Santa Croce di Magliano, martedì 17 marzo 2020

     

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storia in rete


In occasione dell'Anniversario dell'Unità d'Italia, riceviamo e pubblichiamo un progetto di Storia in Rete a cura del prof. Michele Fratino: "Il massacro di Santa Croce o di San Giuliano di Puglia?"


 

PROGETTO di STORIA in RETE.
IL MASSACRO di SANTA CROCE o di SAN GIULIANO di PUGLIA?

Prima Parte.

Nel post introduttivo del brigantaggio a Colletorto mi ero chiesto se i briganti paesani avessero partecipato all’efferato massacro dei 23 soldati della 13.ma compagnia del 36.mo fanteria del Regio Esercito avvenuto il 5 novembre 1862 nel bosco della GROTTA fra Santa Croce di Magliano e Serracapriola.

Oggi, a quel che mi è dato sapere, è ragionevole supporre che l’unico brigante colletortese che potrebbe aver preso parte all’eccidio è Giuseppe Coccaro, detto Gattarossa, il solo ad essere stato condannato in contumacia alla pena capitale, e di cui si sono perse le tracce. Il fondamento di tale supposizione lo rinvengo nella familiarità del brigante con MICHELE CARUSO, come è risultato dal processo contro Maria Pircio e dalla circostanza che tutti gli altri erano morti o erano in carcere alla data del massacro.

In quel post riportavo la testimonianza del famigerato Carmine Crocco , che partecipò allo scontro, la descrizione che ne fa e la notizia che la strage sarebbe avvenuta , a suo dire, nel bosco GROTTA, sul finire del 1862.(1)

Anche Angiolo De Vitt racconta che il massacro avvenne nel bosco GROTTA, fra Santa Croce di Magliano e Serracapriola e così lo descrive: ”Nello smisurato bosco della Grotta , che veduto dalla sommità del paese di Serracapriola, si presenta come un mare di fronzute cime di alberi, che quando vengono agitate dai venti arieggiano l’incessante avvicendarsi dei flutti […] In quel luogo si eran date convegno quasi tutte le bande brigantesche ché ivi germoglia l’erba medica ed Il trifoglio che valeva per nutriente pastura alle giumente dei medesimi; ivi infine sono capaci grotte che servono da comodo alloggio ai sanguinari partigiani della reazione borbonica[…] in quei luoghi selvosi, cavernosi ed assai estesi, il solo bosco della Grotta ha una perferia di oltre cinquanta chilometri[…].(2)

Il De Vitt, nel descrivere gli avvenimenti che portarono al massacro della compagnia di soldati, sostiene che questo avvenne il giorno 4 novembre 1862(3), come anch’io riportai nella prima stesura del post, quando non avevo ancora preso visione dei documenti e mi ero basato solo sulle fonti bibliografiche.

Giambattista Masciotta riporta che la strage dei soldati avvenne il 6 novembre 1862(4). Altre fonti bibliografiche parlano tutte del fatto d’armi come avvenuto il 4 novembre.

In realtà, esso non avvenne il 4 novembre, ma il giorno 5 novembre 1862 e, come possiamo leggere dalle testimonianze, NON nel bosco GROTTA, ma in una località molto più vicino a Santa Croce e a noi, ovvero nel macchieto o bosco “sfornito di alberi” di MONTECALVO, nel tenimento di SAN GIULIANO di PUGLIA, tanto che lo scontro finale poté essere osservato col cannocchiale dal comandante della Guardia nazionale di Santa Croce CARLO DE MATTHEIS(5). Il combattimento cominció in contrada MELANICO ma si concluse nel bosco di MONTECALVO, come risulta dalla ricostruzione del “fatto” redatta dal giudice Francesco MASELLI, il 17 maggio 1865, nel processo contro il brigante santacrocese Pasquale MINOTTI, detto CASCIONE , accusato della strage, nella prova generica e specifica, dalle testimonianze dei protagonisti del conflitto a fuoco, e di quelli informati dei fatti (i soldati superstiti, il capitano della guardia nazionale e altri cittadini).

