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Tra
i riti popolari abbiamo deciso di inserire anche la Transumanza. Infatti Santa
Croce di Magliano era uno dei paesi attraversati ogni anno da questa antica
attività pastorizia... Scopriamone la storia e il significato di oggi per le
nostre zone, attraverso il materiale raccolto di seguito.
Una
civiltà chiamata transumanza
Non sono molti i posti, neppure nell'Italia nascosta, dove la vacanza è ancora scoperta personale, fatto da raccontare. Nel Molise questo posto esiste e il fatto da raccontare
è dato dai tratturi, autostrade d'erba che animarono nel corso dei secoli una
civiltà chiamata transumanza.
Transumanza, vuol dire pastorizia trasmigrante. La parola e composta da trans (di la da) e da humus
(terra), come dire greggi che migrano "di la dalla terra (consueta)". Ma non è pastorizia nomade,
cioè senza fissa dimora, e neppure quella stanziale, ossia con una sola dimora. La transumanza, infatti, si basa su
quattro capisaldi: il cambio tra due sedi note in determinati periodi dell'anno; la
proprietà del gregge; lo sfruttamento diretto dello stesso; l'orientamento verso
l'economia di mercato.
Il termine, presente nelle lingue romanze, e entrato nel linguaggio scientifico alla fine del secolo scorso, ma ricorda un fenomeno millenario. La transumanza, diffusa in Spagna, Francia
meridionale, Svizzera, Germania meridionale, area dei Balcani e Italia, conobbe la sua affermazione
più originale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata. In queste cinque regioni dell'Italia meridionale, quando in autunno il primo freddo rendeva inospitale la
montagna, greggi e addetti si trasferivano nella pianura pugliese, per fare ritorno in primavera ai monti,
allorchè era la pianura a farsi inospitale.
Così, ogni anno. Da quando?
Difficile dare una data precisa. La pastorizia trasmigrante rimane una delle più
antiche e diffuse attività dell'uomo economico. La sua origine nell'area mediterranea si fa risalire addirittura al periodo
olocenico, quando in tale area
l'abbondanza d'erba dovuta al clima umido e mite favorì il fenomeno entrato in crisi, per ragioni opposte, nel Vicino Oriente, con particolare riferimento all'Anatolia. La presenza in epoca protostorica e ampiamente documentata. Secondo Fabio Pittore
(III sec. a.C.), i Romani scoprirono la ricchezza prodotta dalla
pastorizia trasmigrante quando sottomisero i Sabini.
Non mancano inoltre studiosi, tra cui Ugo Sprengel, i quali ritengono che
l'insorgere di molte controversie che opposero questi due popoli fosse da ricondurre a dispute di origine pastorale. Sicuramente la transumanza era tra le
attività fondamentali dei Sanniti, favorita dall'esenzione da imposte sia sul bestiame, sia sui pascoli e sulle strade di
collegamento. Una donna sannita aveva sempre in casa la conocchia per filare la lana e
un telaio per tesserla e farne capi d'abbigliamento e coperte. Gli uomini, oltre alla cura delle greggi, si impegnavano in
attività varie, tra cui molto attive erano quelle relative agli scambi commerciali e alla predisposizione dei
servizi di accoglienza e di trattenimento.
Il
nostro paese era uno dei pochi attraversati dalle greggi per le sue vie interne
Una vera e propria stazione di servizio (oggi si
potrebbe chiamare "ovinogrill") essi la organizzarono gia nel IV sec. a,C. dove sorge Altilia di
Sepino, sulla via armentizia battuta dalle greggi che si spostavano dalla Sabina
all'Apulia (Puglia) e viceversa; via in seguito chiamata consolare romana Minucia (o
Numicia), poi tratturo Pescasseroli-Candela, oggi coincidente in gran parte con una delle strade
più importanti del Molise ovvero la Strada Statale 17.
Gli antichi Romani consideravano la pastorizia attività tra le più nobili e redditizie e ne fecero un settore
importante della loro economia. Nel 296 a.C., secondo Tito Livio, dalle sole multe ai proprietari di pecore si ebbero incassi tali da permettere la realizzazione sia di opere pubbliche, sia di grandi manifestazioni con
spettacoli (ludi). Perfino gli imperatori e i senatori erano proprietari di pecore, che affidavano ad
autorità di loro fiducia chiamate magister pecudum (un liberto, ovvero libero per atto del padrone). Nel 290 a.C., una volta occupato il Sannio e consolidato il dominio sul
Mezzogiorno, essi industrializzarono la transumanza, la disciplinarono con leggi importanti (basti citare per tutte la lex agraria epigrafica del 111 a.C. e la de re pecuaria del 46 a.C.) e la sottoposero al controllo pubblico e al prelievo fiscale.
