Santa Croce di Magliano, venerdì 24 dicembre 2021

     

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recensione


Saggio di Michele Castelli e Giovanni Mascia sull’opera omnia di Iacobacci


 

Una perla della letteratura molisana che varca a pieno titolo i confini regionali. “Il poeta del Molise. Vita e opere di Nicola Iacobacci”. E’ questo il titolo di una pubblicazione di ampio respiro scritta da Michele Castelli e Giovanni Mascia, pubblicata recentemente dall’Editrice Lampo di Campobasso.
Si tratta di una brillante e dettagliata analisi critica di due professionisti legati all’autore da vecchia data. Solo nell’autunno del 2021, a tre anni dalla morte del poeta, avvenuta a Campobasso il 19 maggio 2018, è stato possibile pubblicare questa antologìa critica delle opere di Nicola Iacobacci, concepita a suo tempo come omaggio in vita. “Uno studio esemplare per un poeta esemplare” precisa nella prefazione lo studioso Giambattista Faralli. Il rigore dell’indagine, svolto nei dettagli con competenza professionale e una lucida analisi critica, viene senz’altro assicurato in questa eccellente monografia costituita da 475 pagine. Il libro sugli scritti di Nicola Iacobacci coglie senza dubbio l’essenza intima di una letteratura meridionale che porta in grembo la realtà del Molise nel suo lentissimo divenire.
I risultati di questo importante lavoro indubbiamente sono sorprendenti. Nell’impianto dell’opera omnia emerge a chiare note una voce culturale di alto profilo che consegna le tante poesìe di Nicola Iacobacci al tranquillo mondo dell’eternità. Iacobacci è il poeta del Molise. Non solo. Ma è anche maestro di poesia capace di cogliere, in una prospettiva estetica di natura sublime, ogni dimensione reale accarezzata dalla luce dell’anima. Nei suoi libri di varia natura incide scene forti tra non pochi messaggi reali. La parola scolpisce immagini, persone e fatti. Le esperienze vengono vissute in prima persona nella sua terra che non smette mai di amare. Naturalmente sono piene di pathos, di energia e di afflato lirico. Espresse con un linguaggio straordinario che, senza indugio, apre il sipario sull’essenza nascosta della vita, degli uomini, delle cose, del contesto ambientale. La narrazione dell’io si svolge serenamente in una cornice indimenticabile. Con elementi altamente lirici Nicola Iacobacci recupera brillantemente l’articolazione di questo mondo. Ed è qui che palpita il suo contesto di vita animato da una complessità esistenziale dove ognuno è sottoposto al giudizio del tempo.

