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manifestazioni Migliaia in corteo per il No Nuke Day: slogan, cori e striscioni |
PRESENTE ANCHE IL COMITATO "MEGLIO ATTIVI CHE RADIOATTIVI" DI SANTA CROCE DI MAGLIANO
sopra foto esclusive per SantaCroceOnLine (di Nicolangelo Licursi); in basso articolo e foto da primonumero.it
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Termoli. Alla
fine il freddo non ha avuto affatto la meglio, in barba alle previsioni dei
soliti disfattisti. Il Corteo per ribadire il no all’ipotesi di
installazione di una centrale nucleare in Molise, nonostante le temperature
rigide, ha messo insieme migliaia di persone, di tutte le età, di tutte le
estrazioni sociali e di tutte le tessere dei partiti. Un serpentone lungo
più di un chilometro si è snodato, colorato e quasi festoso, lungo le
strade principali della cittadina adriatica, restituendo alle ali di folla
che hanno preferito “guardare” dal marciapiede l’immagine di una
popolazione inedita, che si sveglia dal torpore e sfida l’inverno e il
sabato prenatalizio per esprimere un dissenso compatto e radicale. Sono soprattutto i giovani, e meglio ancora i ragazzi delle scuole, a protestare. Loro gli slogan più fantasiosi e colorati, loro le mascherine calate sulla bocca in mezzo agli sciarponi di lana colorata. Loro i cori, i salti, i balli: «Chi non salta nucleare è», mentre il furgone con la bandiera arcobaleno che chiude il corteo rilancia musica e segna il ritmo travolgente di una protesta «che dobbiamo fare, per non ritrovarci con la morte sotto casa». In migliaia, dal mondo della scuola, con prof e presidi al seguito, hanno sfilato garantendo il successo dell’evento, che soprattutto grazie alle scolaresche che hanno partecipato senza eccezioni si è confermato un momento «cruciale» nella storia delle discese in piazza locali.
Fra le bandiere rosse di Rifondazione e Slai Cobas e quelle verde speranza degli agricoltori, molti personaggi della società civile: avvocati, imprenditori, professori, commercianti, ristoratori. «E’ giusto partecipare, non possiamo delegare alla politica il nostro futuro». E ancora: «Dobbiamo esserci, è un giorno importante per il Molise». Solita guerra di cifre sui partecipanti. Per gli organizzatori sono quattromila, per il dirigente della Polizia «non arrivano a duemila». Secondo i Vigili Urbani, che sembrano andarci più vicino di tutti, «sono oltre tremila, forse un po’ meno di quattromila». E sono comunque tanti. fonte testo: primonumero.it su primonumero.it link diretto aggiornato: www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=6067
Nucleare, giovani, corruzione: il Molise visto dal Vescovo Intervista esclusiva a Monsignor De Luca, che ha accettato di rispondere con schiettezza alle domande sulla realtà civile, sociale e politica del nostro territorio. "Che qui il modo di gestire il potere sia clientelare è certo. E che ci siano rischi è ovvio". E sull’ipotesi di una centrale atomica: "Snaturerebbe il nostro territorio". di Stefano Di Leonardo Una carezza in un pugno. Monsignor Gianfranco De Luca interpreta spesso, in questa intervista concessa in esclusiva a Primonumero.it, l’espressione resa celebre dalla storica canzone di Adriano Celentano. Un rimprovero che diventa esortazione, una preoccupazione espressa con un auspicio, un’inquietudine trasformata in speranza. Ma senza perdere di vista la chiarezza nel rivolgersi alla gente. Dal pericolo centrali nucleari al rischio di acqua privata, dal problema del lavoro che non c’è al rapporto fra Basso Molise e immigrati. Monsignor De Luca non si sottrae a nessuna domanda ed è disponibile a parlare anche del presunto sistema di corruzione che governa la regione. «Che il clientelismo esista è sicuro» dice senza remore. Così, come nel resto dell’intervista, il vescovo della diocesi di Termoli-Larino parla a cuore aperto. Nelle ultime settimane la diocesi si è impegnata in alcuni convegni su temi come la possibile realizzazione della centrale nucleare. Un modo per ribadire il vostro no? «La nostra posizione l’abbiamo espressa tutti insieme come vescovi del Molise qualche tempo fa. E’ una posizione che va al di là dell’opportunità del nucleare in generale in Italia. In Molise ci sembra da escludere in assoluto. La regione è piccola e per quanto ne so produce già energia a sufficienza. La nostra regione è già stata invasa, se così si può dire, dalla centrale Turbogas a Termoli. E poi le vocazioni di questo territorio sono altre e cioè il settore agroalimentare e il turismo, che in questo modo potrebbero essere compromesse da un insediamento del genere. Per questo ci