La scriptura, ossia la tassa pagata sugli animali iscritti nei registri degli appaltatori di imposte, veniva esatta in punti di attraversamento obbligato, uno dei quali fu organizzato nella
città di Saepinum (l'odierna Altilia), fondata sulle rovine del centro commerciale dei
Sanniti. La trasformazione romana, oltre a suscitare malcontento tra questi, chiamati a pagare servizi che un
tempo erano loro resi gratuitamente, provoco controversie, come quella (168 d.C.) di
Saepinum.
Dopo la caduta di Roma (476 d.C.) e fino all'anno 1000, la pastorizia trasmigrante scomparve quasi del tutto a causa dell'assenza di un potere politico centra- le forte, in grado,
cioè, di garantire sicurezza in vaste aree della Penisola.
Durante l'XI sec. la riscopri re Ruggiero che, con la sua Costituzione, ne favori lo sviluppo emanando
norme di favore volte alla tutela di pastori e animali, tanto in cammino quanto nelle zone di pascolo, attivando contro i trasgressori azioni repressive che prevedeva- no la confisca dei beni e persino, in alcuni casi, la pena di morte; i pastori, pero, dovevano pagare il pedaggio sulle vie tutelate.
Con la costituzione ut delicti fines di Federico II (1 194- 1250), la transumanza beneficio di ulteriori agevolazioni che facilitarono il suo ingresso nei grandi
circuiti commerciali e dei prodotti di largo consumo.
Gli Angioini (XIII sec.) inizialmente alienarono molte terre a pascolo del regio demanio e ne favorirono la destinazione a coltivazioni agricole con conseguente
crisi della pastorizia. Giovanna II (1414-1435) corse ai ripari richiamando in vita la Costituzione normanna e
istituendo il foro speciale per operatori della transumanza.
Gli Aragonesi (1443) fecero della transumanza il settore trainante dell'economia, istituendo addirittura un apposito ufficio per la gestione. Si chiamo Regia Dogana della Mena delle pecore di Puglia e fu diretta da un alto funzionario governativo detto Doganiere. La transumanza divenne obbligatoria; il Tavoliere pugliese fu ripartito in tante aree pascolative dette locazioni, da affittare ai proprietari di pecore, detti locati; i tributi a carico dei locati erano bilanciati da agevolazioni varie.
Gli Aragonesi attivarono il ciclo completo del settore, dall'allevamento alla commercializzazione di ovini e loro prodotti. Le cinque regioni citate - Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata - costituirono un'unica regione economica, pur conservando ciascuna
l'identità storica e politico-amministrativa. Per secoli, cosi, la regione storica rimase una "costante" della macroregione
economica, autentica "variabile" legata al mercato.
I Borboni sostennero il regime aragonese, che, pero, incalzato dalla cultura illuministica, scomparve all'inizio del XIX sec. La transumanza e stata per secoli un fenomeno non solo economico e pastorale, ma anche politico,
sociale e culturale, che ha segnato in modo indelebile le regioni interessate.
I
pastori fanno sosta presso una famiglia di Santa Croce
I tratturi e la storia
Gia in epoca protostorica erano lunghe vie battute dagli armenti e dalle greggi, ma le loro radici affondano nelle tracce millenarie che antichissime genti
ricalcarono nelle loro migrazioni seguendo sia l'istinto proprio sia il moto delle stelle, i corsi dei fiumi oppure i colori dell'orizzonte. Prima che Roma incidesse sulla Penisola il
più grande disegno stradale dell'antichità, quello che ancor oggi collega i centri principali dell'Italia, i tratturi accolsero intensi traffici commerciali, fino ad assurgere, in
età moderna, a sistema viario di grado elevato grazie a caratteristiche tecniche dei tracciati, servizi offerti, disciplina dell'uso e mole di traffico.
Il nome tratturo comparve per la prima volta durante gli ultimi secoli dell'Impero romano come
deformazione fonetica del termine latino tractoria, vocabolo che, nei Codici di Teodosio (401-460) e di Giustiniano (482- 565), designava il privilegio dell'uso gratuito del suolo di
proprietà dello Stato, di cui beneficiavano i pubblici funzionari e che venne esteso anche ai pastori della transumanza per
l'uso delle vie pubbliche. Piste viarie del Sannio interno preromano, che Roma tutelo, i tratturi furono dichiarati beni demaniali da Guglielmo I il Malo nel 1155, ma ricevettero un grande impulso sotto la dominazione
aragonese, periodo durante il quale ne vennero ridisegnati i tracciati,
stabiliti i limiti e codificati gli usi, sostenuti in seguito anche dai Borboni.