Nell’eccidio morirono il capitano Giuseppe ROTA, il luogotenente VINCENZO Perrini, il sergente Temistocle Casini, il caporale Rocco Vitusi, i soldati Pietro Gasbarrino, Cocci Dario, Nicola Borriello, Bartolomeo Bertone, Pietro Calici, Clemente Ambrogi, Secondo Trombetta, Angelo Siggetti, Pietro Clerici, Giuseppe Micone, Gaetano Basilio, Giuseppe Rosso, Marco Cappelli, Lorenzo Muraglio, Giovanni Leghezza, Gaspero Pasero, Domenico Sardella,i carabinieri Cena Giovanni e Giovanni Pasci.

I cadaveri dei soldati furono trasportati nella Chiesa Greca e alcuni nella cappella del cimitero, distesi per terra e disposti su tre fila.

Il 7 novembre 1862, il giudice della Giudicatura di Santa Croce Giuseppe Nicola Melucci, per via orale, convocò i soldati sopravvissuti per senitirli, con l’assistenza del cancelliere Annibale Barone, sullo scontro a fuoco.

Il soldato Giuseppe Truozzolo, di anni 27, di Calitro, in provincia di Avellino, dichiarò: ”Signore, il mio capitano sig. Giuseppe Rota, nel dí cinque andante col distaccamento che teneva qui composto di trentasette uomini unito a due carabinieri qui stazionati, ci condusse alla persecuzione dei briganti che commettevano rovine nella contrada Melanico. Colà giunti, in un conflitto tenuto con quegli assassini sono rimasti vittima la maggior parte dei nostri, fra gli altri lo stesso capitano e i luogotenente. Lo smisurato numero che comparve, di circa duecento, sopraffece ogni nostra resistenza e cinque ne restammo salvi, cioè un caporale e quattro soldati. Il luogotenente fu il primo a cadere ferito il secondo fu il soldato Micone Giuseppe e che imasero presso la masseria Morgante. Vedendoci perduti il capitano che era a cavallo prese a fuggire e tutti lo seguimmo nel bosco MONTECALVO. Là i briganti ci raggiunsero ed io miracolosamente mi salvai per essermi nascosto in una macchia. Un pecoraio a me ignoto di età piuttosto avanzata mi dinotò la via e così tornai in questo comune. Non conobbi alcuno dei ladri né rivedendoli mi fiderei di riconoscerli”.

Il soldato Davide Chioldi, di anni 20, di Guanzati , Lombardia, riferì: ”Signore, i briganti in numero di circa duecento di molto superiore al nostro che era andato ad incontrarli, nel cinque di andante mese, ammazzarono molti soldati. Di trentasette soldati e sottufficiali, di due ufficiali e di due carabinieri, che partimmo per la loro persecuzione fin oggi ne siamo ne siamo rientrati cinque in questo comune, un caporale e quattro soldati. Il combattimento cominciò nella contrada Melanico dove circondati dal gran numero di quegli assassini caddero il solo luogotenente sig. Perrini Vincenzo ed il soldato Micone Giuseppe. Resistemmo per lungo tratto, ma gli assassini tutti a cavallo, ed in numero assai superiore del nostro, ci costrinsero a ritirarsi nel vicino bosco di MONTECALVO. Colà stanchi per la molta strada percorsa , quegli infami ci diedero sopra ed a colpi di fucile uccisero quanti dei nostri trovavarono. Io mi nascosi in un fosso, e così fui salvo.Diciannove cadaveri finora si sono trasportati in questo comune fra i quali quelli del capitano e del luogotenente Perrini, degli altri ancora nulla si conosce. I briganti non li ho conosciuti né rivedendoli mi fiderei a ricoscerli”.