pare doveroso rendere presenti il nostro pensiero. So che si pensa che il Molise è una realtà poco reattiva, ma la ritengo una falsa diceria» Avete pensato di mettere in atto forme di protesta particolari nel caso l’eventualità fosse confermata? «So che il 19 dicembre ci sarà una manifestazione di piazza qui a Termoli. E’ una manifestazione preventiva. E’ ovvio che il governo ha maturato la decisione di tornare al nucleare, ma per la localizzazione spero almeno nel buon senso e nell’amore per il territorio dei nostri governanti. La nostra non è una posizione ideologica ma di valutazione. Vorremmo che questa scelta ci passasse sopra la testa. Non parlo per me, ma per la gente. C’è da considerare che noi viviamo un decremento demografico. Allora il nucleare è una prospettiva o vogliamo rendere questa regione un deserto, vogliamo trasformarlo in discarica?» Ha quindi anche lei la sensazione di molti e fra questi il sindaco Greco, secondo cui il Molise è terra di caccia per affari che non riguardano i molisani? «Non ho questa convinzione, anche perché non ho elementi per poterlo dire, anche se c’è qualche piccolo sospetto. Spesso abbiamo a che fare con progetti al di sopra di noi, che hanno un ritorno utilitaristico. L’eolico, che in sé è una cosa buona, appare senza un piano coordinato. La frammentazione è un problema reale». A cosa si riferisce? «Al fatto che ho notato nelle mie visite nel Molise, che Termoli risulta isolata. Questo mi preoccupa, anche se non do giudizi. Il contrasto fra Cosib e Comune di Termoli ad esempio non è una cosa positiva e se non si risolve porterà a degli scollamenti». Un altro tema sul quale siete molto vigili è quello della possibile privatizzazione dell’acqua. «Noi, come diocesi, siamo stati i primi, quattro anni fa, a lanciare un allarme ai comuni. Fu una sorta di denuncia, una chiamata d’attenzione. La nostra posizione è chiara. Basti pensare che alcune guerre nel mondo sono guerre dell’acqua. Mi viene in mente Israele e le sorgenti delle Alture del Golan. Sono situazioni che ci dovrebbero mettere sul chi vive. L’acqua è un bene comune e non può essere privatizzato, anche perché i criteri economici potrebbero giustificare un po’ tutto». L’attualità ha riportato l’attenzione sulla mancanza di lavoro. Cosa si sente di dire a chi fa fatica ad arrivare a fine mese? «La perdita del lavoro porta anche problemi di identità personale, un impoverimento della propria umanità. La dimensione lavorativa dell’uomo è nel disegno di Dio. Si tratta di una situazione che ci preoccupa, perché dove l’uomo soffre siamo interpellati come Chiesa. Su questo punto mi sento di dare un consiglio soprattutto ai giovani». Quale? «Dico loro di tentare strade nuove, di mettere in moto l’intelligenza. Alcune circostanze portano a non amare questa terra. Ma è un amore che va coltivato, può far nascere iniziative nuove che vanno incentivate. Bisogna investire sui giovani. Occorre puntare sul cuore e dare ai giovani gli strumenti. L’Università produce laureati, ma dove andranno dopo lo studio? Nei giovani bisogna far emergere la cultura della solidarietà che porta alla cooperazione. Si pensa sempre al successo, che è importante, ma c’è prima il relazionarsi, il rischiare, il faticare e poi il successo». Quali iniziative avete messo in campo per aiutare chi è in difficoltà? «Ce ne sono diverse. Cito il progetto Senapa, che è un aiuto per l’avvio di imprese giovani, cui concediamo fino a 15mila euro. Comprende anche interventi per famiglie, come ristrutturazioni di case fino a 5mila Euro. Non bisogna dimenticare gli aiuti materiali, ma anche il sostegno alle relazioni di coppia, all’educazione, ai disagi giovanili con il Centro d’Ascolto. C’è poi la Caritas Card, una carta con dei fondi, che noi affidiamo a chi è in difficoltà economica dicendo loro: “Quando ce li hai ce li rimetti”. Sono tutti interventi che copriamo con i 30mila euro totali, risorse nostre prese da un budget annuale. Naturalmente si tratta di soldi che provengono dalla destinazione dell’8 per mille». Tornando ai giovani, come giudica il loro rapporto con la Chiesa? «E’ un rapporto positivo, non può che essere così. Tante cose che si dicono sui giovani sono vere, ma a volte diventano luoghi comuni. Da parte loro c’è un desiderio di apertura e il problema sta in noi adulti che non mostriamo prospettive. Spesso siamo appiattiti su una dimensione materiale della vita. L’insofferenza che può diventare devianza indica infatti una mancanza di prospettiva che siamo noi a non offrire. E’ una difficoltà che incontriamo come Chiesa. Il giovane è diffidente anche se ha un’apertura verso