Con l'unita d'Italia i tratturi principali furono assimilati alle strade nazionali e protetti (L'Aquila-Foggia, Cela- no-Foggia, Castel di
Sangro-Lucera, Pescasseroli- Candela), gli altri subirono via via
l'invadenza dell'agricoltura prima e del trasporto su ruota poi. Nel periodo di massimo sviluppo la rete viaria tratturale si estendeva da L'Aquila a Taranto, dalla costa
adriatica alle falde del Matese, con uno sviluppo complessivo che superava i 3000 km. All'interno della rete stradale aragonese le piste erbose assumevano caratteristiche diverse a seconda della funzione da svolgere.
Vi furono pertanto i tratturi, la cui larghezza in età moderna raggiunse nella maggioranza dei casi i 111 m, i
tratturelli, la cui ampiezza era compresa tra i 32 e i 38 m, e i bracci, dai 12 ai 18 metri. I tratturi e i tratturelli erano decisamente
più larghi delle corrispondenti vie di Spagna, dove le canadas reales misuravano 75 m e le canadas trasversos o
corde/es erano di 37,50 m, e anche delle carraires francesi e delle trazzere siciliane, queste ultime larghe non
più di 32 metri.
Alla loro sicurezza e manutenzione dovevano provvedere in particolare i Comuni
(Universita), ai quali il bando del doganiere ricordava in modo categorico: "...s'ordina, che si tenghino li tratturi ampli e spatiosi almeno di trapassi sessanta". Ancora: "... s'ordina, che siano mantenuti accomodati li ponti da dove
passa la Regia Dohana", aggiungendo che "l'Universita facciano guardare li loro Territori da dove passano li locati et animali di
Dohana; accio non siano rubbati, e
succedendo il furto, siano tenute esse Universita a rifare il danno" (il trapasso altro non era che il passo, misura lineare in uso in quell'epoca nel Tavoliere di Puglia e corrispondente a 7 palmi del valore ciascuno di 263,67 mm).
I tratturi furono strade particolari e, sotto molti aspetti, irripetibili. Disposti come i meridiani (tratturi) e i paralleli
(tratturelli e bracci), essi formarono una rete viaria a maglie strette che copriva in modo equilibrato e
uniforme tutto il territorio.
Oggi il modello della scala a pioli, con autostrade e ferrovie costiere collegate tra loro da fondovalli
trasversali, ha lasciato il Mezzogiorno interno senza adeguata infrastruttura portante e in balia di una travolgente spinta centrifuga. Inoltre i tratturi dettarono in tutto il Mezzogiorno orientale la legge del movimento e
dell'insediamento, influenzando alla radice l'assetto del territorio.
Furono non solo strade, ma anche pascoli per le greggi in transito. Non corridoi di scorrimento, ma assi viari dotati di servizi e attrezzature per uomini e animali. Lungo i tratturi, che potremmo definire quasi delle autostrade d'altri tempi, con un verde manto d'erba al posto dell'asfalto e le fitte siepi ai lati, sorsero opifici, chiese, taverne (quasi dei motel dell'epoca) e fiorenti centri abitati.
Nel Molise sono oltre 70 i centri sorti lungo il percorso dei tratturi; tra questi sono comprese le importanti
città di Campobasso, Isernia e Bojano. Dismessi oramai da tempo quali vie di comunicazione di persone, animali e merci, i tratturi sono diventati dei grandi musei all'aperto, dove e possibile ammirare la stratificazione prodotta nel tempo dal susseguirsi di numerose
civiltà, in molti casi dalla preistoria ai giorni nostri. E in quei luoghi dove, come nel Molise, ragioni diverse ne hanno fortunatamente consentita la sopravvivenza, essi costituiscono oggi anche delle preziose
testimonianze storiche e culturali, segni nuovamente pronti ad accogliere l'uomo tecnologico alla ricerca di se stesso in sella a un cavallo, a piedi, in bicicletta, o sul carro d'un tempo. Proprio in tale ottica, il decreto ministeriale del 1976, confermato nel 1980, ha definito i tratturi "beni di
notevole interesse per l'archeologia, per la storia politica, militare, economica, sociale e culturale della regione Molise", sottoponendoli alla disciplina della legge 1089 del 1939, la stessa legge che tutela le opere d'arte
d'Italia, come per esempio il Colosseo. In questa cornice si pone la Legge istitutiva regionale n. 9 dell'11 aprile 1997, che ha istituito il Parco dei Tratturi del Molise. Con tale istituzione si intende non solo proteggere ma al tempo stesso valorizzare il
patrimonio tratturale.
