango. «Come si fa a vivere così, in mezzo al fracasso, nella polvere, solo noi in questo inferno?». Il sindaco Barbieri mette le mani avanti: «Non c’entra la mia amministrazione, il fatto è che a loro è stato concesso di tornare a casa un mese dopo il terremoto. E adesso, certo, mi rendo conto che è dura, ma che ci possiamo fare? I lavori devono andare avanti». Cinque anni dopo la scossa del 31 ottobre 2002, il crollo della scuola elementare e la strage dei bambini sotto le macerie, San Giuliano sta vivendo la fase più difficile, quella della ‘ricostruzione pesante’: 275 milioni di euro, secondo il Comune, la somma complessiva necessaria per il miracolo. 96 milioni già investiti nelle opere pubbliche (nuova scuola fuori dal centro, adeguamento di palazzo Marchesale come sede municipale, lavori della chiesa madre, realizzazione parziale della rete idrica, fognante, del metano e del gas); 70 milioni per le case private assegnati con vari decreti di finanziamento. Servono altre decine di milioni che bisogna ancora reperire, e che probabilmente arriveranno dalla prossima Finanziaria . «Un caso unico – sostiene il sindaco Luigi Barbieri – perchè qui il paese l’abbiamo dovuto rimettere in piedi dalle fondamenta». Il primo cittadino non perde l’ottimismo e continua a sostenere, pubblicamente, che i tempi verranno rispettati. «Adesso la palla passa ai privati, sono loro direttamente coinvolti nella ricostruzione delle abitazioni». Per la viabilità, le opere pubbliche e di urbanizzazione, che sono un miraggio annebbiato in questo cantiere febbrile, identica fiducia: «Ce la faremo. Si procederà a scaglioni, e i tempi verranno rispettati». Ma San Giuliano, che ha sanguinato per una tragedia che ha cancellato per sempre una generazione, ha smesso di prestare orecchio alle rassicurazioni e si rivolta, inviperita, contro l’invito alla moderazione che arriva da più parti, accompagnato dalla promesse di un futuro migliore. Se a istigare i genitori del Comitato Vittime, le madri e i padri di quei bambini che dormono nel piccolo cimitero, è la «giustizia mancata, la vergognosa sentenza di assoluzione che ci ha ammazzato i figli una seconda volta», per tutti gli altri è la casa. Una guerra che si combatte a colpi di metri quadrati, nel paese che pullula di ruspe e montacarichi, dove centinaia di operai traghettano mattoni e ferro dall’alba al tramonto, e le cadenze dialettali si rincorrono in una cantilena senza fine. C’è chi si è allargato, chi ha ricavato a casa nuova un vano in più, chi la casa se l’è fatta grande il doppio. Accuse reciproche al vetriolo avvelenano l’aria e non risparmiano nessuno. Nemmeno il sindaco, «che si è fato una villa, guarda. Prima era una casetta da quattro soldi, adesso è un palazzo». Lui taglia corto, liquida la polemica che «arriva da quattro rancorosi, gli unici che creano problemi». E spiega che «Lo Stato paga un contributo di 632 euro a metro quadrato, la differenza ce la metto io, ovviamente». E Michele Licursi, il papà di Angelo, l’ultimo bambino a uscire vivo dalla macerie dopo venti ore di urla che diventano sempre più flebili e che hanno commosso il mondo intero, amplificate dai microfoni della Cnn, sibila: «Mi piacerebbe tanto sapere com’è che adesso a San Giuliano hanno tutti i soldi necessari per pagare l’accollo (chiamano così la differenza di prezzo tra il contributo pubblico e il denaro messo di tasca propria per pagare le stanze in più, ndr). Prima del terremoto puzzavamo di fame in questo buco, adesso siamo tutti benestanti». La metratura, maledetta. La roba, i soldi, la casa: non si parla d’altro, è un ritornello cattivo che rimbalza da un angolo all’altro, sbatte contro la maxi fotografia appesa all’entrata del paese, dove si vedono le case com’erano prima. «E guarda, guarda come sono grandi adesso. E poi che storia è questa: a chi è andata bene, a chi è andata male?» Al signor Cicora, per esempio, è andata bene. Aveva una catapecchia su tre livelli di 200 metri quadri complessivi poco distanza dalla scuola, adesso andrà ad abitare in una villetta su un unico livello a Colle Monte. Che secondo il Piano di Zona, precedente alla ricostruzione ma tuttora in vigore, doveva essere destinato a 30 abitazioni popolari, e che invece finirà per ospitare una manciata di villette, una specie di beffarda Malibù in questo deserto che nemmeno sulla carta geografica esisteva, prima del terremoto. Problemi, tanti. Accuse di fare discriminazioni. «Qua si demoliscono pure le case non lesionate, quelle agibili, per far posto a palazzine più grandi e nuove di zecca» sostiene Francesco Di Lisio, che ha presentato un esposto al Tar Molise perché «nel mio comparto si