di Michele Pirone
LA CHIAVE AL COLLO
La figura dell'emigrato, nel Paese di origine, viene
rappresentata in una falsa luce. Una stonatura. Specialmente di quelli che
immigrarono in Nord-America, si pensa che abbiano accumulate tutti favolose
fortune; come se qui i dollari si ramazzassero per le strade. "Soldi con la
pala " è un modo dire ed è, forse, anche vero; nel senso che la pala non
serve per raccogliere danaro, bensì per far sopravvivere spalando la neve o
scavando la terra!
Il personaggio tipico dello " zio d'America ", viene associato, per
errata analogia, ai grossi capitalisti; come se ogni povero Cristo sbarcato
oltre oceano, dovesse diventare, per effetto di magia, un petroliere texano od
un ricco armatore.
E quando l'immigrato ritorna al Paese di origine, con un "biglietto
escursione 22-45 giorni", o con un viaggio di gruppo charter, la sua
apparizione non fa che avvalorare il convincimento preconcetto che si son fatto
di lui. Gli è che non sanno, al paese di origine, che quel biglietto gli costa
lunghi sacrifici e sudati risparmi; sempre che, addirittura, non abbia dovuto
sobbarcarsi ad un pagamento rateale, ad un " piano di credito " con
una banca, per saldarne il costo.
Al paese di origine non immaginano che qui l'immigrato deve lavorare tutta la
vita, per pagare le rate del "duplex"; perché se ha la fortuna di
avere un certo numero di figli, non gli sarà facile ottenere un appartamento in
locazione. Così egli sarà proprietario per forza, contro la sua volontà, e
dovrà pagare tante tasse, compresa quella scolastica anche se non ha figli che
frequentino scuole, poiché qui le tasse sono a carico dei proprietari.
Ma per pagare le rate e le tasse, oltre che per provvedere al sostentamento
della famiglia, il suo lavoro non basta; per cui dovrà lavorare anche sua
moglie.
Al paese di origine la moglie non lavorava, perché lì le mogli si occupano
delle faccende di casa; ma qui è necessario il loro contributo
economico al menage familiare, che ha una importanza prioritaria rispetto alle
faccende di casa.
E così, al mattino, il marito va al lavoro, la moglie va al lavoro, i figli
vanno a scuola. Quando la lezione sarà finita i figli torneranno a casa; ma non
vi troveranno i genitori, che sono ancora al lavoro. Se hanno fame, non avranno
che da aprire il frigorifero, nel quale è custodito il rifornimento
settimanale, fatto al "supermarket", tra il venerdì e il sabato.
Ve ne sono di piccolissimi, ai quali non si può nemmeno affidare la chiave di
casa, senza il rischio che la perdano: a questi i genitori la legano al collo.
Invece della catenina d'oro, con l'immagine di un santo, come negli altri Paesi
del mondo, qui i bambini hanno al collo un nastro di stoffa, con la chiave
infilata.
Se sosti al mattino dinanzi ad una scuola, li vedi arrivare, questi piccoletti,
uno dietro l'altro, con una grossa cartella e la chiave al collo. Ti passano
dinanzi, con lo sguardo spento, come schiavi alla gogna.
La chiave al collo del figlio, è il prezzo più alto che l'immigrato sia
costretto a pagare, per la sopravvivenza, alla nostra epoca consumistica. Essa
è il simbolo del sacrificio, della soggezione, della rinunzia.
indice Racconti degli Emigranti a cura del sig. Minotti
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