Santa Croce di Magliano, venerdì 01 maggio 2020

     

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zero maggio


Ce n'est qu'un début, note sullo zero maggio partendo da un’immagine.


 

 

Chi nelle aree urbane alle soglie dell’edonismo berlusconiano, o, dalle mie parti, all’entrata del nuovo millennio avesse pensato, solo come speculazione singolare insensata al futuro, al paesaggio di macerie del tempo presente ne avrebbe riso (e nessuno si sarebbe mai immaginato una pandemia globale capace di sospendere il tempo).
Cosa buca la nostra “nuda vita” di oggi in fatti inesorabili? La smaterializzazione della classe lavoratrice, il disgregarsi fattivo di una classe media contratta nella muscolatura borghese, un cascame della società civile imbalsamata dall’incisività perforante della formula tecnocrate della svolta autoritaria – a cui molti tendono per una consolazione interiore -
La celebrazione del primo maggio nel mio paese, anzi, quel che era, si volge francamente, brutalmente, a simbolo dell’accidentato terreno dell’oggi.
Ci viene in aiuto il tempo fotografico, quel tempo dell’immagine che Roland Barthes chiamava lo Studium, grimaldello con cui l’operatore entrava attraverso la percezione sensistica riesce a ricavare il contenuto, i dati socio-antropologici dell’immagine.
Ha un rapporto con la fotografia animistico, come rapito in un denso fumo oppiaceo. Così, chiuso nel recinto della propria abitazione, l’uomo predisposto al recupero della memoria storica, si emoziona alle speranze utopiche della fotografia.
Cosa vede nelle foto del corteo del Primo maggio a Santa Croce di Magliano? Il corpo divinizzato di Crapsi portato in processione (come la celebrazione religiosa di Giuseppe Di Vittorio a Cerignola), il drappo rosso dei ragazzi futuri a fare la rivoluzione, come il Nini, l’Eligio e il Milio de “Il sogno di una cosa” pasoliniano, e spostando l’attenzione agli uomini in primo piano cosa vede l’osservatore se non la faccia grinzosa dal lavoro disumano, i capelli grigi, la fronte rugosa. Facce spente, smorte, rosseggiate e fate rivivere solo dal colore delle bandiere della Sezione. Canaglia morsa dal lavoro, ma presi dall’unitaria misura di soggettivare e guastare la Storia.
Ora, l’uomo, chiudendosi in sé, sentirà un sincero languore di ciò che poteva essere e non è stato. Di quel mondo qualunque sia il grado di complessità è rimasto ben poco. Alcuni annienteranno la temporalità dell’immagine pensando ai bei tempi ormai fagocitati dalla vecchiaia, alcuni, mutevoli al destino, costruiranno labirinti, feritoie, si richiameranno all’altro, al suo compaesano, finalmente svuotati di ogni legame con le radici, sentiranno le voci della cosmogonia contadina, come il protagonista del romanzo di Knut Hamsun, preda delle contrazioni del proprio stomaco digiuno, “per i campi si odono accenti di vita che lotta, che sfrasca, che mormora inquieta, che si agita per non morire”.
E’ il gioco delle maschere infinite di un culto mitologico soggiogato dal tempo, e come un bisogno del conformismo penserà al fenomeno marcescente del Molise. In questo senso verrebbe da affidarci al cinema, a Il Siciliano di Michael Cimino, nella conversazione di due uomini sulle sorti della propria Sicilia: “e ora? Che succederà?” “Niente. Non succede mai niente in Sicilia.” Poco male. Una stasi completa.

Ora sta a noi, "giovani" tra la ventina e la trentina vedere la serie di possibilità delle immagini. Vi è il nero, il nulla monocratico che annulla, snatura, rovescia ogni concetto. Qualcuno condivide le singole foto nella tensione egoistica del social, qualcuno cede alla natura lirica della foto, qualcuno è umiliato, qualcuno è orrendamente comico nell’esercizio della malinconia (coloro che si fregiano della “rosa” offerta nella condivisone delle foto). Qualcuno dirà, ma proprio i ventenni e i trentenni dovrebbero assaltare il cielo, spingersi a nuovi significati, sebbene siano stati loro, i retori, gli onesti servili, i funzionari del giudizio ottimistico e positivo, a rendere con la loro futile militanza la celebrazione, che dico, la rivolta, un ridicolo feticcio borghese provinciale. Un sinonimo di primitivismo.
Compito di noi giovani è ascoltare, scorgerne le indicazioni e di svolgerle come si conviene: non dovremmo che comunicare con noi stessi nella mortale monotonia. Tutto questo tende a imporre uno schema preesistente. Nell’odierno capitalismo neoliberale i giovani vivono nell’astoricità di un tempo passato, fatto di valori condivisi, oramai crollato e la visione di un futuro tesa alla costruzione immaginativa di nuova vita, a scongiurare il terribile collasso dell’antropocene.
Il capitalismo, nella progressione della propria decomposizione, diventa una malattia biologica, dove lo sfruttato diventa lo sfruttatore, e il soggetto sarà forzatamente ingabbiato nel vincolo alienante della libertà, come scrive il filosofo Byung-Chul Han: Il neoliberalismo è un sistema molto efficace nello sfruttare la libertà, intelligente perfino: viene sfruttato tutto ciò che rientra nelle pratiche e nelle forme espressive della libertà, come l’emozione, il gioco e la comunicazione. Sfruttare qualcuno contro la sua volontà non è efficace: nel caso dello sfruttamento da parte di altri il rendimento è assai basso. Soltanto lo sfruttamento della libertà raggiunge il massimo rendimento.

Nelle datità di queste immagini, nel tempo frustrato e vano, si vive il Primo maggio, al riparo dal Virus, a cui non importa nulla delle mie considerazioni.

di Michele Paladino

 


 


 

 

 



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