Santa Croce di Magliano, martedì 12 gennaio 2021

     

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l'articolo


Centenario della morte di Raffaele Capriglione


 

TRAGICO CAPRIGLIONE
un uomo solo nobilitato dalla poesia

di Michele Paladino

Se si era alle elementari o alle medie, non ricordo: ero distratto. I miei ricordi d’infanzia si fermano a una sola immagine; a dire il vero, si coagulano in una sola figurazione, ovvero, la lanugine del sole che entrava densa, crudele da un vetro appannato. Per me, questa luce, che si proiettava sui muri, sul pavimento o sulla lavagna era materia arcaica, pulsante nel suo essere cosi, insomma, vitale. No, ogni scusa era buona per divagare nei territori inesplorati della deconcentrazione. Vi starete chiedendo se questo ora vorrà parlare della sua precoce e mai sopita tendenza alla divagazione o di altro, non proprio, o forse si: la maestra compulsava i versi martellando dura sui distici rimati, accompagnava alcune parole con uno slancio morbido, enfatico, credo fosse un modo per tenerci agganciati al testo. Erano versi sacri di un rustico Apollo, di un poeta che aveva il “profumo” impastato dei fiori sfatti nell’afrore spiritato delle deiezioni. C’erano tanti nomi remoti, personaggi divertentissimi che quasi sembravo eroi contadini disinteressati agli onori, un gusto verso il tenace germe realista. E’ di lui, Raffaele Capriglione, che voglio parlare. Saranno poche e slacciate considerazioni, senza l’iniziale interferenza della mia sterile anedottica.

Capriglione fu un uomo dalla vita sontuosa e miserabile, fu un uomo solo nobilitato dalla poesia. Un poeta che suscita in noi, anche nell’uomo più disincarnato e scettico verso le dinamiche socio_culturali del paese, un misurato rispetto. Capriglione è stato il primo scrittore in area molisana a drammatizzare la poesia, e non solo, fu il primo poeta nell’isola letteraria molisana a teatralizzare la realtà di archetipi antropologici. Si sa, la poesia del Novecento molisano ha vissuto di un dio proprio, il dio della solitudine. Ma il dialetto, citando Agamben, vive di elementi sorgivi. Capriglione ebbe una larga e viva sensibilità verso le condizioni di subalternità dei contadini, da cui trasse linfa nell’attenta osservazione dei conflitti psicologici fra gli individui del suo paese. Come ci hanno insegnato, o forse deviato, chissà, le opere di Emile Zola e Balzac, i comportamenti umani non sono che il corollario di una serie di mostruosità che divorano tutto, senza battere strade oblique, la deformità, la palude di odio e ipocrisia è l’uomo stesso. Molte volte vediamo nei poeti relegati in un passato folklorico una visione ideologica, come se li riponessimo in un astuccio dai caratteri stereotipati, e questo forse è sbagliato, la partecipata sensibilità di Capriglione muove da un sentimento tragico, incestuoso nei caratteri egoistici delle plebi che lui ha descritto con una grazia organica, quasi espressionista, invidiabile. Capriglione per alcuni tratti mi ha ricordato un pacato, secco, spoglio, Buchner, l’autore di uno dei più grandi drammi del Novecento, La morte di Danton. E’ nell’incestuosità dei personaggi il tragico di Capriglione, nel fremito delle carni malate e piagose, che lui, con devozione francescana, curava a sue spese. Un elemento che ritorna nella sua opera sono i segni della vita disposti in molti casi in una sequenza diretta verso il basso materiale e corporeo, la carne e il ventre, in questo Capriglione è stato profetico: il mangiare, il bere erano presenti nella cultura popolare molto prima degli chef stellati oggi osannati dagli italiani come delle rockstar da stadio. Riempire e svuotare, svuotare e riempire, e defecare. Come scrisse Bachtin, la figura professionale del medico si confronta con il Mondo in misura maggiore dello scrittore. Il medico ha da confrontarsi con la nascita, la formazione, l’agonia, la sofferenza e poi la morte. Capriglione non ha avuto che una ricompensa, il riso di una vecchia commedia umana, la sua, così chiassosa e bagnata di lacrime.

Spero di aver persuaso quei pochi sventurati lettori che non sono ostaggio di invidie e gelosie, a rileggersi l’opera di Capriglione: anima puerile dal fondo tragico.

 


 


 

 

 



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