di Michele Pirone
In fondo il
Canada è un Paese strano, nelle sue dimensioni smisuratamente grandi,
più grandi di quelle già enormi che caratterizzano il continente americano.
Nelle foreste, folte come giungle, cespugli di sommacco si avviluppano
intricati; mentre migliaia di giovani betulle, a tre, a quattro ramificazioni,
si ergono da terra verso il cielo, con i loro fusti di argento, zebrati di nero.
In autunno - l’autunno canadese è unico al mondo - quelle foreste si
incendieranno di tutti i colori, nelle più svariate sfumature, ora tenui, ora
fitte, per dar vita al più artistico meraviglioso spettacolo della natura.In
città alberi alti come palazzi, per lo più aceri (la cui foglia non a caso
compare sulla bandiera nazionale) si susseguono sui marciapiedi delle strade; e
poi "sempreverdi", cioè pini, cedri, abeti, ginepri, sky-rocket, di
tutte le forme, di ogni provenienza, davanti le case, a ridosso dei muri di
facciata, per ricordare, con il loro verde perenne, durante gli interminabili
inverni, il sole e la stagione perduta.
L’erba, sempre rasata, è ben diversa da quella dei prati incolti delle nostre
terre; senza gramigna e senza cicoria, di un colore smeraldo, sembra quasi
artificiale. E artificiale diventa la natura quando, appena si sciolgono gli
ultimi ghiacci, ci si affretta ad infilare nelle aiuole fiori di ogni colore
strappati alle serre, già cresciuti, sì da figurare un innaturale e troppo
veloce mutamento del paesaggio, in relazione al clima inclemente che ci si
ritrova. Poiché in Canada vi è la contraddizione del mutamento troppo veloce e
della stasi eterna: al crescere miracolosamente veloce della vegetazione, si
contrappone l’immobilità dello scudo canadese, intorno alla baia dell’Hudson,
dal mar glaciale artico ai grandi Laghi, con rocce archeozoiche immutate da 500
milioni di anni, perché non soggette, dopo il cambriano, a fenomi di
corrugamento.Ma il Canada è anche il regno degli animali, che convivono con l’uomo,
che gli si avvicinano senza temerlo, perché intuiscono che, con lui, non hanno
alcunché da temere.
Anzi…
In questo momento nel mio giardino pettirossi, grandi come colombi, beccano
tranquillamente i grani di erba che il gardiniere ha appena seminato. Gabbiani
senza mare, volteggiano sul caseggiato in cerca di cibo; insieme con i corvi,
più neri del nero, a caccia di rifiuti. Scoiattoli passeggiano sui prati o s’inerpicano
lungo i fusti degli alberi fino in cima, per carpirne le ghiande da
sgranocchiare, reggendole tra le zampe anteriori. Ve n’è uno, piccolissimo,
in questo momento - probabilmente l’ultimo nato - in bilico sul cavo della
linea telefonica.Con i primi freddi, quando l’inverno è alle porte, il cielo
si oscurerà per migliaia di oche selvatiche, che si avventureranno verso l’oceano,
per migrare in lidi soleggiati. Molte di esse, lungo il percorso, saranno
travolte dalle onde, o vi finiranno per fame e stanchezza.E poi i cani… Il
cane, qui in America, è il padrone dell’uomo. Questi gli dà da mangiare, lo
porta dal veterinario sia pure solo per tagliarli le unghie o per pulirgli i
denti, in anestesia generale; dal parrucchiere per acconciargli il pelo; a
passeggio, d’inverno, anche a 50 gradi sotto zero!Hanno anche un loro
cimitero, i cani, con pietre tombali, epitaffi e fotografie; ma c’è chi
preferisce sotterrarli in giardino, per averli più vicino.Lo stesso trattamento
è riservato ai gatti che, però, sono più autonomi dei cani. A passeggio, ad
esempio, ci vanno da soli, escono e rientrano quando vogliano.
Anch’essi hanno il loro cimitero.Come l’uomo, del resto. Qui, però, la
morte è "vissuta" - passi il paradosso - diversamente che da noi,
come uno qualsiasi degli accadimenti umani. Qui il defunto, dopo cosmetici e
belletti, "riceve" parenti ed amici in uno degli appartamenti del
salone funerario, sulla cui porta di ingresso è posta la targa con il suo
nome.Non vi è aria di tristezza in quei luoghi. Le donne che, per l’occasione,
si sono preventivamente recate dal parrucchiere, sfoggiano pettinature alla moda
ed abiti eleganti; gli uomini al banco del bar - poiché vi è anche un bar nel
salone funerario - sorseggiano liquori e si raccontano barzellette. Sulla parete
di fondo la bara, scoperchiata a metà, espone un mezzo busto del defunto - la
parte superiore, ovviamente - truccato e imbellettato.Il cimitero, poi, con i
suoi alberi di frutta e le aiuole fiorite, è meno austero; ma «all’ombre dei
cipressi e dentro l’urne, è forse il sonno della morte men duro? ».Gran
parte dei defunti, però, per loro espressa disposizione, vengono cremati e le
ceneri consegnate ai familiari, in una minuscola urna cineraria.
È strano come, nel corso delle mie divagazioni, ogni riflessione finisca con lo
sconfinare nel macabro.
Per esorcizzare queste visioni di angustia, tornerò a scrivere d’altro.Oggi,
in quel fazzoletto di terra che è il mio giardino, ho piantato un ciliego, che
è un po’ il ritorno alle origini. Un alberello basso, striminzito, con due
rami a croce, poche foglie e qualche ciliegia.Ma il ciliegio, per me, è un
simbolo. È il richiamo alla mente della campagna della mia terra, del mio
Molise, da cui - ancora una volta - mi sono allontanato per scelta di vita.
La mia terra, il mio paese…John Ed Pearce scriveva: « Il tuo paese è il
luogo in cui cresci sognando di andartene; e poi invecchi, sognando di tornarvi
».Ma io non ci tornerò.
Ormai il mio paese è Montréal.
indice Racconti degli Emigranti a cura del sig. Minotti
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