Raffaele Capriglione - IL CARNEVALE DI PRIMA
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a cura di Michele Castelli |
Non poteva mancare, nell'opera del poeta, la descrizione della mascherata, la quale costituì una delle principali occasioni di assoluta evasione del popolo santacrocese. La sfilata delle maschere per le strade del paese è scomparsa da tempo (lo stesso poeta si lamenta del fatto che già alla sua epoca la tradizione si stava spegnendo), e neppure i più anziani ricordano i particolari di ciò che qui si narra. Per tale motivo, la poesia acquisisce un duplice valore: da una parte costituisce un validissimo documento storico che rivela un costume dei nostri nonni, e dall'altra mette in evidenza una precisione stilistica, che oltre a identificare una poetica nuova nel tema e nella realizzazione, si magnifica per una serie di modismi ricchi nel-l'espressione e soavi all'udito per l'effetto della musica. In altri termini, IL CARNEVALE DI PRIMA è opera di formidabile struttura letteraria che s'inserisce tra le migliori creazioni di Raffaele Capriglione e lo conferma grande poeta vernacolare.
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Leggi: |
Carn«vàl« d« Prim«
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"Carn«vàl«
ricc« ricc« |
5 |
"Carnevale riccio riccio maccheroni e salsiccia". (Ritornello santacrocese che annunciava il Carnevale e che era cantato dai ragazzi per tutto il paese). Durante il Carnevale l'allegria era grande. [Dappertutto si udivano] nacchere e tamburini. [La gente ballava in mezzo alla strada] fino all'alba [al suono della] fisarmonica, [del] mandolino e [della] chitarra. Si [preparavano] le maschere e i pagliacci, e i ragazzi si dipingevano i baffi; alcuni si facevano le gobbe mettendosi un cuscino dietro alle spalle e molti si travestivano da monaci, da vecchie ruffiane, da pazzi, da signorine, |
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cuv«c« e cav«c«
e tarandèll«; |
10 |
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chi p« òbb« errèt'i
grin« |
15 |
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chi d« mòn«ch«
cappuccìn«; |
20 |
da frati cappuccini, da preti o soldati, oppure [si appiccicavano sul volto] una lunga barba bianca di stoppa e uscivano tutti insieme a ballare in mezzo alla strada. Che bei tempi! Si divertivano tutti con allegria! Non torneranno mai più quei giorni quando Francesco Manzo si travestiva da pagliaccio e avanzava in prima fila con il volto infarinato; per cappuccio s'infilava una federa che sembrava una mozzetta come quella che portano gli apostoli [nelle processioni]. Davanti alla gente che passava lanciava urli e salti paurosi! Poi, con un torcinello in mano, spaventava i ragazzi che erano in mezzo alla strada e gridava talmente forte da stordire e far |
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scév« tùtt'a cumbagnìj«: |
25 |
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Sò passàt« lli pazzìj« |
30 |
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fatt« e pizz« e
mappuccièll« |
35 |
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li uagliùn« da lundàn« |
40 |
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T« facév'u surd«llìn«! |
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Ndóv« iè iut« lla
mmuìn«? |
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rizzare i capelli. Ah! Che tempi! Mi ricordo quando Francesco Manzo il calzolaio - allora piuttosto povero, ma ora in condizioni più agiate - si travestiva da Pulcinella. La vecchia Quaresima veniva imitata alla perfezione dalla buon'anima di Pasquale Zampino, il quale appariva nell'atteggiamento di un filatore di lana e di lino con una conocchia ruvida. Fungeva da fusaiolo una patata tutta bitorzoluta. (Secondo la tradizione, la Quaresima o, meglio la "Quarentena" ["quarandàn «"] è la moglie di "Carnevale". Si appendeva ad un filo di ferro nel quale è conficcata una grossa patata e ad essa, in circolo, tante lunghe penne di gallina, quante sono le settimane della Quaresima, cioè il periodo che intercorre tra Carnevale e la Pasqua. Durante i quaranta giorni piange il marito Carnevale e passa il tempo filando). In testa [aveva] una parrucca di stoppa. Sulla schiena gli sbatacchia a dritta e a manca un pezzo di baccalà. Francesco Manzo, zoppicando, tirava l'asino e faceva il pagliaccio. |
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ndist« cóm'e nu ciufìcch« |
50 |
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- d« Pasquàl« di
Zambìn« - |
55 |
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vrugn«lós« e
quarandàn«. |
60 |
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Ngicch« può t«ràv'u
ciucc« |
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Ngul« i scév« na
pannèll«. |
65 |
Aveva in testa un cappellone immenso, ed era impressionante con quel suo nasone posticcio e la faccia pittata di bianco e nero. Lanciava urli stridenti e con un tovagliolo, ogni tanto si asciugava muco e lacrime. E piangeva Carnevale insieme alla vecchia, rappresentata da Pasquale che, dritta sull'asino, si strappava i capelli. [La vecchietta] oltre alla testa aveva immensa anche la pancia, fatta con un sacco ripieno di paglia. Sembrava un pupazzo. Una maschera le copriva il volto e in testa |
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Nguìllu pièzz« d«
nasón«, |
70 |
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z« stuiàv« nguand«
