Santa Croce di Magliano, giovedì 23 gennaio 2020

     

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Colletorto. Il culto del fuoco infiamma la festa in onore di Sant'Antonio Abate, nel cuore del paese e negli angoli nascosti dell'abitato


 

 

Colletorto. Il culto del fuoco infiamma la festa in onore di Sant'Antonio Abate, nel cuore del paese e negli angoli nascosti dell'abitato.
Così il contesto ambientale si apre a tutto campo al calore di un'accoglienza, che richiama un modus vivendi lontano. La festa è qui. Il calore del fuoco riscalda le corde emotive di tutti. Si rinnova così una tradizione spontanea di una cultura immateriale che per una volta all'anno unisce un po' tutti. E rafforza l'identità di un patrimonio d'arte che il riverbero del fuoco illumina, tra tante ombre e luci rossastre. Sono questi i colori di una festa entusiasmante che coinvolge tanti gruppi sociali, non solo a livello locale. Come vuole la tradizione, è Padre Vincenzo, parroco del paese, ad accendere il primo fuoco più vicino alla Chiesa del Battista, per portare poi la benedizione a tutti gli altri falò.
Quest'anno, tra il Borgo degli Angioini e il complesso monastico, ne sono stati composti ben quattro, enormi, dalla forma conica, come vuole il rituale di una morfologia radicata nel dogma cristiano. Il cono, infatti, è un solido che, ridotto a figura geometrica, si trasforma in triangolo, simbolo appunto della realtà di Dio, uno e trino. Dopo vent'anni di assenza, è rinato il fuoco "ncopp'a fendane". Un fuoco storico, tra i più tradizionali, che ha rilanciato, in un bagno di folla, tra canti e balli, i passaggi sonori di una tarantella tipicamente colletortese. Gli altri dieci fuochi, in luoghi più appartati, hanno fatto da cornice allo svolgimento della festa, fino all'alba del giorno successivo al 17 gennaio.
Ovunque tanta gente proveniente dai paesi limitrofi, ma anche da terre lontane. Dalla Germania sono rientrati per l'occasione gruppi di giovani emigranti. Chi ha vissuto, in primis, l'esperienza del fuoco, non riesce a stare lontano dal luogo natio nel giorno di Sant'Antonio Abate. E fa di tutto per rientrare. Il fuoco, dunque, infiamma chiunque. Volano i pensieri sempre più in alto quando le lingue di fuoco sfavillano. E danzano tranquillamente nel loro moto ascensionale. Se le "vecchie", ovvero le scintille, non faticano a salire in cielo, vuol dire che il nuovo anno sarà propizio. È il desiderio di una voce augurale sottile ed enigmatica, volta a cancellare tutto il male che in precedenza ha vissuto l'essere umano. La festa comunque in sé è positiva. Come recita un detto colletortese "A Sand'Andone nu passe de vove" significa cresce di un'ora la luce del giorno e la vita si predispone in modo migliore. Un altro detto, "A Sand'Andone tutte halline fanne l'ove", nella sua sintassi antropologica rafforza la vitalità e la fiducia in un futuro più produttivo.
Sulle ali della memoria la cultura cristiana s'intreccia a quella pagana. La frenesia del divertimento si mostra con il ballo di una maschera popolare per annunciare l'arrivo del Carnevale. Il fuoco dei "Cavalieri Angioini" ha accentuato il valore di questa pantomima per non dimenticare i dettami più genuini del passato. Nel giro dei fuochi dunque svariati scorci di ieri si rianimano. In quello del Marchese, ai piedi di Palazzo Rota, si rinnovano echi ancestrali di uno spaccato tanto caro alla storia colletortese. I momenti di festa invitano, pertanto, ad abbracciare il proprio patrimonio d'arte, per non deturparlo con interventi brutti e spiacevoli. Il piacere della festa sta in questa felice immagine di bellezza. Da oltre tre secoli va avanti così.

di Luigi Pizzuto

 

 

 

 


 


 

 

 



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