Scrittori: la vita di R a f f a e l e C a p r i g l i o n e
a cura di Michele Castelli
Raffaele Capriglione è un figlio illustre di Santa Croce di
Magliano. Vi nacque il 23 aprile 1874 da Vincenzo e Anna Colonna, proprietari
terrieri, vincolati in un certo modo all'aristocrazia dell'epoca. La sua
infanzia fu serena, anche se covava nel più profondo del suo animo una latente
ribellione contro la casta predominante che spesso in forma esasperata faceva
sentire il peso dell'oppressione sul contadino inerte, sul bracciante dalla
volontà spenta, sul mezzadro che assorbiva passivamente l'ingiustizia della
ripartizione del raccolto. Un amore sincero, dunque, verso l'umiltà e la
semplicità che l'accompagnerà per tutta la vita.
La famiglia era numerosa. Oltre ai genitori, l'amata "mamma Licia"
(nonna materna), le cinque sorelle e i due fratelli, vivevano nella stessa casa
quattro zii paterni - dei quali due intellettuali - che contribuirono
inevitabilmente ad alimentare lo spirito dell'adolescente, svegliando nel suo
animo la curiosità per le cose del mondo e della cultura. Soprattutto
Benedetto, che il poeta chiamava affettuosamente "zi Bbitt«",
trascorreva lunghe ore del giorno ad allietarlo con le meravigliose pagine dei
classici del romanticismo, oppure con quelle meno poetiche, ma molto più
suggestive dei decadentisti e dei veristi che tanta influenza eserciteranno sul
Nostro. Lo zio Benedetto, un avvocato dotto, di profonda cultura umanistica,
intuì subito la vocazione artistica del nipote e cercò in continuazione di
alimentarne l'estro. Per evitargli la minima distrazione dell'anima
contemplativa, lo zio Benedetto, al contrario degli altri parenti, gli tollerava
le più incredibili stravaganze, come ad esempio quella di dipingere sui volti
innocenti delle sorelle durante il sonno, o di scrivere sulle pareti della sua
stanza le massime dei grandi scrittori nel dialetto del suo paese. D’altra
parte uno zio materno, il medico Colonna, gli fu guida nelle decisioni
professionali spingendolo a seguire la tradizione familiare.
L'eccitazione dell'adolescente per le cose dell'ignoto cresce continuamente.
Nella sua ingenua fantasia i fantasmi del bene e del male si scontrano in una
lotta senza quartiere. Il corpo è debole ancora e perciò nefaste le
conseguenze. Un principio di isteronevrastenia lo perseguita inesorabilmente e
si accentua verso il nono anno d'età, tanto che durante la celebrazione di un
rito religioso nella chiesa del paese, "essendosi scatenato un temporale e
fatto buio presto in pieno meriggio, viene còlto da tanto terrore che sorpreso
da un eccesso di soffocazione, di angoscia e di prossima fine, si mette a
gridare e cercare scampo". Da allora e per tutta la vita, i temporali gli
producono una strana sensazione di oppressione e di morte.
Terminata la scuola elementare all'età di 11 anni, Raffaele continua i suoi
studi liceali nel Convitto Nazionale di Sepino. Il distacco dalla famiglia, ma
soprattutto dal paese nativo, gli accrescono il trauma già silenziosamente
presente nel suo animo, e insieme al senso di timore per le cose più futili,
germoglia ora anche quello della nostalgia. Ammazza i fantasmi del tempo
rifugiandosi nello studio intenso, e nelle ore libere che per altri adolescenti
che con lui condividono la rigorosità del Collegio, significano lo sfogo
disordinato nel gioco precipitoso, il piccolo Raffaele con gli occhi fissi in un
punto preciso dell'orizzonte, ricostruisce nella mente i lieti momenti delle
ricorrenze festive del suo paese, quando il popolo tutto, dimenticando dolori e
sofferenze, miserie e privazioni, s'affollava nelle chiese o nella piazza ad
augurarsi la buona Pasqua, e a fare i preparativi per la scampagnata del lunedì
in albis.
