Santa Croce di Magliano, giovedì 08 ottobre 2020

     

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il ragno nero


Santa Croce di Magliano. In memoria di Vincenzo Iantomasi: il portiere della Turris negli anni 60/70.
Il ricordo di Pasquale Licursi tratto dal libro Dal marciapiede al cuore: "Il ragno nero"


 

Oggi ha smesso di respirare una leggenda della Turris, Vincenzo iantomasi, il portiere. E anche io un po'....

***

Per me la vita comincia dopo, esattamente dopo l'ultimo respiro e comincia esattamente quando abbiamo davanti un percorso e una vita da raccontare. Per me il portiere è stato un sentiero e un sogno di bambino vero. E un sogno non lo cambierei con nessuna cosa al mondo, perchè sogno è e sogno resterà fino alla fine dei miei giorni.

(dal libro "Dal marciapiede al cuore")

Il ragno nero

Era un tempo che il calcio per noi ragazzi era tutto. Si andava al campo e si giocava col pallone di cuoio duro, quando avevi la fortuna di trovarlo dimenticato da quelli della prima squadra. Scarpette così e pietre e terra.

Quando non si andava a scuola si cominciava al mattino e si finiva la sera. Alcuni venivano col vestitino della festa, altri come capitava. Quelli col vestitino dopo un po’ sembravano muratori e polvere e sudore copriva quel bianco immacolato. C’era un capo che faceva le formazioni e si giocava. Alla fine, stremati, si decideva di calciare 5 rigori a testa e vinceva chi ne segnava di più. Il martedì e il giovedì erano gli allenamenti della prima squadra che giocava in prima categoria campano-molisana. Molti di loro venivano da Foggia, pochi i locali. Per noi erano giorni di festa.

Il centravanti sembrava un bufalo arrabbiato e calciava con la forza di un leone. Ci si metteva dietro la porta e si aspettavano i tiri fuori per raccogliere la palla e ripassarla ai calciatori. Un evento poter rilanciare quei maestri, una gioia infinita. Sempre in ritardo e a piedi arrivava il ragno nero, il portiere. Appena lo vedevamo scendere in campo noi ragazzini gli andavamo incontro a festeggiarlo e lui ci salutava con quelle mani grandi da predestinato. “Guarda c’è il portiere” dicevamo e tutti a festeggiarlo. Vestiva sempre con una divisa tutta nera e aveva tutto per diventare un professionista.

La testa no. Era convinto che quel gioco non facesse al caso suo ed era ancora più convinto che non sapesse parare. In molte occasioni importanti si rifiutò di scendere in campo e nei provini che gli procuravano diceva che non se la sentiva di parare. Ma aveva la poesia dei portieri dentro.

Alla domenica tutti andavano al campo e tutti, al vederlo, lo salutavano e applaudivano. Giocava così, per divertimento. L’allora Presidente si dannava l’anima ma niente.

Era più forte di lui. Alternava partite eccezionali e papere colossali. Diceva sottovoce che chi ama far tardi la sera non può giocare alla domenica. Sarebbe meglio spostare al lunedì, si è più freschi e riposati. Ma qui nessuno ha dimenticato quel ragazzone che parava. Un mito di sicuro. Sembrava trovarsi lì per caso ed era bello vederlo passare sotto la tribuna mentre con lentezza raggiungeva la porta e salutava. Io ero lì, dietro la porta. Raccoglievo palloni e lo vedevo spostarsi, mentre rinviava, parare un rigore. I miti nascono così, quasi per caso. Mi piaceva già da allora quella sua lentezza strana, quel suo non prendersi sul serio e quella sua capacità di non capire che un Dio superiore gli aveva offerto possibilità illimitate. In fondo ha sfidato il suo destino che mentre altri riuscivano a leggere benissimo, lui si ostinava a non capire.

Visse e vive al di fuori del suo destino, come quei medici che lasciano le case e vanno via lontano per curare gli appestati. Quella maglia nera e quei pantaloni appesi sono una dannazione. I normali dicono che se avesse voluto avrebbe di certo giocato in serie A, con squadre importanti e fatto soldi.

A lui questa cosa di far soldi, forse, non è mai piaciuta davvero. A lui piaceva girare nella notte, far tardi con gli amici e magari bere qualcosa al bar e una sigaretta. L’allenatore si dannava e lui gli sorrideva, come si fa coi padri indiavolati per i figli maleducati. Io lo ricordo sempre uguale, con voce bassa quasi per paura di disturbare e all’angolo del corso che fumava.

Al mattino il dirigente incaricato andava a casa per svegliarlo e lui ancora a letto si alzava controvoglia.

Bisognava partire per la trasferta. Arrivato lì pensava alle tante ore di sonno perse e si stirava. Che folle, pensavano in tanti. Per me ora è quello che è proprio per le sue strane abitudini e ancora oggi, dopo trent’anni, chi è nato qui lo ricorda per quel suo carattere. Era fortissimo. Il più forte di tutti. Ma a lui non interessava. Gli piaceva la vita così e basta. Ora torna qualche volta e saluta amici e tutti gli altri. E tutti lo salutano perché gli vogliono un gran bene. Ed è ancora così. Con quel passo lento e schiena in avanti. Sembra non aver mai smesso di giocare. Sembra ancora che stia attraversando il campo per raggiungere la porta. E forse è davvero così. Sta ancora attraversando il campo per raggiungere la porta. Grazie anche a lui ho vissuto una adolescenza felice e sognata. Ho sentito battermi il cuore.

E son felice così.

Pasquale Licursi

 


 


 

 

 



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