Il soldato Guglielmo Palmieri, di anni 23, di Cava in provincia di Salerno,affermò: ”Signore, nel conflitto a fuoco coi briganti che nel cinque andante ebbe luogo con il distaccamento di cui io facevo parte, comandato dal capitano Giuseppe ROTA, furono uccisi da quegli assassini molti dei nostri. Cinque soli finora siamo rientrati vivi in questo comune. Il numero dei briganti era assai grande. Muovemmo da qui prima dell’ora di mezzogiorno, e giungemmo nella contrada Melanico dove si disse che i briganti avevano fatto dei danni la notte precedente, verso l’una. Saliti in quella contrada per una collina , osservammo cinque briganti, i quali appena vedutici, spararono un colpo di fucile.A tal segno, comparve un gran numero di briganti tutti a cavallo, dividendosi parte a destra, parte a sinistra e parte ci erano di fronte. Attaccammo il fuoco, ma resistere non potevamo a quel gran numero in confronto al nostro. Noi eravamo in tutto quarantuno, i briganti circa duecento. Retrocedemmo, ma fummo inseguiti. Dei nostri cadde prima il luogotenente ed un soldato. Sostenendo il fuoco per circa due miglia e più, e ci immettemmo nel bosco detto MONTECALVO sfornito di alberi. Lí stanchi del cammino fummo assaliti e i briganti ammazzarono quanti dei nostri incontrarono.Un brigante che mi raggiunse legommi presso una macchia, perché aveva scarico il fucile.Mi lasciò per inseguire un altro, e così me ne andai e rimasi salvo.Non conobbi chi fossero i briganti, quello che mi legò solo mi fiderei di ricoscerlo”.

Il soldato Gherubino Gallo, di anni 21, di Cirimido, Lombardia, dichiarò:”Nel conflitto coi briganti avvenuto nel dí cinque andante , il distaccamento comandato dal mio capitano sig.Giuseppe Rota, ebbe la perdita di molti uomini, perché molto inferiore di numero.Lo stesso capitano ed il luogotenente sig.Vincenzo Perrini rimasero vittima di quegli assassini. Nella contrada Melanico in questo territorio andammo ad incontrarli perché là la notte precedente commisero dei danni. Appena giunti, cinque briganti che facevano la spia spararono un colpo. Ed a questo uscirono circa duecento , tutti a cavallo.Volevano accerchiarci, mai retrocedemmo.Essi si avanzaronoe si impegnò il fuoco. Dei nostri le prime vittime furono il luogotenente e il soldato Micone Giuseppe. Sostenemmo il fuoco sempre retrocedendo e dietro lungo cammino prendemmo il macchieto di MONTECALVO. Colà noi stanchi fummo raggiunti ed i ladri ammazzarono dei nostri a colpi di fucile quanti ne trovarono.Io mi finsi morto tra gli altri cadaveri e così mi salvai.Del numero quarantuno che eravamo in tutto, un caporale e quattro soldati siamo qui tornati vivi.

Lo stesso giorno 7 novembre, il giudice, assistito dal cancelliere, con la scorta della guardia nazionale e con i soldati Chioldi Davide e Galli Gherubino, e i carabinieri Garivaghi Carlo e Storti Ferdinando, procedettero al riconoscimento dei cadaveri che giacevano distesi a terra su tre fila, nella Chiesa greca e alcuni nella cappella del camposanto.

Rilevarono che i cadaveri indossavano camicie e sottocalzoni e tutti mostravano di essere stati uccisi a colpi d’arma da fuoco.

Fine prima parte -CONTINUA

Fonti:
1) Carmine Crocco, Io brigante, Capone editore, Lecce;
2) Angiolo De Vitt, Storia politico-militare del brigantaggio nelle province meridionali d’Italia, Firenze 1884;
3)-ibidem;
4) Giambattista Masciotta , Il Molise dalle origini ai nostri giorni vol.IV; 5) AScb, processi politici.
Nella foto, concerto musicale nella festa di Sant’Elena, dipinto del pittore Lino Di Renzo.

 

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PROGETTO di STORIA in RETE. Il MASSACRO DI SANTA CROCE.

Seconda Parte.

La ricognizione delle ferite eseguita dai medici Giuseppe Mascia e Giuseppe Pilla stabilí che il capitano Giuseppe Rota era morto per una ferita all’orecchio dritto provocata da una” palla penetrata nella sostanza cerebrale e comunicante con un’altra ferita rinvenuta sulla parte laterale sinistra dell’occipite”, segno questo che il milite, vistosi perduto, si era sparato un colpo di rivoltella, come raccontano Il brigante Crocco(1) e l’ufficiale Angiolo De Vitt (2).