E mentre pensava, fissava su un librettino inseparabile le immagini che si
accavallavano nella mente febbricitante, avida di poesia. Il risultato, un libro
voluminoso, frutto di due anni di meditazione, che forse termina effettivamente
nel 1887, quando appena compiva il tredicesimo anno di vita, ma che sicuramente
rivide in età matura, e che intitola "La Settimana Santa a Santa Croce
di Magliano".
Nonostante il Poeta insista nella prefazione che quelle "memorie si
presentano come furono scritte dall'autore nella sua adolescenza, senza alcuna
correzione e senza limature", precisando lo scopo dell'opera: "Il mese
di marzo col suo tepore, le sue violette olezzanti lungo le siepi, i biancospini
e le campane che a vespero suonano la predica, ed i pagliariccioni, che
arruffano le penne del dorso, dondolandosi in cima ai perastri e fanno cirrr...
cicicì... cicicì... ed i cardellini che tessono voli sui mandorli in fiore,
m'infonde nell'anima un senso di raccoglimento, di mestizia, di pace, da darmi
l'illusione di stare in un tempio immenso, aspirando il profumo d'incenso dei
riti religiosi.
Quando viene marzo torno piccino e sento in tutta la sua pòssa
l'arcana poesia della mia fanciullezza, e sfilano davanti alla mia mente tutti i
ricordi della mia età più bella, quando essa mi serviva da passaporto per ogni
dove. Ed è proprio in questo mese che provo un bisogno di scrivere e fissare
così sulla carta questi ricordi, per téma che il tempo, che distrugge tutto,
me li possa annebbiare e fugare dalla memoria". Nonostante questa
testimonianza diretta, dicevamo, ormai studi seri condotti da critici d’insospettabile
onestà come Faralli, Martelli, Mascia, ecc. hanno dimostrato che stile e
contenuti rimandano agli anni di maggiore rigoglio letterario del Nostro.
Ottenuta la maturità classica a Sepino, Raffaele Capriglione continua i suoi
studi presso l'Università di Napoli iscrivendosi alla Facoltà di Medicina. Gli
sono maestri illustri chirurghi dell'epoca come Armanni, De Renzis, Bianchi,
ecc. Segue il corso di laurea con interesse e massimo profitto, culminandolo il
20 luglio del 1900 con la discussione della tesi "Un caso d'istero-neurastenia".
Una specie di autobiografia che comincia in questi termini: "Il caso
clinico di cui tratto, riguarda un mio collèga che ho avuto agio di studiare e
seguire molto da vicino, stante le intime conversazioni avute durante gli anni
del comune studentato. N.N. di anni 26 da Santa Croce di Magliano, Molise,
studente in medicina". Solo alla fine della descrizione rivelerà che
"l'ammalato e lo scrittore di dette considerazioni sono la stessa
persona".
Durante gli anni universitari continua l'attività letteraria che già comincia
a prendere forma. Di quest'epoca sono alcune liriche in dialetto napoletano, la
maggior parte di sapore piccante, più che erotiche.
Quello stesso anno, 1900, Raffaele Capriglione torna al paese nativo con
l'intenzione di esercitarvi la professione.
Cosciente dell'enorme responsabilità che l'attende, prima di aprire uno studio
medico fa un lungo tirocinio per le case dei pazienti accompagnando due illustri
medici santacrocesi, Giovanni Pilla e Nicola Antignani, insieme ai quali va
maturando la sicurezza della diagnosi.
