Santa Croce di Magliano, domenica 29 gennaio 2012

     

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DAL WEB


L'integrazione possibile/1
Da Casablanca a Santa Croce: Pippo, Amal e una love story tra Ramadan e maccheroni


 

Pippo e Amal sintetizzano con la loro storia quella di tanti altri concittadini di origine marocchina, venuti a vivere in Molise sono esempio di una perfetta integrazione con la popolazione locale. Pippo vive e lavora a Santa Croce da 18 anni. Nel 2001, dopo aver conosciuto e sposato sua moglie - in seguito un fidanzamento flash - fu raggiunto dalla stessa in Italia. Oggi ha due splendidi bimbi: Fatima e Abdullah. Con loro una grande famiglia: «Ci riuniamo per praticare le nostre tradizioni, però abbiamo imparato a conoscere anche le tradizioni del posto. Io pratico il Ramadan, ma a casa cuciniamo anche pizza e lasagne».

di Rossella Travaglini da www.primonumero.it

Santa Croce Di Magliano. Una piccola comunità bene inserita nel contesto generale. Marocchini di origine, italiani di adozione. Solo una delle tante realtà presenti in Molise. A Santa Croce di Magliano ne sono oltre 60. Loro si definiscono una grande famiglia. Con gli anni sono cresciuti di numero e hanno imparato e fatto proprie tradizioni locali. Primonumero è andata tra di loro e ha incontrato Jaafar el Habib, per tutti "Pippo", e sua moglie Amal. Sono in Italia rispettivamente dal 1994 e dal 2001. La loro storia sintetizza quella di tanti altri conterranei che come loro hanno deciso di lasciare la propria terra per cercare un futuro diverso altrove. Pippo e sua moglie hanno imparato bene la lingua, soprattutto le sfumature dialettali del paese in cui da anni vivono di cui conoscono modi di dire e sfumature proverbiali.

Hanno due bambini: Fatima che ha poco più di 3 anni e Abdoullah, che il prossimo anno frequenterà la prima elementare. «Mi trovo qui per caso - ha raccontato Pippo - nel ’94 venni in Italia, a Torremaggiore, per trovare un mio cugino. Per caso, in quell’occasione, ho conosciuto il mio attuale datore di lavoro. Ho deciso di trasferirmi qui e dal 1995 lavoro per la Agroalimentare Srl. Faccio un lavoro che mi piace, ho la mia famiglia, mia moglie... certo spesso mi manca la mia terra».

L’Italia si è trasformata in una seconda casa, una casa in cui Pippo e i suoi 4 fratelli con rispettive moglie e figli hanno scelto di far crescere e vivere i propri figli. «Quando ci riuniamo siamo oltre 40 - spiega - condividiamo le feste della nostra religione. Siamo musulmani. Io pratico il Ramadan. Ma allo stesso tempo abbiamo imparato anche ad aprirci. Il sindaco del paese è disponibile nei nostri confronti...».

Quando arrivò in Italia Pippo non immaginava che un giorno avrebbe diviso la sua vita con sua moglie. 39 anni lui, 29 lei. Era il 2000 quando si conobbero. Pippo era tornato a casa sua, in vacanza, come in questi ultimi 18 anni ha fatto ogni anno. «Mio fratello ha sposato la cugina di suo padre - ha raccontato Amal - io abitavo a Casablanca, lui in un paese distante alcuni chilometri. In occasione di una festa ci siamo incontrati. Tra noi è stato un colpo di fulmine. Ci siamo fidanzati. Lui poi è tornato in Italia. Un anno dopo, è rientrato in Marocco e ci siamo sposati. Poi siamo venuti a vivere qui, a Santa Croce».

Amanti della tradizione, la loro, ma aperti anche a conoscere "sapori nuovi", Amal confessa: «A casa a volte cuciniamo italiano: pizza, lasagne, maccheroni...». I loro bimbi sono perfettamente bilingui. E quando gli si chiede se in Italia ci sono cose belle o brutte Pippo risponde: «Ce ne sono, ma come sono presenti in tutti i Paesi del mondo. Le persone? Sono positive. L’unica cosa che ho notato è che in Marocco, a scuola ad esempio, noi siamo abituati a studiare presto le lingue. Almeno così era più di 20 anni fa, quando frequentavo ancora la scuola... già a quattro anni, e ad aprirci alla conoscenza di altre culture...». La terra di provenienza, però, non si dimentica facilmente. Per quanto «l’Italia e Santa Croce siano stati per noi accoglienti. Il mio desiderio è quello di poter tornare, un giorno a casa. A me piace il mio lavoro. Qui mi trovo bene. Ma dobbiamo tornare, la nostra famiglia è lì».

(Pubblicato su primonumero.it il 29/01/2012)

 


 


 

 

 

 



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