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I RACCONTI DEGLI EMIGRANTI


Articolo pubblicato sul sito del sig. Nicola Franco 

L’orologio di Michele Pirone

« E ricordo il Natale di casa nostra:

il canto mattutino delle zampogne
e lo scoppiettìo della legna accesa,
la sera,
nel focolare della vecchia casa
quando ci coglieva il sonno, 
nella veglia della vigilia,
con nelle mani stretta
un’arancia, una noce, una castagna ».

Vigilia di Natale. Fra qualche istante il vecchio orologio a pendolo scandirà dodici lunghi rintocchi che si spegneranno, come sempre, sui tendaggi scoloriti dal sole, sui tappeti ingialliti dal tempo, sui vecchi mobili coperti di polvere. Ora per ora, minuto per minuto, quell’orologio mi segna senza sosta l’incedere del tempo. Monotono, caparbio, ossessivo, assomma i secondi l’uno sull’altro: tutti attimi di vita vissuta. In ognuno di quei secondi c’è, in qualche parte del mondo, chi nasce e chi muore, chi palpita e chi freme, chi è felice e chi piange. Chi è felice vorrebbe che si fermasse, l’orologio, per fissare nel tempo quell’istante di gioia; chi soffre, al contrario, vorrebbe accelerare i suoi battiti, per far cessare al più presto il dolore. Ma l’orologio, incurante degli uni e degli altri, procede uniritmico; inesorabile termometro dell’eternità.

Del resto, cos’è mai l’eternità, se non una somma di gioie e di dolori che l’individuo eredita alla nascita, rivive in un arco di tempo, e trasmette ai suoi figli ?

Nella nostra epoca, purtroppo, il dolore è di gran lunga superiore alla gioia e crea un disquilibrio largamente passivo. L’individuo di oggi è parte integrale di una società decadente, corrotta, aberrante, drogata, alienata, sì che dei difetti di essa egli è delegato a pagare un prezzo esoso, fatto di esperienze stressanti.

E gli individui di oggi siamo noi. Per noi l’orologio segnerà pressoché solo l’angustia, le trepidazioni, l’ansia, le tribolazioni, il terrore; e, forse, ognuno di noi, nell’inconscio, attende come una liberazione lo scandire dell’attimo che segna la fine.

Poiché non vi è salvezza per noi, la sola salvezza può venirci dal nulla.

E, nell’attesa, continuiamo imperterriti a programmare la nostra vita sullo spazio del tempo; a bruciarla questa nostra vita, in una corsa affannosa verso l’ignoto.

« Dimane. E se po’ dicere: 
‘dimane voglio fa chesto, voglio fa chell’ato ?’.
Giesù, comme me tremmano ’sti mmane! ».
*

Vigilia di Natale.

Rivado, con il pensiero, indietro nel tempo, all’epoca della mia fanciullezza; e rivedo, come in una nebbia, la fiamma allegra di ceppi su un focolare, in una casa di un paesetto di montagna.

Quanto tempo è passato da allora? Soltanto decenni, ma sembrano secoli. Di tutti questi anni trascorsi, io porto ora il peso e sento la stanchezza.

Non ricordo più quella casa di montagna, per quanto mi sforzi; ma rivedo la fiamma nel camino e. con essa, rivivo il calore della famiglia.

Lì, nell’angolo, il rituale presepio - più pretenzioso che bello - frutto delle mie fatiche: rudimentali casupole in cartone di scatoli, attintate a colori vivaci, e rozzi pastori di gesso sparsi qua e là sul muschio da me strappato nei campi, ai piedi delle querce. Un pezzo grinzoso di carta argentata, che una volta avvolgeva il cioccolato, pendente da uno sbalzo, voleva simulare una cascata. Qualche ramo di mirtillo, dalla bacche nero-azzurrognole, o rosse, infilato grossolanamente nel muschio, simboleggiava gli alberi di frutta; e, ovunque, abbondanti fiocchi di ovatta disfatta, a dar l’idea della neve..