Lasciato
San Paolo di Civitate ci si inoltra fra le colline del Molise, prima
tappa:
Santa Croce di Magliano
"Quando
le mucche non erano pazze"
Trazzere in Sicilia, canadas in Castiglia, camis ramaders nei Pirenei Orientali, drailles in
Languedoc, carraires in Provenza, drumul oloir in Romania: sono gli antichi sentieri che scandivano la vita dei pastori transumanti...
...Greggi e mandrie si mossero per secoli dall'Abruzzo alla Puglia, percorrendo centinaia di chilometri attraverso il Molise...
...Alle prime nevi di settembre, i pastori lasciavano l'Appennino centro meridionale e si dirigevano verso il Tavoliere, dove rimanevano fino a maggio, quando la bella stagione
permetteva loro di ritornare verso i numerosi e vasti altopiani della montagna, ricchi di pascoli e di acqua.
Proprio in Molise, ad Agnone, in provincia di Isernia, un'associazione sta cercando di far rinascere questa antichissima usanza, che potrebbe diventare una grande risorsa turistica e culturale. Ha nome "I cavalieri del tratturo",
la dove cavalieri significa paladini, difensori, e conta un centinaio di aderenti, in gran parte (ma non solo) molisani. Si tratta di studiosi,
amministratori e semplici appassionati che dal 1959 hanno percorso a cavallo le antiche strade di transumanza, seguendo le migrazioni stagionali di alcune gloriose famiglie molisane come i Colantuono e i Frosolone, che ancora praticano questa
attività.
I cavalieri del tratturo hanno ricostruito la storia della transumanza nelle loro regioni, scoprendo come fin dal Quindicesimo secolo un corpo speciale armato e montato a cavallo badasse alla difesa del transito stagionale di uomini, animali e merci sui Regi Tratturi, ma anche al controllo continuo contro le usurpazioni dei confinanti.
Nel ponderoso volume La Ragion Pustorule, scritto a Napoli nel 1731 dal giurista Stefano di Stefano, si legge che "A difesa di questa Dogana della mena delle pecore in Puglia (...) i cavallari fanno le veci di buoni pastori e di cani fedeli, che cosi nel calar dalle montagne alle pianure di Puglia e nel trattenersi nel Regal Tavoliere ne' riposi ne' ristori ed in altri erbaggi di corte, come nel ritornar per i medesimi tratturi dalla Puglia negli alti monti d'Abruzzo e nell'entrare ed uscire da pascoli accompagnandoli e difendendoli dall'altrui aggressione ed insulti, procurino che dagli altri non ricevano ingiurie o torti". E chiedeva che fossero "inviolabilmente osservate quelle prerogative, immunità e franchigie che furono loro
concedufe". Questa"milizia" negli anni Quaranta del Novecento divenne quella dei
Guardiatratturi.
L'idea di base, nata durante le riprese della trasmissione Linea Verde del 1995, è creare un Parco dei tratturi, grazie alle Province di Isernia e di Campobasso: gia si registrano
più di 150 adesioni da enti locali, associazioni di categoria, organizzazioni
sindacali e istituti bancari di Molise, Abruzzo, Puglia, Campania e Basilicata. Verrebbe cosi realizzato un grande itinerario verde, legato al mondo agricolo e produttivo, che unirebbe i tratturi dei parchi nazionali del Gargano, della Maiella e d'Abruzzo. Verrebbero
sistemati i suoli e reintegrati i confini, verrebbe fatta una dettagliata cartografia e una rete di punti di informazione
telematici. Molti giovani potrebbero lavorare come guide, diventando moderni
Guardiatratturo. E sarebbero recuperate le vecchie taverne, come punto di appoggio logistico di ristorazione o di soggiorno. Insomma, rinascerebbe un sistema probabilmente unico al mondo che farebbe dell'Appennino centro-meridionale un'oasi (non solo naturalistica, ma anche storica, culturale e archeologica) esemplare in Europa.