Il giudice, il 20 novembre, scriveva al sindaco e al capitano della Guardia nazionale chiedendo che, ai fini della formazione dell’indagine e del processo, riferissero i nomi dei malfattori “ nel modo che li [avranno appresi] dai contadini o pastori che in quel giorno aggiravansi nel luogo del conflitto “.

Sia l’assessore don Rodolfo Cocco, nelle veci del sindaco, che il capitano Carlo De Mattheis risposero che secondo la “voce pubblica” e secondo i villici la strage era opera dei famigerati capi Cerretacchio, Caruso, Di Nunzio, Schiavone e Minotti detto Cascione di Santa Croce dí Magliano.

La nota istruttoria del giudice di Larino Enrico Citarella del 7 gennaio 1863, nel delegare il giudice di Santa Croce per la formazione delle prove, elencava otto punti da seguire, fra i quali, al n. 5, “indagare se prodizione o tradimento sia da parte de’ contadini che dei militi della Guardia nazionale concorse in quel disastro o per precipitosa ritirata di essi militi quei prodi rimasti soli all’affronto del pericolo , soggiacquero vittime al maggior numero”;

al punto n. 6 :”Ricercare dalle stesse persone dei coltivatori, pastori, viandanti designati sopra i nomi de’ componenti le bande armate, i loro capi rispettivi, e se questi presero parte al conflitto”.

La testimonianza del Capitano della Guardia nazionale di Santa Croce resa il venti febbraio 1863 e il 29 aprile 1865, (questa con esame di testimonio senza giuramento) venne ritenuta dal giudice Maselli emblematica e rappresentativa di tutte le deposizioni dei molti testimoni sentiti ed intesi, le quali avevano tutte “la stessa fisionomia” e venne integralmente riportata come prova specifica.

Il capitano Carlo De Mattheis, di anni 34, nato a Santa Croce di Magliano, ivi residente, ammogliato senza prole, beni per lire 200.000, dinanzi al giudice del mandamento di Santa Croce di Magliano, il giorno 20 febbraio 1863, a domanda rispose:

“Il defunto capitano Rota è stato destinato ad alloggiare in mia casa. Posso assicurare che né prodizione né tradimento per parte di alcuno concorse al disastro in cui egli rimase vittima coi suoi soldati nel dí cinque novembre 1862.

Nel dí quattro novembre il mio garzone Francesco La Torre tornò in paese a portare l’ambasciata che i briganti volevano da me viveri e munizioni per trecento persone. Non volli mandare loro cosa alcuna.

Feci sentire allo stesso la richiesta fattami, e costui credé esagerato il numero di trecento briganti pei quali si chiedeva il vitto ed altro.

La mattina seguente ben per tempo lo stesso mio garzone Francesco La Torre con gli altri Flaviano Petruccelli e Pasquale Sebastiano ritornavano a casa con le cavezze sui bracci, dicendomi che sei briganti mi avevano ammazzati sei muli, e ferita un’asina nella masseria a Verticchio contigua alla contrada Melanico.

Si recò quella mattina in mia casa il sindaco di allora don Nunzio Maria Cocco e manifestò al capitano Rota che i briganti nella contrada Melanico erano molti.Io con gli altri di famiglia ci mettemmo ad osservare col cannocchiale le nostre possessioni e scorgemmo che quattro briganti a cavallo dalla contrada Melanico si dirigevano alla contrada Codarda sita a due miglia lontano dal paese dove erano le mie pecore.

Temendo che si recassero colà per ammazzarle, riunii un piccol numero di guardie nazionali di mia dipendenza, parte a cavallo e parte a piedi e mossi per la contrada Codarda. Fra quelli che mi seguirono vi era il tenente Annibale Pilla, Gennaro Ciavarra Furiere , Francesco Di Falco, e Policarpo Lauda.