A ripensarci ora, era veramente brutto quel presepio; ma io ne ero fiero e lo mostravo con ostentazione, come un artista di chiara fama, che indulga all’esibizionismo. Poi, quando scoccava la mezzanotte, con la sollennità di un rito religioso, il bambino Gesù veniva posto nella capanna, tra il bue e l’asinello.

Ogni anno, a Natale, tornava mio padre dagli Stati Uniti, dove era emigrato, per trascorrere le feste tra noi. Seduti accanto al fuoco io passavo gran tempo a guardarlo con i miei occhi sgranati; e vedevo, nei suoi, riflessa la fiamma che scoppiettava nel camino. Avevo atteso un lungo anno ed ora mio padre era lì, con la barba rasata di fresco ed un gradevole odore di lozione.

Io ero orgoglioso di lui.

Avevo un padre che conosceva l’America, la terra che nelle mie fantasticherie infantili, di indiani e di cow-boy, di praterie sconfinate e di bisonti, mi figuravo appartenesse ad un altro mondo. Ed egli era venuto di là. Aveva attraversato l’oceano immenso per vedermi.

Sulla brace, intanto, si abbruciacchiavano le caldarroste e il loro odore, misto a quello delle bucce di arancia che sui carboni roventi io seminavo, spandevano nell’aria un buon profumo. 

Mia madre era indaffarata ad ammannire un pranzo speciale, nel mentre mio padre mi raccontava di sé, della sua vita, e mi accarezzava i capelli. Io lo ascoltavo estasiato e, anche quando gli occhi mi si volevano chiudere, mi sforzavo di rimanere sveglio. Avrei voluto che l’orologio si fermasse, per fissare nel tempo quegli attimi di gioia. Per l’eternità!

Ora tutto è cambiato. Mia madre non c’è più e mio padre nemmeno: il focolare è spento. La gioia di allora ha ceduto da tempo al dolore, ed io inorridisco al pensiero di dover trasmettere a mia figlia, in eredità, un così triste bagaglio.

È mezzanotte. Il vecchio orologio a pendolo sta scandendo dodici lunghi rintocchi che si spengono, uno dopo l’altro, nel silenzio della notte.* 

È nuovamente la Vigila di Natale; ma quanto diversa! Non v’è aria di festa nell’aria. Le immagini di allora si sbiadiscono e i colori si stemperano, nel biancore allucinante della neve canadese, assumendo forme e dimensioni distorte, nebulose. Il tepore di una fiamma che bruciava nel camino, si spegne nel gelo; il profumo aromatico delle castagne e delle bucce d’arancia, svanisce in uno smog fuligginoso. Vi è tanta neve, ma non vi è più, nell’angolo, il presepio, con le casette di carta e i fiocchi di ovatta.


Perché il figlio di dio ancora persiste, con il miracolo della sua creatività, a voler redimere un mondo che non si puo’ più redimere? Una società cattiva. Abbrutita, aggressiva, inumana, spietata?

È questo un interrogativo che conduce al delirio; o, forse, è il delirio a proporre il quesito.

Oppure soltanto la stanchezza, bramosa del sonno. Di un sonno pietoso, che faccia dimenticare il passato e non pensare al futuro. 





NOTA DI NICOLA FRANCO: Pubblico questo articolo dello scomparso amico Michele Pirone quasi un anno dopo la sua morte. Melo aveva inviato poco tempo prima di morire. Il soggetto trattato con finezza ci fa rivivere le nostre belle tradizioni. Questo nostro umanista molisano é rimasto attivissimo fino alla sua morte e ci ha lasciato come ricordo scritti elevatissimi e per la forma e per il contenuto :

1) IL GIARDINO DI IPPOCRATE - Viaggio allucinante all’interno delle corsie.
2) ’N’UOCCHIO E ’NA LACREMA - Seconda edizione riveduta e ampliata.
3) PARACENTESI.

 

indice Racconti degli Emigranti a cura del sig. Minotti

 



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