nguand« |
75 |
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iss«, e a vècchj«
d« Pasquàl« |
80 |
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cóm'u Rušc« Carm«nón«. |
85 |
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Ch« na maSqu«r« p« facc«, |
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ch« nu capp«llàcc«
viècchj« |
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aveva un vecchio cappello che le calava fin sopra le orecchie; ogni tanto barcollava sull'asino e sembrava Angelo Tartaglia quando verso sera, sotto l'arcata di zio Rocco, si ritirava a casa casa ubriaco. Dietro andavano i ragazzi che suonando le campane, campanelle e fischietti accompagnavano la vecchia [Quaresima]. E per tutto il paese gridavano con allegria: "Carnevale riccio riccio, maccheroni e salsiccia; salsiccia mezzo cotta, va a capire chi l'ha cotta...". Mi ricordo quando Manzo si vestiva con un frac e verso sera in piazza faceva il professore in mezzo ad una grande folla. Saliva su un tavolo, e con il petto pieno di |
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cóm« e quann« u
Sciambagnón« |
95 |
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chi cambàn« e cambanùn«, |
100 |
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"Carn«vàl«
ricc« ricc« |
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M« r«còrd« quann« Ngicch«, |
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medaglie e una bombetta in testa vecchia e stinta del defunto Giacinto [Colonna], cominciava a predicare tutto ciò che doveva fare. Diceva: "Sono venuto da Roma, sono medico e grande professore. So operare persone di ogni età, e di ogni tipo: grandi, piccoli giovani e vecchi; alti, bassi, e persino i neonati. Taglio teste e gambe, rompo i sederi e le ossa, caccio gli intestini e trapianto cervella. Avvicinatevi, buona gente: vi estraggo tutti i denti, vi caccio gli occhi, vi aggiusto le ginocchia. Posso anche operarvi la rotula. |
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lu scarpàr« ticch«
ticch« |
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mbàccj'a sér« e v«ndunór« |
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tutt« na pupulazión«. |
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cum«nzàv« e pr«d«cà |
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sòni gràndi prufissóra. |
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sònni àvita o sònni vàscia, |
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vi rimétti i ciruvèlla. |
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Vi sturcìna, vi sturzélla, |
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Vui tinéta nu dilóra? |
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Avete qualche dolore? In un attimo ve lo tolgo. Vi fa male la caviglia? Avete cispa o diarrea o gli intestini ostruiti o un tumore ai fianchi? Vi curo immediatamente. Non vi piace il naso che avete? Ve lo taglio completamente e lo cambio a vostro piacimento. Sì, signora dama: non ti piacciono le orecchie che hai? Te le aggiusto subito: te le mozzo, te le allungo oppure te le faccio piccoline. E se vuoi posso fartele anche piccolissime. Sono stato in Bulgaria, all'Abbazia di Melanico (quest'ultima contrada agricola di Santa Croce di Magliano); sono stato tra i tedeschi, |
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Vui tinéta li scazzìlla? |
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Ni vi piàcia quìssu nàsa? |
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Lèsti lèsti v'i spillécchia! |
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O di cchiù piccirillétta |
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a Milànica a Bbazzìa; |
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Traunàra e Munacésca, |
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a Monacesca (contrada dell'agro santacrocese) e Dragonara (contrada dell'agro di Torremaggiore, Foggia, confinante con quello di Santa Croce); in mezzo ai greci e ai polacchi, e a Ciuppite (un'altra contrada agricola santacrocese) tra le vacche. Poi in Russia e in Giappone, a Piano Laccio e Stripparone (le ultime due, contrade agricole di Santa Croce), a Chicago e in Turchia e finanche in un luogo che non vi posso rivelare... (Il personaggio mette alla stessa stregua grandi e famosi centri con semplici e insignificanti contrade agricole locali. Da eccellente psicologo, il poeta sa che si mantiene viva la curiosità dell'uditorio quando si fa riferimento a circostanze e cose che gli interessano e che conosce). Ho operato nel carcere, e persino l'Imperatore Guglielmo [I] (Imperatore della Germania e re di Prussia), il quale da trent'anni aveva un forte dolore alla schiena causato da un pulcino! Da bambino aveva ingoiato un uovo crudo completo che era già stato fecondato. Dopo un'ora è nato un pulcino che non poteva uscirgli dal corpo |
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Può na Rùssia e nu Ggiappóna |
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upraziùna u quarandaquàtta, |
180 |
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Pirché quìsta da uaglióna |
185 |
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E ti scòppa déndi e n'óra |
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chi da là mbutéva scìna. |
190 |