Nello scendere in detta contrada Codarda, osservammo che i quattro briganti a cavallo ritornavano nella contrada Melanico, ed in questo mentre incontrammo Carlo Zeffiro di questo comune il quale ci sconsigliò di andare oltre, dicendoci che i briganti formicolavano nella contrada Melanico.

Poscia incontrammo pure il mio garzone Felice D’Aulisa e la moglie di Luigi Sebastiano, che dall’orso presso la contrada Melanico ritornava al paese tutta intimorita e ci dissero che era smisurato il numero di briganti.

Per prudenza retrocedei, e spedii subito il tenente Annibale Pilla a cavallo a far ritornare le poche guardie nazionali a piedi che erano rimaste indietro, onde avvisare il capitano Rota, od altra forza a non uscire dal paese.

Eravamo giunti a meno di un miglio dal paese, quando incontrai il capitano coi suoi soldati, ed in sua compagnia don Adamo del Gatto di questo Comune. Pregai il capitano a retrocedere, ma furono vane le mie parole e quelle degli altri individui del mio seguito: procedé ostinatamente la sua corsa.

Don Adamo del Gatto ritornò al paese, ed i soldati con due Carabinieri, a circa il numero di quaranta seguirono il capitano. Tornato in paese mi misi alla vedetta col cannocchiale per osservare i movimenti della truppa, e quelli dei briganti.

Appena sormontata la collina di Melanico, osservai che i soldati correvano intromettendosi nella parte boscosa a far fuoco. A questo feci subito andare in giro il tamburo per il paese, onde riunire la guardia nazionale e suonare la campana a storme per chiamare all’armi il popolo. Quindi col sindaco sig. Nunzio Maria Cocco alla testa di un centinaia di guardie nazionali siamo corsi per giungere alla contrada Melanico, ma nello scendere osservai l’immenso numero di briganti a cavallo che inseguivano i soldati verso il bosco detto Montecalvo, tenimento di San Giuliano di Puglia. I briganti colà fecero la strage dei soldati: essi superavano il numero di duecento.

Situai la forza di mio comando su di una collina onde non poter essere assalita, e feci tirare dei colpi benché fossi fuori tiro.I briganti si dileguarono”.

Il giorno 29 aprile 1865, a Santa Croce di Magliano, dinanzi allo stesso giudice, il capitano Carlo De Matteheis faceva i nomi di quelli che secondo la “voce pubblica” erano i fiancheggiatori e i Manutengoli dei briganti. Tutti i nomi riferiti sono anche quelli riportati da tutti gli altri testimoni sentiti. La deposizione così concludeva:”

Per voce pubblica appresi che cinque comitive di briganti si erano riunite nel dí cinque di detto mese nella contrada Melanico e che esse erano comandate dai capi Michele Cerretacchio, di Torremaggiore, Michele Caruso anche di Torremaggiore, Nunzio Di Pardo di Macchiagodena, Pasquale Minotti alias Cascione di questo Comune ed un tal Schiavone, di cui si ignora il nome e la patria”.(3)

Nella descrizione del “fatto”, il giudice Maselli,a proposito della partecipazione di briganti locali all’evento criminoso, ha scritto: ”tutti gli individui che si trovarono nelle vicinanze al luogo del conflitto non hanno saputo precisare se tra i briganti vi fossero stati i paesani Annibale Morgante e Pasquale Minotti alias Cascione; ma però dicono che nei giorni precedenti e susseguenti a quello della strage i due suddetti briganti erano per queste campagne.Come pure non hanno saputo indicare gli altri briganti.”

Altri particolari interessanti emergono dalle testimonianze di Gennaro Ciavarra e di Don Adamo del Gatto.

Invero il primo racconta che il capitano Rota “non volle alcuna guida perché era sdegnato nel sentire che volevamo farlo retrocedere e fece ritornare anche don Adamo Del Gatto che si era unito a lui“ e conclude che “nessun tradimento poté concorrere a quel fatto”; il secondo“ che il capitano Rota sia che credé esagerata la cifra dei briganti sia che si fidava molto del suo coraggio non volle retrocedere, dicendo che con quaranta dei suoi avrebbe affrontato qualunque numero di briganti. Mi offrii a seguirlo come guida , ma lo stesso signor Rota non volle dicendo: la guida non mi serve pei boschi, ma per la campagna la guida me la fo io”.

