di Michele Pirone
NOSTALGIA DEI
GRILLI
Questa notte a Montréal, nel mio giardino, ho visto le lucciole.
Li ho visti, questi piccoli insetti, con le loro cellule fotogene, minuscoli
riflettori intermittenti, rischiarare attimi di tenebre. E mi sono balzati alla
mente momenti felici della mia fanciullezza, quando le rincorrevo, le lucciole,
al crepuscolo, sull'aia dei nonni, dopo una giornata di trebbia; o quando ne
seguivo il volo zigzagante, a notte fonda, attraverso i loro segnali di luce,
sdraiato sui covoni.
E ho riavvertito l'odor forte dei culmi falciati di fresco e staccati dalla
stoppia; risentito il malinconico canto dei mietitori bruciati dal sole; lo
scalpitio degli zoccoli di cavalli, che giravano in tondo sull'aia, a calpestar
le spighe per farne uscir le cariossidi.
E ho rivisto nonno Giovanni, sdraiato accanto a me sulla paglia, a raccontarmi
favole. Non fantasiose storielle di maghi e di fate, di improbabile valore
educativo; ma fatti realistici, deamicisiani, da libro "Cuore".
Aveva un animo nobile, nonno Giovanni, e un carattere sensibile che la vita dura
dei campi non era riuscita a inasprirgli, per cui si commuoveva al minimo
stimolo, e qualche lacrima non tardava a sgorgargli dalle ciglia.
Nonna Cristina, invece, era più temprata ai disagi e alle avversità
ricorrenti. Non fosse stato per lei, più attenta all'amministrazione delle loro
povere risorse, il nonno avrebbe dato tutto ai più bisognosi, fino a non poter
più sbarcare il lunario.
A me, nonna Cristina, voleva un bene dell'anima. Mi porgeva l'uovo fresco dalla
gallina appena covato, i fichi colti dall'albero nell'orto, la caramella
acquistata in piazza dal "sale e tabacchi" di Geremia, stornando i
centesimi occorrenti, dal magro bilancio familiare.
Era l'epoca, quella, del grande esodo emigratorio, e il paese si era svuotato,
come la tasca di un pantalone rovesciata. I giovani e gli uomini validi
abbandonavano la terra per inerpicarsi sulla traballante passerella di una nave,
che li conducesse oltreoceano. Lì li attendeva una vita stressante, altrettanto
dura e forse più; poiché in aggiunta alla fatica vera e propria, c'era un
clima più inclemente da affrontare, una lingua sconosciuta da parlare, una
società ostica, di differenti cultura e tradizioni, alla quale appartenere.
Nonno Giovanni, no; non era voluto andar via. L'espatrio, per lui, voleva dire
tradire la terra, quella terra argillosa e pietrosa del suo paese, nella quale
allignava più gramigna che grano; ma che, per quanto ingenerosa, gli aveva pur
dato da vivere. Egli non avrebbe mai lasciato le rocce improduttive della sua
poca terra, per respirare il fumo delle ciminiere, o per coltivare il giardino
dei ricchi in America.
Ed è così che, mentre duemila e passa dei suoi compaesani, si erano sistemati
a Princeton nel New Jersey, e altri ancora in Canada e in Argentina, egli era
uno dei trecento esseri viventi (compresi le pecore, le galline e gli altri
animali domestici) che erano rimasti in paese.
Tutti questi pensieri, questi ricordi, questi fatti di vita vissuta, riaffiorati
dal subcosciente, mi sono scorsi in un istante dinanzi agli occhi, in
vertiginose sequenze, al vedere le lucciole in giardino.
Il mio giardino…
Nel mio giardino ci sono anche uccelli di ogni specie che svolazzano,
nidificano, cinguettano: passeri e pettirossi, storni e fringuelli, corvi e
cornacchie, picchi e cardinali. Perfino gabbiani!
Ma non vedo una rondine, il "balestruccio" rossiccio, dall'addome
bianco, dalla coda forcuta, che ricorda l'Italia e le sue primavere in arrivo.
L'erba del mio giardino, come quella dei vicini, come quella di tutti i giardini
del Canada, è ben curata, concimata, rasata. Ma su quell'erba da "prato
inglese", che sembra quasi artificiale, non saltellano grilli. Tra le voci
del giardino, manca il loro "cri cri".
Ecco: è questo ciò di cui sento, con nostalgia la mancanza: le rondini, i
grilli.
indice Racconti degli Emigranti a cura del sig. Minotti
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