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I RACCONTI DEGLI EMIGRANTI SANTACROCESI


di Michele Pirone

Ho incontrato un connazionale, molto anziano, qui residente da vari decenni.
Discorrendo del più e del meno, mi ha detto: « Io sono grato al Canada che mi ha offerto una vita migliore: il frigorifero e l'automobile, una casa di legno ben riscaldata. Al mio paese, nel Molise povero di un tempo, tutto ciò non l'avrei mai posseduto; e la casupola nella quale abitavo da ragazzo, di pietra viva, era gelida, malgrado il fuoco che scoppiettava nel camino ».

A questo punto ha fatto una pausa. Un tagliaerba in funzione nei pressi, con il suo stridore metallico, rendeva più aspre le sue parole; un odore di arrosto alla brace, saliva in fumo verso il cielo.

Eppure - ha ripreso a dire - il mio paese è quello. Sognavo di tornarvi, un giorno, per viverci l'ultimo scorcio di vita; ma non mi è concesso.
Spero ora di riuscirvi, da morto, per riposare per sempre in quel piccolo cimitero di campagna.
Perché è quello il mio paese. È lì che sono nato, sono lì le mie radici ».

In fondo l'Italia è la patria dei nostalgici. Tutti gli emigrati, di qualsiasi nazionalità, chi più e chi meno, soffrono per la lontananza e per il traumatico impatto con la realtà sociale del paese di accoglienza:
« Il trapianto da una civiltà ad un'altra - scriveva Prezzolini - è la prova più terribile che possa affrontare un uomo ».

Ma il vero disagio dell'emigrante, è certamente più di questo. L'italiano, più che ogni individuo di altra nazionalità, ha un temperamento emotivo ed è, perciò, un nostalgico inguaribile. È probabile - come l'uomo che ho incontrato - che egli viva per decenni in un paese straniero; ma non reciderà mai il cordone ombelicale con la madre patria, né intaccherà la sfera affettiva che lo lega ai suoi cari, al suo ambiente, alla sua terra.
E anche se il suo paese di origine gli ricordi una vita grama, di stenti e di rinunzie, è pur sempre il luogo che esercita su di lui un fascino irresistibile, il miraggio dell'oasi nel deserto, la calamita che lo attira durante tutta la sua vita o anche - se il progetto del ritorno fosse irrealizzabile - per dopo la sua morte.

Forse il suo paese non è più quello che egli ha lasciato; sicuramente non è più come lo lasciò. Probabilmente anche lì il progresso avrà impresso la sua impronta di ammodernamento e forse, al tempo stesso, di degrado. Forse è ancora il luogo in cui - come diceva Ungaretti - si sta come d'autunno sull' albero le foglie». Ma il suo paese è quello; non il Canada, non gli Usa, non l'Australia.

Charlie Chaplin, anch'egli "emigrato", disse un giorno della sua Inghilterra: «Quando vado a Londra, nel quartiere povero dove son nato, l'odore dei fagioli mi commuove».

Charlie Chaplin, si sa, era un poeta della cinematografia, al quale il benessere e la ricchezza non avevano attenuata la facoltà di discernere la bellezza dall'apparenza, il vero dal simulato, la realtà dalla finzione, l' essenziale dal futile. Come l'emigrato italiano, d'altronde, in visita al suo paese in cima al colle, che si esalta e commuove al profumo della polenta rimestata nel paiolo di rame appeso al gancio nel camino, alle povere cose che gli ricordano la sua infanzia, i tempi andati e "la felicità fatta di niente".

Certo l'Italia è anche un paese di santi, di navigatori e di poeti, oltre che la patria di corrotti e di corruttori, dei furbi e della mafia. Tuttavia non sono i personaggi che si sono resi noti per la loro nequizia e neanche coloro che si sono imposti nel mondo per la loro grandezza, a ispirare sentimenti nostalgici.

Eugenio Montale, poeta egli stesso, ebbe a dire: « Sono contentissimo di essere italiano. Ma se mi chiedono perché, resto a bocca aperta: non saprei spiegarmene la ragione ».

Eppure la ragione c'è, è una sola e molto semplice: egli, come il corregionale che ho incontrato, come tutti i connazionali residenti all' estero, è nato in Italia.

«.è quello il mio paese. È lì che sono nato, sono lì le mie radici ! ».

In alto sfrecciavano le cornacchie, stridendo al sole, nel cielo di Montréal.

 

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