e che gli era rimasto dentro per trent'anni, cantando sempre lo stesso ritornello: 'Uì uì, io da qui non posso uscire...'. Dopo che gliel'ho estratto, mi ha ricompensato con un milione e cinquecento cazzotti in faccia. Voi vi chiederete il motivo [di simile comportamento. La risposta è semplice]: Perché lui era il re, e i re sono traditori come i muli. Ma ora basta, buona gente; se qualcuno di voi si sente male, qui c'è il professore. Vi opero assolutamente senza compenso, perché lo faccio solo per la gloria; per me è sufficiente che poi ne parli l'umanità attraverso la storia". (Il poeta sicuramente pensava a se stesso quando scriveva questi versi...). |
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'uì e uì e uì e uìna |
195 |
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di sgrugnùna sótt'i diènda. |
200 |
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Ma mó bbàsta, bbòna ggènda. |
205 |
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ni m'avéta da paàna; |
210 |
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* * * |
Nel frattempo in mezzo alla strada, si sente gridare: "Mamma mia, sto morendo! Correte, non sopporto il dolore!". La gente si volta e nota una vecchia sdentata e stracciona con le mani sullo stomaco che continuava a gridare: "Correte, mamma mia, che soffro di stitichezza". Due maschere si avvicinano immediatamente; una se la carica sulle spalle e la conduce fino al tavolo per farla subito operare. (Non siamo riusciti a recuperare l'originale di questa poesia. Dal testo in nostro possesso - che poi è lo stesso che circola in un'edizione fotocopiata a cura dell'Editrice Universitaria Felice [Pisa] 1972 - i versi 227 - 292 sono pressocché incomprensibili. Comunque il v. 293 si ricollega direttamente al 226, per cui non è esagerato pensare ad una possibile interpolazione posteriore ad opera dello stesso poeta, mal trascritta dagli innumerevoli e spesso improvvisati copisti). |
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Nguìstu mèndr« mmièz'a vij« |
215 |
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e na vècchj« z« pr«sènd« |
220 |
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Lèst« lè duj« maSquaràt« |
225 |
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ca l'à lèst« up«rà. |
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E t« cacc« nu
martièll«, |
295 |
[Francesco Manzo] tira fuori un martello, una tenaglia (ed altri strumenti, per i cui significati si rimanda al glossario), si rimbocca le maniche, fa prendere la malata e comincia a tagliare sotto le vesti; con la tenaglia estrae una budella lunghissima e poi caccia tutti gli intestini. La vecchia grida, ma lui continua imperterrito. Taglia tranquillamente con la sega ed estrae una vescica gonfia. Appena riesce ad averla completa nelle mani, la spreme verso la folla e bagna la faccia dei presenti. Finita questa operazione, si sente gridare un'altra persona. |
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spinn«l«, rung«
e v«rd«lacchj«; |
300 |
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ca t«naglj« na v«dèll« |
305 |
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Ngicch«. Taglj« e
pìglj'a séch«. |
310 |
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e f«rniSS« ca u bb«rband« |
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z« pr«sènd« nu suldàt« |
315 |
Si tratta ora di un soldato che ha un dente cariato. Il professore prende una tenaglia e, dopo un po', al posto del dente, mostra un osso grandissimo che è sicuramente la mascella di un asino o di un vitello. Continua poi a guarire gli zoppi, i ciechi, gli storpi, i gobbi e i matti. Su un tavolo in mezzo alla piazza il professore opera e si fa onore. Ad alcuni estrae le cervella, ad altri l'osso sacro, e così continua senza fermarsi: finisce con uno e comincia con un altro. Fin quando arriva una signora incinta con le doglie. Francesco Manzo la fa partorire e invece del bimbo una volta estrae un pupazzo, un'altra il cane e un'altra ancora il gatto. |
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ch« tè u dènd«
cavutàt«. |
320 |
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ca iè pròpj« na mascéll« |
325 |
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Na bbuffètt« mmièz'a chiazz« |
330 |
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e cundìn«v« d«
stu pass« |
335 |
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e p« cit«l«
ch« fa? |
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ógni ann« sèmb«
fa |
340 |
Insomma ogni anno se ne viene con qualche novità. Ma da quando si è sposato non ha più voglia di giocare e pensa solo a lavorare. "Carnevale riccio riccio, maccheroni e salsiccia". Tu lo sai dove è andato a finire? E' nascosto, o è scomparso [per sempre]? Io non lo so e tu nemmeno, perciò non ne parliamo più! (Ancora una volta è la battuta scherzosa finale che rompe con l'incanto di una considerazione seria e sentita. Il progresso travolge il passato e le sue tradizioni tanto care al poeta, che giammai vuole dare l'impressione di essere un nostolgico, perché nel fondo è cosciente che la storia non si ferma...). |
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Ma dacché mó z'è casàt« |
345 |
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maccarùn« e sav«cìcc«". |
350 |
(Ripreso da Antologia poetica dialettale di Raffaele Capriglione a cura di Michele Castelli, Caracas, 2ª edizione 1992)
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