Santa Croce di Magliano, giovedì 17 gennaio 2008

     

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Il Molise fra 50 anni: “Una regione disabitata e povera”


 

tratto da primonumero.it

Nel 2050, secondo uno studio dell’Istat, ci saranno 50mila persone in meno e la nostra è una delle regioni a più alto rischio di spopolamento. Colpa di un’economia che non decolla e dell’abbandono dei piccoli paesi dell’interno. Il rimedio? «Favorire le tutele per le donne che lavorano».

Come sarà il Molise fra 50 anni? «Spopolato» risponde uno studio dell’Istat (Istituto Italiano di Statistica) pubblicato in questi giorni e ripreso dal quotidiano economico “Il Sole 24 Ore”.
Nella regione dove oggi abitano circa 322 mila persone, ne rimarranno circa 270 mila, compresi gli immigrati e i figli degli immigrati. Un calo del 16 per cento che, secondo l’Istat, rappresenta uno dei picchi di calo demografico di tutto il sud. In questa speciale graduatoria all’incontrario – cioè: chi è destinato a perdere più popolazione – il Molise infatti viene appena dopo la Calabria e la Basilicata, ma sta davanti a Puglia, Abruzzo, Campania, e Sicilia. Secondo la previsione dell’Istituto, il calo di popolazione in tutta Italia sarà del 12 per cento circa, quindi la nostra regione è ben oltre la media nazionale.

Lo studio dell’Istat va preso per quello che è: una proiezione sul futuro basata su parametri che oggi hanno un significato e che fra dieci o vent’anni potrebbero non averne più. Ma è sufficiente per lanciare un piccolo segnale di allarme su un fenomeno che per il momento non è ancora molto evidente, ma che rischia di diventare un problema nei prossimi decenni: quello del progressivo calo della popolazione residente che, in termini pratici, significa automaticamente una contrazione dell’andamento economico e una maggiore difficoltà ad aumentare il livello di benessere. Ma soprattutto, quello che incombe sulla nostra regione, è il pericolo concreto del progressivo spopolamento di intere zone dell’interno, con i conseguenti rischi di degrado (soprattutto ambientale) che fenomeni di questo tipo si portano dietro.

Guardando al passato si riesce a capire meglio cosa potrebbe accadere in futuro. Prendiamo per esempio il Basso Molise. Se si considerano i censimenti fatti negli ultimi 50 anni (dal 1951 al 2001) emerge in modo inequivocabile lo svuotamento di moltissimo Comuni dell’interno. Ci sono paesi come Casacalenda, Bonefro, Colletorto, Ripabottoni, Palata che dal dopoguerra a oggi hanno visto ridursi di quasi due terzi il numero degli abitanti. Nel 1951 all’anagrafe di Casacalenda erano iscritte 6500 persone che ora sono diventate meno di 2400. A Ripabottoni da 2700 a 670 (tre quarti in meno). Guglionesi nel 1951 faceva a gara con Termoli per numero di residenti, 8 mila contro i 10 mila della cittadina adriatica: adesso a Guglionesi ne sono rimasti poco più di 5 mila, e Termoli ne ha sei volte di più. Palata ne aveva 3700 e adesso non arriva a 2000.

Colpa della prima ondata di immigrazione – degli anni 60 – verso il nord, e della seconda ondata di trasferimenti – soprattutto negli anni 70 e 80 – verso la costa. Non è un caso se Termoli e Campomarino, nel cui territorio si è sviluppato il nucleo industriale del Basso Biferno, abbiano visto salire vertiginosamente la popolazione (a Campomarino i 2800 abitanti di cinquant’anni fa sono diventati quasi 6500) a discapito dei Comuni collinari che hanno visto calare in modo impressionate i residenti e che dopo il terremoto – anche se dati certi non sono ancora disponibili – hanno ulteriormente subito l’emigrazione. Adesso, secondo l’Istat, la prospettiva è che questo fenomeno si accenti ancora di più e che molti paesi dell’interno nei prossimi 50 anni si prosciughino al punto da diventare praticamente dei paesi fantasma. E non è detto, fra l’altro, che a beneficiare di un eventuale incremento demografico siano i Comuni costieri. Gli analisti dell’Istituto di Statistica, infatti, nel prevedere un calo della popolazione del 16 per cento in Molise, hanno infatti tenuto conto di quello che a loro giudizio è un progressivo rallentamento dello sviluppo economico che nei prossimi decenni si farà inesorabile e che, quindi, potrebbe coinvolgere anche i centri che finora hanno fatta da calamita grazie ai loro insediamenti lavorativi.

Inoltre, l’analisi dell’Istat sfata anche un mito che finora aveva fatto pensare a una possibile “tenuta” delle regioni del Sud nella guerra contro l’inesorabile calo demografico. «Negli anni 70» ha infatti spiegato la sociologa Chiara Saraceno al “Sole 24 Ore” «se pensava che i paesi a bassa fecondità, cioè quelli meno prolifici, fossero quelli col più alto tasso di occupazione femminile e soprattutto quelli con il minor numero di divorzi, di convivenze e di nascite al di fuori del matrimonio. Le cifra che sono oggi a nostra disposizione dicono invece il contrario: quindi per favorire il ritorno alla prolificità bisognerebbe favorire l’occupazione femminile, ma al contempo garantire una reale assistenza alle lavoratrici e in genere alle coppie che decidono di mettere al mondo un figlio».

 

 



 

 

 

 



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