Santa Croce di Magliano, mercoledì 25 gennaio 2012

     

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cultura


Segnaliamo la pubblicazione di un articolo/intervista sulla rivista EQUIPèCO (trimestrale di ricerca e documentazione artistica e culturale) sul teatro di Nicola Macolino e Azzurra De Gregorio.


 

 

INTERVISTA

a cura di Carmine Mario Muliere (direttore della rivista)

 

Tempo fa abbiamo visitato un piccolo paese molisano chiamato Santa Croce di Magliano per incontrare il regista e scenografo Nicola Macolino e l'attrice e performer  Azzurra De Gregorio i quali, nel corso di una lunga conversazione, ci hanno raccontato il loro impegno in campo teatrale ed artistico. Questo paese, che hanno scelto come base creativa ed operativa, oltre ad essere il luogo in cui sono stati prodotti la maggior parte dei loro spettacoli, è anche la sede, sia del centro di Ricerca culturale (fondato nel 2000)  che gestiscono insieme ad altri collaboratori, che della Scuola Interculturale di pratiche teatrali Abraxas Lab che hanno fondato nel 2010.

 

La vostra base operativa è dunque una provincia, notoriamente isolata rispetto ai grandi centri di produzione e diffusione culturale. Credete che questa scelta influisca sul vostro lavoro?

Sicuramente sì. Ogni luogo si caratterizza per il tipo di energia che emana ed influenza in maniera evidente la vita di chi lo abita. Ad esempio, il fatto che nel  territorio in cui operiamo siano quasi del tutto assenti centri di aggregazione e produzione culturale (teatri, musei, gallerie etc.) ha  influenzato il nostro percorso e ci ha portato a sviluppare una poetica che fa della condivisione uno dei suoi punti di forza.

Oltre a produrre i nostri spettacoli, organizziamo infatti seminari, incontri, workshop, rassegne cinematografiche e soprattutto abbiamo creato Abraxas Lab, che, pur non essendo una scuola classicamente intesa, è però qualcosa che vagamente le si avvicina perché è uno spazio interdisciplinare in cui sperimentare la propria creatività, è il punto di contatto tra le varie forme d'arte, è un modo per avvicinare i partecipanti alla vita attraverso il teatro.

Ovviamente sul nostro lavoro influiscono anche gli stimoli che riceviamo dai vari luoghi che per lavoro o per piacere ci troviamo a frequentare, o quelli che abbiamo recepito durante gli anni della nostra formazione, che si è svolta e continua a svolgersi fuori da questo territorio.

 

Come nasce un vostro lavoro? Cosa muove la vostra ispirazione?

Nella nostra ricerca il dato visionario e l'aspetto dell'inconscio occupano una posizione di centralità.

Possiamo dire che le decisioni riguardanti un nostro spettacolo sono riconducibili ad un sentire non razionalizzato che, lentamente, nel corso del progetto, permette che si stabiliscano delle relazioni organiche ed a volte anche inaspettate tra le azioni che si svolgono in scena e i vari elementi che vi sono presenti.

 

I vostri lavori teatrali hanno una componente visiva molto forte. È questo un risultato volutamente ricercato?

La componente visiva è da noi considerata come un elemento strutturale piuttosto che complementare nella creazione di uno spettacolo.

Pensare per e attraverso immagini vuol dire quindi per noi permettere che, nella fase dedicata all'ideazione di uno spettacolo, queste immagini ne costituiscano l’essenza e non siano semplicemente ridotte a meri elementi funzionali o decorativi. Possiamo dire che nel nostro lavoro tutto è plasmato dalla scena ed obbedisce alla scena e dunque è l'estetica a determinare l'etica, molto raramente questo processo si inverte.

 

Qual è il vostro modo di lavorare sulla parola in scena?

La centralità esclusiva e totalizzante  che per molti secoli il teatro occidentale ha riservato alla parola  è da noi messa in discussione per lasciare spazio alla possibilità che tutte le arti confluiscano in un'unica esperienza totalizzante quale è per noi il teatro.

