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C’avevo
fatto l’abitudine ormai. Quattro volte a settimana da casa mia alla
zona industriale di Bonefro. Sembra strano ma Bonefro ha la sua zona
industriale. Anche se pioveva e il freddo spaccava le mani.
Da Maggio sempre a parlare di calcio, ma non quel calcio da bar,
gridato, ma quello di Soriano, sussurrato appena. E poi la sera in
libreria a comprare nuovi libri e incontrare amici. L’ultimo quello di
Ibra che parla di se stesso.
E quella frase incredibile “Sono uscito dal ghetto, ma il ghetto non
è uscito da me”, che ricorda un po’ il respiro calcistico di
Vincenzo Cosco. E poi le variabili del mondo del calcio che, come nella
vita, non premia chi merita ma chi chiude gli occhi.
Ora vola ad Andria, nel calcio che conta. E volare è il termine giusto.
Perché anche se sei seduto comodamente in macchina e senti l’asfalto
sotto è proprio il volare che senti. Chiudi anche gli occhi magari
mentre ti arrivano centinaia di messaggi d’affetto. E ci risiamo con
la storia di Santa Croce di Magliano.
Nel senso che quando parte lui partiamo un po’ tutti. O partono quelli
che volevano partire e per tanti motivi non sono partiti mai. Non hanno
avuto il coraggio giusto o la sensazione che un sogno non è poi così
lontano se gli corri incontri anziché farti correre dietro. Lui, il
Mister, ce l’ha questa presunzione di fondo. Lui sa esattamente che è
uguale ad Antonio Conte o Claudio Ranieri e vuole dimostrarlo. Che male
c’è? Lui sa perfettamente che quel mondo è trasparente, leggibile ai
suoi occhi e una volta lì puoi anche essere il migliore. Non è facile
capirlo ma è così. Altrimenti come ha potuto raggiungere Coverciano,
la Pro-Patria, il Gela e via così. Dalla periferia si vede meglio il
mondo e da paesini minuscoli un sogno è gigantesco e terrificante.
“L'allenatore di calcio è il più bel mestiere del mondo, peccato
che ci siano le partite” (Nils Liedholm).
E in effetti Cosco sarebbe perfetto per un calcio senza partite, perché
il suo calcio è passione, letteratura, un misto di vita e poesia.
“Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada,
lì ricomincia la storia del calcio” (Jorge Luis Borges).
Ed è questo ancora il senso del calcio per chi è venuto dalla strada e
nella strada ancora vive.
Per chi lo conosce bene è tutto chiaro, quasi banale. Lui allenando
sfida la vita e senza vendetta. Allenando vuole capire le cose da angoli
diversi. Andria è una piazza difficile, complicata, bruciata. Ma anche
lui lo è e una sfida se non è così non ha senso. Almeno per lui.
Ogni calciatore che ha allenato dice che meriterebbe la serie A. E noi
lo sappiamo intimamente. E ogni calciatore che lascia lo chiama ogni
tanto per darsi coraggio. Un maestro sotto certi aspetti. Il suo calcio
ha regole precise e la prima è applicazione all’estremo. Per arrivare
tra i grandi ha dovuto imporsi, senza sponsor e senza raccomandazioni. E
pretende coraggio, come il suo. Per lui una partita di calcio non è
cosa che si chiude nei 90 minuti (e recupero). Per lui dura una vita. E
poi il suo sogno non finisce con le sue scarpe. Continua in chi verrà
dopo di lui o semplicemente in chi lo stima e gli vuole bene. In bocca
al lupo, Mister.
Pasquale
Licursi
Dopo
nove mesi ritorno in panchina per un molisano davvero special
ANDRIA – BARLETTA, la prima di Cosco
I numeri del tecnico di Santa Croce, una storia di quattrocento partite
Vincenzo
Cosco riparte dal derby Andria-Barletta, domenica stadio degli Ulivi,
con gli azzurri di casa che cercano la vittoria dopo un’astinenza che
dura dal 20 novembre (1-0 al Piacenza) e una striscia negativa di due
pari e quattro sconfitte. Per il tecnico santacrocese, in ritiro fino
all’immediata vigilia nel suo Molise, a Montenero di Bisaccia, sono
sei i precedenti in carriera contro il Barletta, quattro ai tempi del
Bojano (serie D, 1999-2001) e due alla guida del Gela (2008/09). Se in
C2 è andata male (0-0 in Sicilia e sconfitta 1-2 in Puglia con relativa
interruzione di una serie positiva iniziale di 19 turni), più positivo
è il bilancio alla guida dei bifernini.
Barletta sconfitto tre volte su quattro, addirittura due su due nell’anno
dell’unica retrocessione della sua carriera (2000/01). Il ruolino
complessivo (il dato esclude play-off e spareggi vari) è di 223
successi in 433 gare di campionato (51, 5%), 127 pari (29,33%) e solo 83
sconfitte (19,17% circa).
