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Molte attività e tradizioni della popolazione santacrocese vanno scemando,
alcune già non esistono più. Il motivo principale è lo spopolamento della
campagna che ha cambiato radicalmente la vita, gli usi e i costumi. Di
conseguenza il progresso tecnologico ha soppiantato molte figure lavorative
generandone altre.
Un'attività che non esiste più è la raccolta della neve nelle "nevere".
In inverno la neve veniva raccolta e custodita in grandi fosse in territori
appropriati, quindi veniva pressata ed isolata con canne e foglie. In estate,
aperte le nevere, si estraevano blocchi di ghiaccio che venivano tagliati e,
trasportati con carri in appositi sacchi, venivano venduti fino ai paesi delle
Puglie.
Anche la raccolta della legna è un'attività che si è quasi persa del tutto;
essa era legata a molti lavori. Oltre che servire per il riscaldamento e per la
cottura dei cibi, la legna serviva nella produzione della calce nelle "calecare",
una forma piramidale scavata nel terreno e rivestita di pietre calcaree. Al
centro veniva arsa per tre giorni la legna al fine di calcificare le pietre
allestite.
Anche la produzione del carbone e della carbonella era legata alla
bruciatura della legna; molti carbonai santacrocesi producevano un ottimo
carbone tanto apprezzato anche nei paesi limitrofi.
Naturalmente l'attività principale del paese era l'agricoltura e il prodotto
principale era il grano. La mietitura veniva fatto a mano.
In passato si effettuava anche la raccolta dei frutti selvatici come i "lampasciune" una specie
di cipollini amarognoli, oppure di erbe come la ruca, l'origano, il finocchietto
selvatico, la mentuccia. Erbe come la malva era usata a scopo terapeutico per i
bronchi e la camomilla come sedativo.
Un'altra attività che si rivelava fondamentale per la sussistenza di un tempo
ormai andato era l'allevamento. Quello di animali di grossa taglia (mucche,
pecore...) era solo prerogativa delle famiglie proprietarie di molti terreni,
mentre gli animali da cortile come galline, oche e maiali venivano custoditi in
casa dove, anche in stanze piccolissime e superaffollate, c'era un posto adibito
alla loro custodia: a sturell.
L'uccisione del maiale, ancora oggi molto in uso,
era molto importante e costituiva quasi un rito che coinvolgeva tutta la
famiglia poiché la sua carne forniva la risorsa di cibo per tutto l'anno. I
ceti più poveri si basavano anche sui frutti del lavoro dell'orto come ceci,
fagioli, cicerchie, lenticchie.
Anche l'artigianato si è visto privare di figure carismatiche. Le donne si
occupavano della filatura e della tessitura per la confezione di materassi e
della biancheria. Gli uomini confezionavano i funi (i funar) e la
cardatura della lana. Un lavoro molto duro era quello del fabbro che, con la
pesante incudine, batteva sul ferro rovente modellandolo. Il maniscalco si
occupava dei ferri per gli zoccoli dei muli, degli asini, tutti animali che un
tempo costituivano l'unico mezzo di trasporto per persone e cose e che ora sono
praticamente scomparsi, soppiantati dai mezzi meccanici. Un altro mestiere era
il carpentiere che si occupava della costruzione di carretti e calessi. E
ancora: l'arrotino di coltelli e forbici; il calzolaio; lo spazzacamino; il
banditore, vero e
proprio informatore del paese; l'impagliatore di sedie e di damigiane.
Anche
molte attività della casa sono diventate inusuali: il bucato familiare era
fatto da tutte le donne della famiglia e veniva usato il sapone fatto in casa
grazie ad un miscuglio di grasso di maiale, olio di oliva, cenere di carbone e
legna. La preparazione del pane era settimanale o quindicinale e veniva cotto
nel forno privato a legna o in quello pubblico a paglia. La confezione del
corredo nuziale era un'arte vera e proprio con tutti i pizzi e i merletti
ricamati a mano con l'uso del tlare. |