Durante le visite giornaliere agli infermi, il poeta ha modo di scrutare più da
vicino l'indigenza e la miseria dei contadini del paese, e ciò contribuisce ad
accrescere il suo amore e la solidarietà per gli umili e i diseredati. E' per
questo che, al contrario di tanti altri suoi collèghi che dalla professione
medica ricavavano prestigio e ricchezza, al Nostro appena cadono le brigiole
della notorietà, perché non solo i suoi meriti professionali non sono mai
sufficientemente compensati, ma spesso sente di pagare di tasca sua la medicina
per la guarigione.
Esercitò, insomma, l'attività di medico con vocazione francescana. Mai un
lamento, mai un grido di disperazione turbarono il suo animo buono e generoso.
La situazione di scarso agio in cui era costretto a vivere, non lo
traumatizzava, perché riusciva a sfogare nel verso il bisogno di comunicare le
sue pene. Una poesia che a prima vista dà l'impressione di un semplice gioco
scherzoso, ma che nel fondo nasconde un terribile dramma che se non si manifesta
in tutta la sua dimensione è solo per l'abilità dell'autore di celarlo dietro
ad una sottile ironia che trasforma in riso ciò che dovrebbe essere pianto
inesauribile. Il migliore esempio è costituito dalla bellissima lirica I duj«
v«cchiarèll«
(Le due vecchiette), in cui all'inizio la descrizione quasi tragica delle
protagoniste produce un senso di smarrimento che cresce quando è descritto il
luogo dove sono costrette ad abitare: un tugurio oscuro e puzzolente, areato
appena da una piccola finestra che esce su una rue acquaria, usata quale scarico
d'escrementi dagli abitanti. Insomma:
................. nguélla cas«
màngh'i surg« sò rumàs«
ca na ànn« ch« ruScà.
Ma improvvisamente, nello stesso attimo in cui il cuore è afflitto dallo straziante spettacolo della miseria, ecco puntuale la battuta comica che allenta l'eccessiva tensione provocata da un racconto serio e veritiero. Infatti dopo lo sforzo sovrumano per accendere un misero fuoco di ramoscelli per far bollire l'acqua con lo scopo di cucinare "duj« vr«ducchièll«", messe ad asciugare sul letto, arriva il cane di "Orraffaièl«" (il poeta) e mentre il padrone scambia qualche chiacchiera con le vecchiette,
quìllu can« che t« fa?
Ngòpp'u liètt« va e iundà!
E z« fréch« lli vr«dòcchj«
un« e un«, e ccócchj« e ccócchj«.
...........................
T« fa u liètt« chiàzza nétt«.
...........................
E può quann« c'à dduràt«
e ca niènd« cj'à truvàt«,
piglj« e iónd«, e vàllu ngapp«!
E va r«truvà u patrón«
sótt'i cas« du Bb«Scón«,
nguìllu muss« mbar«nàt«
cóm« niènd« fuss« stat«.
Raffaele Capriglione si compenetra con la sua gente e ne
coglie vizi e virtù, passioni e difetti. Passa in rassegna i momenti di
disperazione, ma anche gli attimi di oblio delle sofferenze, soffocate dal
desiderio di godere fino in fondo le tradizionali festività che appunto dànno
àdito - seppure momentaneamente - all'allegria e alla felicità. Per questo
nella sua opera sono presenti le descrizioni del Carnevale, della celebrazione
della Madonna dell'Incoronata, del falò di Sant'Antonio, ecc.
Alcune immagini sono degne delle più sublimi creazioni poetiche, delle più
raffinate scelte stilistiche. E' il caso dell'affascinante lirica U lut«m«
sabb«t«
d'abbrìl« che
inizia con questo gioioso spettacolo di colore e di musica:
Quann« rir« ngièl'u sól«,
quann« scòpp«n'i viòl«,
quànn'a tèrr« z« r«vèst«
z« fa bbèll« e métt« mbèst«,
z« uarnìšc« d« v«rdur«
tutt« frónn« e tutt« hiur«;
quann« cànd«n'i cardìll«,
quann« èšc«n'i muschìll«,
.......................
quann« rrìv'u r«nn«lón«
ch« p«ll'arj« fa u gg«rón«;
.......................
quann« bbril« p« f«nì
sta ch« šcin« p« n« šcì
.......................
pròpj« tann« iè rruvàt«
a Madònn« d’Ingurnàt«.