Se invece restringiamo il dato alle sole panchine da professionista
(114), lo score è di 42 affermazioni (36,84 %), 43 segni <x> (37,
72 %), e 29 bocconi amari (25, 44%).
La
carriera: iniziata ufficialmente nell’autunno del ’96 alla guida
della Turris, nella “nostra” Eccellenza, anche lì in
azzurro. Due successi sul campo, viziati però dalla presenza dello
squalificato De Bartolo e cancellati a tavolino. I sei punti perduti
saranno decisivi per consegnare il salto in D al neonato Campobasso di
Berardo che inizia da lì la scalata che si ferma alle soglie della C1.
La Turris degli anni 90 come Cutugno a Sanremo negli anni 80: sempre
seconda, la “prima degli ultimi”, vittima di un’autentica
maledizione per il club di Santa Croce di Magliano. Anche nel ’98
Cosco si piazza alle spalle di chi vince il girone. I numeri complessivi
però sono di livelli assoluti: 41 successi, 11 pari ed appena sei
sconfitte in due tornei, quattro soltanto sul campo, 146 gol fatti e
solo 27 subìti.
A Bojano, nel ’99, ecco il primo urrah, con 22 successi e 3
pari, cinque gli stop, 17 reti al passivo e 64 all’attivo. In
biancorosso altre due stagioni, in D, 11° e 16° posto, i bifernini
tornano in Eccellenza, e pure Cosco fa un piccolo salto indietro,
ripartendo dal Termoli. Cavalcata record in riva all’Adriatico,
solo cinque pari (bricioline di pane) lasciate per strada, il resto solo
“sì”, con un bottino finale di 80 punti.
Ad Isernia, è il 2002, dura solo cinque gare. Batte Viribus
Unitis e Anagni, perde con la Paganese, supera l’Astrea e pareggia col
Sorrento. Stop. Lascia, si dimette, anticipando la società. Troppo
forti i contrasti con l’ambiente, in particolare Antonino Pane, un
altro personaggio dimenticato troppo in fretta e che invece va ogni
tanto “riesumato” per far capire quanto siamo “bravi” in Molise
a dare la ribalta a gente così…
Qualche mese dopo eccolo a Vasto, la voglia di allenare supera
qualsiasi ostacolo, anche regolamentare. Via Pettinicchio, all’undicesima
prende il comando della situazione. Per due anni la sua casa è l’”Aragona”,
un terzo ed un secondo posto, che varrà il ripescaggio in C2.
Cerca e trova fortuna ad Atessa, con la ValdiSangro. Avanza per
gradi, proprio come chi passa uno dopo l’altro tutti gli esami: 2°
posto, poi la promozione in C2 (festeggia ancora col cappotto, a marzo
è già aritmeticamente su), infine un sesto posto, appena fuori dai
play-off.
Reputa il ciclo finito, approda alla Paganese, in C1. Perde col
Sassuolo di Allegri al “Torre” (non senza recriminazioni), fa il bis
a Lecco e non va oltre il pari contro il Manfredonia (1-1).
Un’esperienza in Ungheria, al Sopron, e rieccolo a Gela
(C2 2008/09) dove resta imbattuto per 19 gare (perde a Barletta 1-2 alla
20^ giornata) e finisce secondo alle spalle del Cosenza. Ai play off la
sua squadra non riesce ad eliminare gli abruzzesi del Pescina e finisce
pure per ricevere minacce di morte.
Lo chiama la Pro Patria al posto di Manari, in C1. Obiettivo
salvezza. I buoni giocatori non gli mancano. Melara, il portiere
Caglioni ecc ecc. Doppio confronto casalingo, batte il Como (1-0) e
pareggia col super Varese di Sannino. In tutto a Busto Arsizio, in venti
gare, vincerà 4 volte (le altre con Viareggio, Alessandria e Paganese),
otterrà dieci pareggi (tra cui in casa del super Novara di Tesser) e
rimedierà sei sconfitte, l’ultima a Viareggio. Si dimette dopo l’allontanamento
del “suo” direttore sportivo, ma in seguito ammetterà di non aver
fatto la scelta giusta e di aver dato retta all’istinto.
Il Campobasso lo chiama nell’ottobre 2010. “Non vengo per
soldi”, disse dopo aver preso il posto di Carannante (2 punti in 7
gare), in rossoblù bilancio più che decoroso. Non viene riconfermato,
ma questa l’abbiamo già raccontata mille volte. Adesso c’è l’Andria
e la salvezza in C1 da conquistare in un girone terribile ricco di
avversari di rango e di qualità.
Stefano
Castellitto |