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Il
17 gennaio, in onore di Sant’Antonio Abate, lunghe lingue infuocate di
tanti falò, nei vari quartieri del paese, rievocano una tradizione che
si perde nella notte dei tempi.
Notte dei
fuochi in onore di Sant’Antonio Abate nel “Borgo degli angioini”.
L’origine della tradizione si perde tra le pieghe del tempo. Il culto
dei falò infatti viene da molto lontano e si mescola ad una serie di
ritualità tipiche della cultura contadina.
Un tempo l’iconografìa del santo, protettore degli animali, era
diffusa ovunque in campagna. Nelle masserie godeva di una attenzione
particolare, espressione di una devozione molto sentita. La sua immagine
era pertanto presente nelle stalle, tra gli animali domestici e in
campagna , per proteggere il sistema di un mondo povero, animato dalla
fatica giornaliera e da tanti sacrifici. La funzione protettrice del
santo, in primo luogo, era destinata al porcello. Non a caso il maiale
è presente ai piedi della statua di Sant’Antonio Abate.
Nell’area del cratere più profondo, a San Giuliano di Puglia, la
sacra statua è custodita ancora oggi all’interno della chiesa
dedicata al Santo, che sorge sull’omonima piazzetta, racchiusa ad
emiciclo dall’antica porta ogivale, recentemente restaurata. Una sorta
di sacralità, pertanto, veniva affidata al maiale che, nell’accezione
odierna, ha decisamente un significato del tutto scomposto ed
ingiurioso. Nei secoli passati l’uccisione dell’animale indicava per
i gruppi sociali una evidente sicurezza alimentare , non sempre
disponibile tra i nuclei delle famiglie.
Attività e vecchie figure tradizionali avevano del resto una funzione
ben precisa per assicurare il rispetto e la stessa crescita dell’animale.
Sulle ali della memoria si ricorda il “porcellino di Sant’Antonio”,
accudito da tutti, che girava per il paese con un campanellino legato al
collo. Il piccolo animale, una volta ingrassato, veniva messo all’asta
e il ricavato era donato alle famiglie più bisognose. Nel cuore del
cratere i tanti falò rievocano appunto questo mondo lontano, dove il
sacro e il profano danzano insieme, per lanciare non pochi segnali. Un
ossimoro che abbandona per un momento le sue contraddizioni, per
divenire una realtà autentica, schietta, genuina e spontanea,
consacrata da ogni gruppo sociale. Il linguaggio dei simboli e dei
valori religiosi più autentici, dunque, sale in alto, come un vortice.
Talvolta sembra riaffermarsi in una dimensione senza tempo. La festa è
ancora molto sentita. Un tempo il fuoco aveva un carattere
propiziatorio. Serviva per cancellare ogni brutta esperienza, per
rafforzare la fede, l’amicizia , l’identità del vicinato e l’ospitalità”.
Un culto autentico, radice forte dell’identità colletortese. Il
fuoco, nella sua composizione, ha la forma di un cono, terminante con
una lunga punta di legno, per ricordarci appunto l’aldilà. Anche in
questo lavoro di composizione l’iconografìa è importante. Il cono,
un solido, tra cielo e terra, che, ridotto alla figura geometrica del
triangolo, incarna il mistero di dio, uno e trino. L’emozione, al
momento dell’accensione, è divina e particolarmente emozionante. S’accentua
con la preghiera rivolta al Santo.
Il falò sussurra a tutti i presenti con la sua punta di quercia che,
nella festa e, dunque, nella vita, è necessario puntare il proprio
cammino sempre in alto, nel regno della massima beatitudine. La sua
brace possiede una particolare sacralità. Un tempo veniva prelevata e
portata nel proprio camino per scacciare eventuali malefìci generati
dalla magìa nera. Intorno al fuoco si ballava, si gustavano i prodotti
tipici, a gara si saltava la brace e si faceva festa fino all’inizio
del giorno successivo. Una ritualità che persiste ancora . Alcuni
fuochi danno vita ad una memoria ancestrale alquanto espressiva. Sulla
loro sommità è possibile vedere pezzi di lardo di maiale. Appunto,
quella parte dell’animale che, nel medioevo, veniva collocata sulla
pelle malata per curare il cosiddetto “fuoco di Sant’Antonio”.
Malattia dal bruciore dolorosissimo, corrispondente, oggi, all’erpes
Zoster.
In questo spaccato di tanti frammenti di storia il falò del Gruppo
Storico Giovanna d’Angiò e dei Cavalieri Angioini animerà la serata
sulla settecentesca scalinata del monastero che porta alla Chiesa di
Sant’Alfonso dei Liguori. Del resto, come un tempo, quando, appunto, i
fuochi venivano composti solamente davanti alle chiese. Anche qui
ricorre l’arcana simbologia. Tre erano i fuochi, perché tre erano le
chiese funzionanti all’interno del tessuto urbano.
La documentazione locale narra che alla fine dell’Ottocento, un grosso
falò, allestito tra la torre della regina Giovanna e il campanile del
Battista, generò un pauroso incendio che sconvolse non poche famiglie
del vicinato. Col mutare dei tempi cresce il numero dei falò grazie
allo sviluppo della meccanizzazione nel campo agricolo che ha
sicuramente facilitato il taglio della legna.
All’imbrunire, nel pomeriggio, sarà il parroco Don Mario Colavita a
decretare con la benedizione l’inizio della festa e l’accensione del
primo falò. Poi gli organizzatori e i gruppi giovanili s’impegneranno
a difendere il carattere di questo vecchio rito del fuoco, dalle
successive accensioni fino allo spegnimento totale. Molti principi di
questo vivace mondo antico si ripetono. Scandiscono ricordi e
curiosità.
Elementi pagani e propiziatori, fede profonda, esigenze di
socializzazione, consumismo, disagi, ansie, insoddisfazioni, pesanti
ristrettezze e nuove povertà dei nostri tempi , si mescolano per
rilanciare il linguaggio della tradizione. Il “giro dei fuochi” è d’obbligo
per il visitatore che raggiunge l’abitato. Ogni luogo assume una veste
inconsueta e suggestiva. E’ un piacere osservare le fiamme
scintillanti che salgono in cielo. Il rossore dei falò più grossi
riscalda gli angoli e le facciate delle abitazioni.. Nel cuore della
festa, mentre si beve e si mangia, s’infiammano emozioni vecchie e
nuove. E’ la voce più bella della notte dei fuochi che si spegne
soltanto all’arrivo della nuova alba.
Luigi
PIZZUTO
resp. “Storia, cultura e patrimonio d’arte locale”
Gruppo Storico Giovanna d’Angiò, Colletorto |