La rete dei tratturi, come un sistema circolatorio che si alimenta di antichi riti, soddisfando un crescente turismo verde alternativo, toccherebbe aree come le foreste di Collemeluccio e Monte di Mezzo, l'oasi del wwf di
Rosello-Agnone, l'oasi della Lipu di Casacalenda, lo stupendo lago di Occhitto. Sfiorerebbe e si inoltrerebbe anche in centri storici, castelli e aree archeologiche, come Pietrabbondante e
Saepinum, Il tratturo (il Tratturo magno, a esempio, che e lungo 243 chilometri e unisce due grandi capitali della transumanza, L'Aquila e Foggia)
ritornerebbe a essere una via-pascolo al servizio delle imprese agricole ancora disseminate lungo il suo percorso, che potrebbero cosi sopravvivere e trasformarsi in aziende agro-ambientali.
La transumanza può cosi diventare un'occasione per far rivivere la montagna del Mezzogiorno (terra abbandonata per eccellenza) con un patrimonio di cultura popolare che ha radici
pre-italiche. Il primo grande popolo di montanari-pastori, in quelle terre, furono i Sanniti, i pastori-guerrieri che imposero ai romani l'umiliazione delle Forche caudine, nel 321 a.C., Grandi esperti di guerriglia, i Sanniti non costruivano città, ma si riunivano periodicamente in santuari come quello, famoso, di
Pietrabbondante, per rinsaldare i legami tra i diversi clan sparsi sulle montagne a praticare la transumanza. Probabilmente i tracciati originari dei tratturi si devono a loro. Riscoprire la transumanza (termine che deriva dallo spagnolo
trashumar, bestiame) significa anche riscoprire un protagonista della old economy che avrebbe ancora molto da insegnare: il pastore. Il suo legame con gli animali e la natura è affidato alle opere di alcuni scrittori come Rocco Scotellaro o (per la Sardegna) Gavino
Ledda, autore del bellissimo "I ci menti dell'agnello". O al diario, semplice e commovente, di un pastore abruzzese, Giuseppe
Pandinolfi, detto Peppuccio, raccolto a cura del Parco Nazionale d'Abruzzo. Peppuccio racconta la sua vita sulle montagne: alle prime incerte luci dell'alba, dopo una notte passata sovente con un solo occhio chiuso, doveva mungere. Poi, dopo una colazione con pane, formaggio e lardo, iniziava la lunga
giornata dietro al gregge, con il tovagliolo del pane alla cintura (la spara) annodata alle
quattropunte, e in mano la piroca, un bastone di orniello usato per guidare le pecore. Ognuno aveva
un compito: accudire i muli, gli asini e i cavalli, seguire le pecore al pascolo, preparare le
masciotte, forme di cacio, o sistemare gli agnellari (gli stazzi per le pecore lattanti).
I pastoricchi, poco più che bambini, badavano all'acqua per bere, alla legna per il fuoco e ad altre piccole incombenze. La sera si doveva mungere, bollire il latte nel caccavo (il recipiente dove coagula il latte),
preparare una minestra calda per tutti.
Poi il sonno, alla bell' e meglio, e la mattina dopo daccapo. Ma nel frattempo molti avevano il tempo di cantare, lavorare di coltello con il legno, o imparare a memoria i versi di Omero o della Divina Commedia.
I
tratturi in breve
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Quando
in autunno il primo freddo rendeva inospitale la montagna, greggi di animali e
addetti si trasferivano nella pianura pugliese, per fare ritorno in primavera ai
monti, allorchè era la pianura a farsi inospitale. In una parola: transumanza.
I sentieri della transumanza erano i tratturi, che attraversavano Santa
Croce di Magliano per le sue vie interne. Erano i tempi in cui l'economia delle
nostre zone era incentrata sull'agricoltura e la pastorizia. Oggi i tratturi
sono meta di gite turistiche e culturali e feste popolari, organizzate da
associazioni nate per riscoprire quegl'antichi percorsi ricchi di fascino e di
storia... www.cavalierideltratturo.it |
f o n t i La
cartina di oggi, le foto e l'articolo "Quando le mucche non erano pazze"
sono
tratte dalla rivista "SPECCHIO" - de LA STAMPA
del 3 FEBBRAIO 2001 a firma di
CARLO GRANDE.
Le due cartine storiche ci
sono state fornite dal nostro collaboratore,
prof. Gaetano Di Stefano.
Gli scritti "Una civiltà
chiamata transumanza" e "I tratturi e la
storia"
sono tratti da:
LUNGO I TRATTURI DEL MOLISE
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