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cultura Segnaliamo la pubblicazione di un articolo/intervista sulla rivista EQUIPèCO (trimestrale di ricerca e documentazione artistica e culturale) sul teatro di Nicola Macolino e Azzurra De Gregorio. |

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INTERVISTA a
cura di Carmine Mario Muliere (direttore della rivista)
La
vostra base operativa è dunque una provincia, notoriamente isolata
rispetto ai grandi centri di produzione e diffusione culturale. Credete
che questa scelta influisca sul vostro lavoro? Sicuramente
sì. Ogni luogo si caratterizza per il tipo di energia che emana ed
influenza in maniera evidente la vita di chi lo abita. Ad esempio, il
fatto che nel territorio in
cui operiamo siano quasi del tutto assenti centri di aggregazione e
produzione culturale (teatri, musei, gallerie etc.) ha
influenzato il nostro percorso e ci ha portato a sviluppare una
poetica che fa della condivisione uno dei suoi punti di forza. Oltre
a produrre i nostri spettacoli, organizziamo infatti seminari, incontri,
workshop, rassegne cinematografiche e soprattutto abbiamo creato Abraxas
Lab, che, pur non essendo una scuola classicamente intesa, è però
qualcosa che vagamente le si avvicina perché è uno spazio
interdisciplinare in cui sperimentare la propria creatività, è il
punto di contatto tra le varie forme d'arte, è un modo per avvicinare i
partecipanti alla vita attraverso il teatro. Ovviamente
sul nostro lavoro influiscono anche gli stimoli che riceviamo dai vari
luoghi che per lavoro o per piacere ci troviamo a frequentare, o quelli
che abbiamo recepito durante gli anni della nostra formazione, che si è
svolta e continua a svolgersi fuori da questo territorio. Come
nasce un vostro lavoro? Cosa muove la vostra ispirazione? Nella
nostra ricerca il dato visionario e l'aspetto dell'inconscio occupano
una posizione di centralità. Possiamo
dire che le decisioni riguardanti un nostro spettacolo sono
riconducibili ad un sentire non razionalizzato che, lentamente, nel
corso del progetto, permette che si stabiliscano delle relazioni
organiche ed a volte anche inaspettate tra le azioni che si svolgono in
scena e i vari elementi che vi sono presenti. I
vostri lavori teatrali hanno una componente visiva molto forte. È
questo un risultato volutamente ricercato? La
componente visiva è da noi considerata come un elemento strutturale
piuttosto che complementare nella creazione di uno spettacolo. Pensare
per e attraverso immagini vuol dire quindi per noi permettere che, nella
fase dedicata all'ideazione di uno spettacolo, queste immagini ne
costituiscano l’essenza e non siano semplicemente ridotte a meri
elementi funzionali o decorativi. Possiamo dire che nel nostro lavoro
tutto è plasmato dalla scena ed obbedisce alla scena e dunque è
l'estetica a determinare l'etica, molto raramente questo processo si
inverte. Qual
è il vostro modo di lavorare sulla parola in scena? La
centralità esclusiva e totalizzante
che per molti secoli il teatro occidentale ha riservato alla
parola è da noi messa in
discussione per lasciare spazio alla possibilità che tutte le arti
confluiscano in un'unica esperienza totalizzante quale è per noi il
teatro. Di
conseguenza, l'unico uso della parola per noi consentito è in senso
evocativo e non descrittivo, perché, d'accordo con Artaud, crediamo che
la dimensione scenica debba preferire l'immagine e l'allegoria alla
lucidità del discorso, poiché la sfera teatrale non è psicologica ma
plastica e metafisica. Di
cosa si compone la struttura drammaturgica di una vostra opera? Per
noi la struttura drammaturgica non
è esclusivamente riconducibile ad un testo scritto ma si compone di
tutti gli elementi presenti in scena. Attraverso questo approccio, luci,
costumi, oggetti, gesti, suoni, scenografie, diventano vere e proprie
“frasi”, percepibili attraverso tutti i sensi di cui lo spettatore
dispone. Ciò che ne consegue è la creazione di un linguaggio fisico,
non esclusivamente basato sulle parole. L'ambiguità generata dall'uso
simultaneo e non gerarchico di tutti gli elementi scenici, oltre a
permettere che le visoni e le pulsioni dello spettatore si
materializzino pienamente in questo contesto, fino a confondersi con
quanto accade in scena, è da noi considerata una virtù ma anche una
cifra stilistica, poiché si contrappone alla tendenza all'universalità
ed all'univocità del segno. Come
definite il vostro modo di fare teatro? Un
modo di fare teatro il nostro che, nel tentativo di ricercare sacralità
e bellezza anche negli aspetti più reconditi e brutali dell'esistenza,
diviene operazione alchemica, mescola archetipi, elementi mitici, riti
di passaggio ed esoterismo in una perpetua e primitiva danza che,
attraverso il supporto delle tecnologie e dei nuovi media, si propone di
ricollegare il teatro contemporaneo con le sue origini. D'altronde
il tema del corpo, unito a quello della sua esasperante e viscerale
presenza in scena, è ricorrente nelle nostre visioni. Un corpo che,
senza menzogne e senza finzioni, vuole diventare materia viva e pulsante
nella memoria e nella percezione dello spettatore e rafforzare in
maniera indissolubile il legame tra palco e vita, divenendone il punto
di contatto ideale. Quest’ultima
risposta m’ispira ad affidare la conclusione a René Guénon:
«…Possiamo
dire che il teatro sia un’immagine del mondo; entrambi sono proprio
una rappresentazione, poiché il mondo stesso, non esistendo che come
conseguenza ed espressione del Principio, da cui essenzialmente dipende tutto ciò che è, può
essere considerato come simbolizzante a suo modo l’Ordine Principiale, e questo carattere simbolico gli conferisce
d’altronde un valore superiore a ciò che è in se stesso, poiché è
per tal motivo che il mondo partecipa ad un più alto grado di realtà.
[…] L’autore
ha una funzione veramente demiurgica, poiché produce un mondo che ricava interamente da se
stesso; e così è il simbolo medesimo dell’Essere
producente la manifestazione universale. Sia in questo caso e sia in
quello del sogno, l’unità essenziale del produttore delle forme illusorie non è contaminata da questa molteplicità di
modificazioni accidentali, come l’Unità
dell’Essere non lo è della molteplicità della manifestazione. In
tal modo, da qualsiasi punto di vista ci si ponga, si ritrova sempre nel
Teatro questo carattere che è la sua ragione più profonda, per quanto
possa essere disconosciuta da coloro che ne hanno fatto qualche cosa di
puramente profano, vale a dire quello di costituire, per la sua stessa
natura, uno dei simboli più perfetti della manifestazione universale.»1 1-
René Guénon, Considarazioni
sulla via iniziatica. Introduzione di Julius Evola e Arturo Reghini.
I libri del Graal, Manilo Basaia Editore, 1988, Roma. NICOLA
MACOLINO (1974, S. Croce di Magliano) artista
visivo, regista e scenografo, dal 98 ad oggi ha prodotto e ideato
numerosi spettacoli di cui ha firmato regia, scene, luci e costumi. È
il responsabile del C.r.c. Abraxas e
il direttore artistico di Abraxas Lab.
www.nicolamacolino.org AZZURRA
DE GREGORIO (1985, Termoli) attrice
e performer, collabora attivamente con il C.r.c. Abraxas dal 2002, anche
in qualità di ideatrice ed organizzatrice dei progetti portati avanti
dall'associazione. È la coordinatrice di Abraxas Lab. |
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