Nel 1905, quando Raffaele Capriglione comincia ad esercitare con sicurezza la sua professione di medico, decide di sposarsi. Anzi di regolarizzare la sua unione con Lucia Cicora, una popolana dalla quale, ancora studente, nel 1898, e poi nel 1903, ebbe due figli, Vincenzo e Carlo (la terza, Anna, nacque nel 1906). La situazione di crisi lo tormenta. Gli onorari professionali gli permettono appena di sbarcare il lunario. E' il momento della disperazione. Nemmeno la sua indole naturalmente buona, stoicamente paziente, coscientemente tollerante, riesce a frenare l'impeto di uno sfogo incontenibile che rimarrà eternamente scolpito in questi terribili versi:
Mó dòpp« pèrz« a mèglia ggiuv«ndùn«
e j«ttà sèmb« sangh« iuòrn« e nòtt«,
m« sò r«ddutt« e in« stramacchiùn«
e cas« e ffitt« da Sèpp« Sarròtt«.
Èj« vòglj« e ì pi cas« e fa ciuciùn«
ca scin«, e mó t'u ccatt« nu cappòtt«!
I d« sta ggènd« n« m« fid« ecchiùn«.
Èia j«ttà u bbastón« e bbonanòtt«!
Sò quin«cj'ànn« e maj« na scavacciàt«.
Pa cium«nièra mij« ng« stann« nnòglj«,
tu quàlu chièrchj« maj« d« supr«sciàt«!
D« crit«ch« e v«tugn«, avìšc« vòglj«,
e f«ssiatùr«...! Quann« maj« sò stat«
zingh«r« e mèt« e p«zziènd« e r«còglj«!?...
Ma è un attimo. Lo sconforto momentaneo è subito soffocato
dalla consapevolezza della sua missione. Missione che assolve con pienezza
scientifica e umana, e che termina solo quando la falce inesorabile della morte
lo separa, ancora giovane, dalla terra odorosa dei maggesi e dei tratturi del
suo paese, che cantò con maestria, e dal popolo suo che lo pianse con le
lacrime copiose del dolore irresistibile.
Morì infatti il 12 gennaio 1921, all'età di soli 47 anni, nell'assoluta
maturità professionale e artistica. Morì povero, "lasciando in retaggio
una lezione e un esempio di stile fermo e severo e di fedeltà a certi valori,
perché possedeva la saggezza che fa riconoscere la sterilità nascosta
nell'egoismo e insieme aveva l'intuizione che conduce con naturale spontaneità
alla rinuncia della mercede con una generosità così piena da far pensare alla
gioia della dedizione più assoluta. Il suo animo era forte e gentile, come di
chi, poeta autentico, affonda lo sguardo di là del limite e vede in alto e
lontano" (Moffa).
Nel 1957 il Comune di Santa Croce di Magliano volle rendere un sentito tributo
alla memoria del figlio illustre, e in quella che fu la casa nativa, venne
murata una lapide che con scrittura incisiva, forse ideata dal medico e
giornalista Angelo Tatta, sintetizza per la posterità la vigorosa personalità
artistica e umana di Raffaele Capriglione. Si legge testualmente:
"IN
QUESTA CASA EBBE I NATALI RAFFAELE CAPRIGLIONE MEDICO INSIGNE, POETA DIALETTALE
CHE IN PITTORESCHI VERSI RITRASSE UOMINI E COSTUMI DEL SUO PAESE ED ALL'AMORE
DELL'ARTE UNI UN'ESEMPLARE MODESTIA. IL COMUNE ALLA MEMORIA DI UN FIGLIO COSI
BENEMERITO".
(Michele Castelli)
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