sono allargati di tre metri e adesso il Comune mi vuole espropriare due metri di giardino perchè altrimenti non recupera la distanza minima per la strada. Ma io non ci sto, ho dato tutto all’avvocato. Lo faccio per mio fratello, ha perso una figlia là sotto e non è giusto che venga trattato così». Anche i bambini, quelli uccisi e quelli sopravvissuti, possono diventare una straziante pietra di paragone nel paese dei veleni mai placati. Pompeo, che non potrà camminare mai più, andrà ad abitare in una casa nuova con la porta grande abbastanza per la sedia a rotelle, gli ascensori tra i piani. Angelo, che per ora va avanti con i tutori di metallo nella speranza di riacquistare la motorietà alla gambe massacrate dalle travi franate, deve accontentarsi della vecchia casa su tre livelli, senza ascensore e in pendenza. Ma il padre sta facendo una battaglia per risparmiargli ulteriori difficoltà. «Da tre anni aspetto di sapere dove dobbiamo andare a vivere. Ho chiesto alla Regione, al Comune, ho fatto casino. Sono in attesa di una risposta positiva che non è ancora arrivata. Ma questa volta non possono far finta di niente, mi devono ascoltare. Vado avanti, non mi fermo». E poi c’è la storia dei progetti modificati in corso d’opera, lo scontro tra il Piano di Ricostruzione dell’ex sindaco Borrelli, approvato e sottoscritto dalla Regione, modificato con le osservazioni accolte dall’Amministrazione Barbieri, che ha fatto posto a tre comparti in più nel centro del paese, tra i quali il suo e quello del vicesindaco Di Stefano. E’ tutto scritto nella delibera di Consiglio comunale, e se per alcuni cittadini «è una vergogna, si sono aggiustati le cose come volevano», per il sindaco è un modo per evitare a decine di famiglie di andare a vivere fuori. «La gente vuole abitare dove ha sempre vissuto, dove ha costruito una casa con mille sacrifici. E poi – precisa – in queste aree si può costruire. Lo sostiene anche la Protezione Civile, non ci sono rischi». Ma ci sono le proteste, e tante. Vincenzo, parzialmente invalido, si lamenta che «prima del terremoto stavo al piano terra e andava bene, adesso mi vogliono mettere al secondo piano perché il presidente di comparto ha comprato tutto il piano terra. Ma io come faccio? La mia malattia peggiorerà, e rischio di restare isolato se dovrò fare i conti ogni giorno con le scale». Ha anche lui un contenzioso, una causa aperta. Sono decine e decine gli esposti che si accumulano in Procura, gli avvocati lavorano quasi quanto i tecnici. Qualcuno lo dice con una battuta nemmeno troppo irrealistica: «Il tribunale di Larino avrebbe chiuso da un pezzo se non ci fosse stato il terremoto». I conti non tornano. «Ci rimugino di notte – dice Giuseppe – Case che erano stimate in 58 metri quadri sono passate a 130». Le ‘carte’ confermano, ma i giochi di prestigio non c’entrano. Il problema è burocratico e molto più complesso: le schede redatte dai tecnici della Protezione Civile, all’inizio, erano sbagliate per metà e i tecnici locali ai quali sono stati affidati successivamente i progetti le hanno dovute rifare da capo. Ma una volta stabilita con precisione la cubatura, ecco che arriva l’ordinanza che stabilisce di dare il contributo sulla base della superficie. «e dove ce la dovevano andare a prendere la superficie, se le case erano state demolite?». Così ecco le approssimazioni, le trasformazioni, gli scorpori dei tramezzi e dei muri portanti che hanno trasformato le abitazioni in un terreno di guerra. I lavori vanno avanti nella rabbia, fra i rancori. In lontananza si staglia la nuova scuola, grigia, imponente, costruita secondo le più avanguardistiche regole antismiche. Ha pure una piscina. Un esempio di efficienza e sicurezza, mentre brucia la vergogna della legge per le scuole sicure che non è ancora approdata all’esame del Parlamento. L’anno prossimo i bambini di San Giuliano andranno lì, lasceranno la scuola di legno del Villaggio. Quale sarà lo spirito che accompagnerà il loro trasloco, si vedrà. Un genitore che ha perso un figlio sotto la vecchia scuola sussurra: «Siamo in guerra, uno contro l’altro. La ricostruzione morale è un’utopia, i soldi arrivati a palate ci hanno rovinato. I nostri figli, dopo di noi, continueranno la guerra». Speriamo di no. San Giuliano, insonne, oggi lascia fuori dall’ingresso del paese il veleno e ricorda i suoi morti in silenzio. Quei bambini ai quali si continua a chiedere il miracolo che non arriva. La pace sociale è un sogno vago e sfilacciato, mentre la domanda si affaccia tormentata: «Come faremo a essere buoni vicini di casa, se ci odiamo?» (Pubblicato il 31/10/2007) |
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