Di conseguenza, l'unico uso della parola per noi consentito è in senso evocativo e non descrittivo, perché, d'accordo con Artaud, crediamo che la dimensione scenica debba preferire l'immagine e l'allegoria alla lucidità del discorso, poiché la sfera teatrale non è psicologica ma plastica e metafisica.

 

Di cosa si compone la struttura drammaturgica di una vostra opera?

Per noi la struttura drammaturgica  non è esclusivamente riconducibile ad un testo scritto ma si compone di tutti gli elementi presenti in scena. Attraverso questo approccio, luci, costumi, oggetti, gesti, suoni, scenografie, diventano vere e proprie “frasi”, percepibili attraverso tutti i sensi di cui lo spettatore dispone. Ciò che ne consegue è la creazione di un linguaggio fisico, non esclusivamente basato sulle parole. L'ambiguità generata dall'uso simultaneo e non gerarchico di tutti gli elementi scenici, oltre a permettere che le visoni e le pulsioni dello spettatore si materializzino pienamente in questo contesto, fino a confondersi con quanto accade in scena, è da noi considerata una virtù ma anche una cifra stilistica, poiché si contrappone alla tendenza all'universalità ed all'univocità del segno.

 

Come definite il vostro modo di fare teatro?

Un modo di fare teatro il nostro che, nel tentativo di ricercare sacralità e bellezza anche negli aspetti più reconditi e brutali dell'esistenza, diviene operazione alchemica, mescola archetipi, elementi mitici, riti di passaggio ed esoterismo in una perpetua e primitiva danza che, attraverso il supporto delle tecnologie e dei nuovi media, si propone di ricollegare il teatro contemporaneo con le sue origini.

D'altronde il tema del corpo, unito a quello della sua esasperante e viscerale presenza in scena, è ricorrente nelle nostre visioni. Un corpo che, senza menzogne e senza finzioni, vuole diventare materia viva e pulsante nella memoria e nella percezione dello spettatore e rafforzare in maniera indissolubile il legame tra palco e vita, divenendone il punto di contatto ideale.

 

Quest’ultima risposta m’ispira ad affidare la conclusione a René Guénon:

«…Possiamo dire che il teatro sia un’immagine del mondo; entrambi sono proprio una rappresentazione, poiché il mondo stesso, non esistendo che come conseguenza ed espressione del Principio, da cui essenzialmente dipende tutto ciò che è, può essere considerato come simbolizzante a suo modo l’Ordine Principiale, e questo carattere simbolico gli conferisce d’altronde un valore superiore a ciò che è in se stesso, poiché è per tal motivo che il mondo partecipa ad un più alto grado di realtà. […]

L’autore ha una funzione veramente demiurgica, poiché produce un mondo che ricava interamente da se stesso; e così è il simbolo medesimo dell’Essere producente la manifestazione universale. Sia in questo caso e sia in quello del sogno, l’unità essenziale del produttore delle forme illusorie non è contaminata da questa molteplicità di modificazioni accidentali, come l’Unità dell’Essere non lo è della molteplicità della manifestazione.

In tal modo, da qualsiasi punto di vista ci si ponga, si ritrova sempre nel Teatro questo carattere che è la sua ragione più profonda, per quanto possa essere disconosciuta da coloro che ne hanno fatto qualche cosa di puramente profano, vale a dire quello di costituire, per la sua stessa natura, uno dei simboli più perfetti della manifestazione universale.»1

 

1- René Guénon, Considarazioni sulla via iniziatica. Introduzione di Julius Evola e Arturo Reghini. I libri del Graal, Manilo Basaia Editore, 1988, Roma.

 

 

 

NICOLA MACOLINO (1974, S. Croce di Magliano) artista visivo, regista e scenografo, dal 98 ad oggi ha prodotto e ideato numerosi spettacoli di cui ha firmato regia, scene, luci e costumi. È il responsabile del C.r.c. Abraxas  e il direttore artistico di Abraxas Lab. 

www.nicolamacolino.org

 

AZZURRA DE GREGORIO (1985, Termoli) attrice e performer, collabora attivamente con il C.r.c. Abraxas dal 2002, anche in qualità di ideatrice ed organizzatrice dei progetti portati avanti dall'associazione. È la coordinatrice di Abraxas Lab.

 


www.equipèco.it


 

 

 

 



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