il trascendente. Viviamo in una società automatizzata che porta a una ricerca personale, alla religione fai da te. La migliore risposta è farsi compagno dei giovani. Non li dobbiamo indottrinare ma avere rispetto e voglia di farli esprimere». Spesso si dice che i giovani parlano un’altra lingua. Come vi rapportate con le nuove tecnologie della comunicazione? «E’ una strada, così come tutti gli strumenti che servono per portare a Gesù, anche se a volte fini a se stessi. Io credo molto nel rapporto personale. Facebook ti può incuriosire ma rischi di vivere in un mondo virtuale. Personalmente sono stato “tentato” da Facebook. Ma se uno entra in questi social network deve dedicarci del tempo. Se non è continuo, si rischia di curare solo l’immagine e non il rapporto». Come sta vivendo il nostro territorio l’immigrazione dall’estero? Prevale l’accoglienza o il contrasto? «Ho incontrato tanti immigrati durante le visite nei paesi del Basso Molise e nella zona interna. Non ho notato alcun problema di integrazione. Anzi, nelle piccole comunità i nostri immigrati sono una risorsa, almeno a livello numerico. Ho visto anche tentativi positivi di integrazione. Ad esempio c’è lo sportello S.Nicola Onlus di Guglionesi che sta facendo delle belle cose. Ora si deve arrivare a una reciprocità». E quanto manca affinché ciò avvenga? «Ci vuole ancora molto per arrivarci, anche se ci sono segni positivi. Vorremmo creare una rete sul territorio, dare attenzione alla loro pratica religiosa. A Guglionesi c’è una presenza soprattutto di romeni. Per questo abbiamo favorito la venuta di alcuni sacerdoti di credo ortodosso da noi. Una volta al mese dicono messa in paese e hanno fatto anche dei battesimi. Poi conta anche il modo di comunicare. Ad esempio, preferirei sentir parlare di misure di integrazione e non misure di sicurezza. Sicurezza dice timore, integrazione dice accoglienza e rispetto ma con delle regole». Se la sentirebbe di fare un bilancio del suo periodo da vescovo della diocesi di Termoli-Larino? «Non saprei. Sto imparando a conoscere e amare questo territorio. Mi sembra di essere uno del posto, non so come gli altri mi avvertono». C’è qualcosa che l’ha sorpresa del Basso Molise? «Il fatto che c’è ancora grande legame, da parte della gente, con la chiesa e il sacerdote. E’ una realtà maggiore rispetto a dove provengo io, solo 100 chilometri più a nord. Mi ha colpito la ricchezza dei piccoli centri che sono una possibile risorsa, anche se oggi emerge la frammentazione». C’è qualcosa che è andato diversamente da come si aspettava? Sente di dover raggiungere degli obiettivi? «Non ho avuto grossi problemi. Alcuni rapporti personali li avevo pensati in altro modo, magari. Ho comunque idee a medio-lungo termine. C’è adesso uno strumento in via di realizzazione, che abbiamo avviato come vescovi molisani. Si tratta di un settimanale che sia la voce dei cristiani impegnati, per calarsi all’interno dei problemi del territorio. Si chiama “Moliseinsieme” e partirà fra qualche mese. E’ una cosa condivisa da noi vescovi, il promotore, anche per la sua professionalità, è naturalmente monsignor Bregantini». Cosa può dirci del vostro rapporto? «C’è un rapporto fraterno e grande stima. Condividiamo una consonanza sulle fibre di fondo, perché lui è un uomo di Dio prima di tutto. La ricerca del bene ci accomuna. Per noi vescovi è una risorsa, per l’esperienza evangelica che ha. Tra noi c’è un bel clima». Recentemente, commentando il processo Black Hole, il procuratore Magrone ha dichiarato che in Molise c’è un sistema di potere che ha occupato ruoli istituzionali vivendo nell’impunità. Si trova concorde con questa affermazione? C’è un problema di corruzione nella nostra regione? «Sulla corruzione e in merito a Black Hole non so dire, perché non ne conosco i dettagli. Il Procuratore Magrone per dirlo ha certamente degli elementi. Detto questo, che il modo di gestire il potere sia clientelare, è certo. E che ci siano rischi è ovvio». Si stanno avvicinando il Natale e l’Anno Nuovo. Che augurio vuole fare ai bassomolisani? «In fondo il mistero del Natale è Dio che entra nella quotidianità. Invito perciò ad aprirsi alla compagnia di Dio. Questo non risolve l’immediato ma dà la forza per reagire, per leggere la vita, per non farsi sopraffare, entrare nella rassegnazione e nell’apatia. Avvertire il desiderio di Dio di esserci compagno, questo è il Natale. I padri dell’Oriente parlano di amore folle di Dio, che non è misurabile. Dio che tiene a noi. L’augurio è che a Natale ci sia questo incontro». fonte: primonumero.it |
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