Pasquale Minotti, alias Cascione, statura giusta, fronte bassa, occhi neri, naso profilato, mento ovale , capelli neri, sopracciglia nere, barba nera , viso tondo, colorito Bruno , ammogliato con prole , nullatenente, illetterato, si costituì volontariamente perché stanco, come disse, “della vita anomala”.

Nell’interrogatorio del 28 aprile 1863, dinanzi al giudice del Circondario di Larino Enrico Citarella ha ammesso di essersi dato al mestiere del brigante ma ha negato ogni addebito.

Il 18 ottobre 1867 fu condannato , con sentenza divenuta esecutiva il 24 settembre 1869, epoca del rigetto del ricorso in Cassazione, alla pena dei lavori forzati a vita, alla perdita dei diritti politici, alla interdizione e solidalmente al rifacimento dei danni ed alle spese di giudizio, per i reati di Omicidio volontario accompagnato da gravi sevizie, incendio volontario, grassazioni, tentata estorsione ed estorsioni violente, tutti reati commessi in associazione di malfattori.

La stessa condanna del 18 ottobre 1867 e divenuta esecutiva pari data, con i medesimi reati, fu inflitta a Annibale Morgante, nato il 5 giugno, 1834 a Santa Croce di Magliano, statura alta, fronte bassa, occhi cervoni, naso filato, bocca grande, capelli neri, sopracciglia nere, barba folta, viso lungo , colorito naturale, celibe, nullatenente, analfabeta.

Nell’interrogatorio del 10 marzo 1863, dopo essersi costituito, dinanzi al giudice Maselli, ha dichiarato di non aver partecipato all’eccidio dei ventitre soldati e che della sua banda, quella comandata da Pasquale Minotti, il solo ad avervi preso parte fu Antonio Porrazzo alias “Buciardo”.

Non mi pare di far la scoperta dell’acqua calda , se affermo che , visti i resoconti e le testimonianze, l’accusa rivolta da Angiolo De Vitt alla popolazione di Santa Croce “di aver presenziato l’ineguale pugna e non era accorsa in aiuto dei [...] soldati soccombenti”, mi sembra un tantino esagerata ed ingiusta.

A tal proposito, tante sono le circostanze e i fattori che si dovrebbero esaminare, ma ciò esula dal fine di questo post.Ci si potrà tornare sopra in un altro contesto e con una messe di riferimenti storici più adeguata.

Quanto poi alla questione ben più degna di essere studiata, se l’episodio si inserisca in una condizione di grave frattura e contrapposizione nella popolazione di Santa Croce fra la reazione borbonica ed il sostegno al nuovo ordine politico in via di affermazione,come pure è stato detto, ciò implica l’utilizzo di fonti e strumenti d’analisi, sia narrativi che documentari, non in mio possesso, almeno non per il momento.

È una questione appassionante, soprattutto per chi è mosso dal sincero desiderio di “verità storica” e non dalla volontà di fare un abuso dell’uso pubblico della storia.

Fonti:
1) Carmine Crocco Io brigante ,Capone editore , Lecce , pag. 86. Crocco racconta inoltre che sostenne l’attacco della compagnia “rafforzata da 100 uomini della Guardia nazionale , ma sappiamo che questo non è vero, perché la milizia non prese parte al conflitto a fuoco, come abbiamo visto dalle testimonianze; è vero invece che i cadaveri furono “spogliati e depredati”;
2) Angiolo De Vitt, Storia politico-militare del brigantaggio nelle province meridionali, Firenze 1884;
3) Ora noi sappiamo che si trattava del brigante Giuseppe Schiavone Di Gennaro detto sparviero di Sant’Agata di Puglia, secondo alcuni brigante più umano degli altri, entrò in relazione con Crocco e Caruso; ASCb , processi politici.

Nella foto, la lapide posta a ricordo dei soldati del 36.mo Fanteria uccisi, nel cinquantennio della sua ricorrenza a Santa Croce di Magliano.

 

 


 


 

 

 



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