Nicola Iacobacci (Toro 1935 - Campobasso 2018) all’insegna dell’arte espressiva più felice interpreta serenamente questo cammino. Nonostante i colpi più forti che riserva la vita. Lo studio puntuale e ben riuscito di Castelli e Mascia, con un tratteggio ricco di note, di testimonianze, di riferimenti e di approfondimenti, progressivamente dà luce alle stanze più oscure dell’intimo.
Giovanni Mascia (Toro 1952) studioso di storia, letteratura, dialetto e tradizioni popolari del Molise, ha firmato articoli, saggi e diversi volumi. Insieme a Michele Tuono nel 1988 ha fondato e animato la rivista “Sannitica”.
Michele Castelli (Santa Croce di Magliano 1946) risiede in Venezuela dal 1970. Professore emerito dell’Università Centrale di Caracas, è specializzato in fonetica, dialettologìa e glottodidattica italiana e spagnola. Ambasciatore dei Molisani nel Mondo, riconoscimento conferitogli dalla regione Molise nel 2017, è autore di una ventina di volumi. Porta nel cuore la sua Santa Croce.
Ad ognuna delle opere in elenco nell’indice è dedicato un capitolo del libro. Ad eccezione delle tre raccolte giovanili e degli altri scritti che costituiscono il ventunesimo capitolo. Tanti capitoli, dunque, quanto il numero dei libri pubblicati da Iacobacci. In tutto venti di svariata natura. Il primo capitolo racconta la vita in un contesto di un passato ricco di vigne e di olivi, sconquassato da terremoti disastrosi. Si tratta di un Viaggio per lo Contado di Molise, ancorato ai dettami della Chiesa, delle feste e delle tradizioni toresi, in progressiva dissoluzione della proprietà terriera in piccoli poderi. Da parte delle famiglie gli sforzi sono enormi per sfuggire alla stato di miseria. In questo contesto emerge la figura del padre che aveva ereditato da suo padre il mestiere di calzolaio. Nella sua bottega, tra una risuolatura e l’altra, recitava a memoria il Guerin Meschino incantando i clienti con la bocca aperta. Il Guerin Meschino è il titolo di un romanzo di Andrea da Barberino, cantastorie, nato nel 1370. Il romanzo all’epoca era popolarissimo tra le classi povere appena alfabetizzate. Immancabile pertanto in ogni biblioteca di famiglia. L’amore di Iacobacci per la poesìa è forte. Anche se è cosciente che Carmina non dant panem. Nonostante le difficoltà non abbandonerà mai il rapporto viscerale con la propria terra. “Non lascerò il Molise/trafitto da occhi dolenti di madri/questo sole che abbruna gli ulivi/m’inchioda alla terra degli avi/ che pascolavano greggi ai tratturi/intrecciando canestri/per gli agnelli appena nati/il mio Molise/con le donne che cercano fragole ai boschi/e portano scarpe di gomma/nei giorni di pioggia”. “L’Orma sull’asfalto” è il primo volume di poesie. Qui la voce della poesìa è consacrata a pensieri sublimi. Si rifiuta di tornare al suo stato di miseria. “Non voglio tornare sui miei passi/ per rivivere l’umile storia/ dei miei giorni/ non ha senso il passato/ se tutto s’addormenta/ su fresche ali d’allodola”. In “Sotto il barbacane” la trama delle immagini diventa fittissima. E’ sanguigno il linguaggio del cuore quando tutto vacilla. In La pietra turchina si rafforza l’identità della sua poesìa. Resiste la fede. Serpeggia la realtà di un Molise povero dove non si può cambiare il volto della vita. Nel settimo capitolo possiamo leggere in Frammento una poesìa squisita. “La bambina assaggia le lacrime/ sulla piega della labbra/ e in quel vago sapore/ dimentica il motivo del suo pianto”. Il diavolo senza corna è la lirica invece che dà il titolo all’omonima raccolta. E’ impensabile un diavolo senza corna. Eppure esiste. E’ un povero diavolo dal volto smunto simile ad un povero contadino. La copertina di questa immagine poetica si deve a Pasquale Napoli, scultore molisano che, tra l’altro, ha scolpito per la Sala Consiliare di Colletorto gli stemmi del Comune e della Città dell’Olio. Nella silloge Il lucchetto cifrato risulta interessante il giudizio di Orazio Tanelli, il quale inserisce Iacobacci nel coro dei grandi lirici italiani. Il pensiero del Tanelli stride sul limitato senso del tempo che spazza via ogni esistenza. “Il tempo cancella la memoria e relega nei cimiteri generazioni che hanno lottato e sofferto per guadagnarsi la vita”.
Nella seconda parte del saggio, con La tela dei giorni, Mascia e Castelli iniziano l’indagine minuziosa sull’esperienza narrativa. Si sottolinea il carattere autobiografico. Il ritorno alle proprie radici, a Toro, in un piccolo paese del Sud. Anzi in un vicolo, Calata Pozzilli, dove la vita nel ritmo dei giorni spesso è monotona. Quest’angolo remotissimo, ombelico di ogni vita, “forse non è nemmeno Sud. Nemmeno Molise”. La prosa è ricca di sfumature poetiche che rendono vivaci le voci e le tante esperienze di ieri. Dai monologhi Le radici del silenzio a La parabola del volo, L’unghia incarnita, Hàmichel, fino agli ultimi capitoli dedicati a L’albero dei briganti e a Il marchio sulla guancia, il linguaggio è chiaro, limpido e scorrevole. La prosa è ricca di note storiche, bibliografiche e di spunti educativi. I riferimenti sono curati nei dettagli. Disegnano un bel pezzo di storia culturale del nostro Molise. Ogni singolo capitolo incuriosisce. Giovanni Mascia e Michele Castelli, in definitiva, hanno scritto una monografia pregevole e di valore. Dove c’è tanto sapere. Che consente al lettore di viaggiare felicemente nel mondo della poesia e della narrativa.

Luigi Pizzuto

 


 


 

 

 



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