LA TRASCRIZIONE DEI TESTI DIALETTALI MOLISANI: UNA PROPOSTA
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a cura di Michele Castelli |
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E’ assai difficile che in una Regione qualsiasi dell’Italia
non ci si imbatta in autori in versi o in prosa che abbiano usato il vernacolo
per le loro ispirazioni. maj« /máj« / = mai ~ (opposto a) mar« /már« / = mare. Tutti i segni sono uguali meno /j/ e /r/. Per cui essi sono
sicuramente due fonemi diversi. Esempio: majj« = maggio; uòjj« = oggi; pèjj« = peggio, ecc. Questo stesso segno <j>, inoltre, si userà nelle trascrizioni dei dialetti che lo richiedono quando diventa semiconsonante [ j ] e forma le dittongazioni con la shwa /« /; ancora quando dà valore palatale a –c e al digrafo –gl seguito dalla stessa shwa; con i nessi -ch (o –cch) + shwa; e per allungare gli armonici di /i/ nei pochi casi in cui si presenta il fenomeno. Esempi: maj« = mai;
craj« = domani;
j« latìna = gelatina;
pr« j« bbì = proibire;
ecc. Lo stesso criterio di commutazione è applicabile per rivelare la caratteristica fonematica di <h> in quelle aree come il santacrocese, il fossaltese, il casacalendese, ecc. in cui è percettibile la sua articolazione glottale aspirata sorda. Esempio: (sc) hiat« /hiát« / = fiato, alito ~ (opposto a) viat« /viát« / = beato. Tutti i segni sono uguali meno /h/ e /v/. Essi sono due
fonemi diversi. (sc) ahhià = trovare; (fs) hiuhhiatùr« = soffietto; ecc. In italiano, come si sa, il grafema <h> non ha alcun
valore linguistico perché è privo di articolazione. In alcuni casi funziona
come un diacritico per risolvere le ambiguità semantiche (ho/o; hanno/anno) e
in altri interviene per velarizzare i grafemi <c> e <g> quando sono
seguiti dalle vocali palatali /e, i/ (che, ghe, chi, ghi). (sc) mman« = in
mano; mm« S
càt« = mischiato;
rraiàr« z« = arrabbiarsi,
ecc. Di qui la necessità di rappresentare opportunamente nella
scrittura questi fenomeni fonetici. bbangón« o bbengón« , ecc. = banco da lavoro, abb« l« = abile; bbrenghìj« o bbrunghìj« o bbrunghìa, ecc. = bronchite; lèbbr« o lÏ bbr« , ecc. = lepre; gg« gand« o ggiagànd« o ggiaànd« , ecc. = gigante; paggèll« o peggèll« = pagella. Ecc. Pare, dunque, sufficientemente logico che si rispetti nella
scrittura la caratteristica geminata dei due fonemi analizzati. gallina > V allìna > allìna o allìn« o ellìn« = gallina; pagà > paV à > paà = pagare. Ecc. In simile circostanza si propone di rappresentare con
<g> il suono nelle aree che non hanno raggiunto la completa
disarticolazione ed omettere, ovviamente, il grafema nei casi in cui si è
perduto del tutto. guv« rnà > cuv« rnà = governare; magàr« > macàr« > maàr« = magari. Ecc. Non di rado, in parole che iniziano con le vocali /a, o/ la disarticolazione è preceduta da un suono di transizione [ v] che nella sua evoluzione semivocalizza in [ w ] <u> o [ j ] <i>: gàtta > V àtta > vàtta
> uàtta > àtta = la gatta
(il gatto) In tutti questi casi la scrittura si adeguerà facilmente
alla reale fonetica dei dialetti interessati. ghallìn« = gallina; aghùSt« = agosto; ecc. Sul fonema fricativo alveolare sordo /s/ il discorso è
semplice. In posizione iniziale seguito da vocali, e in posizione intervocalica,
è assoluto il tratto di assordimento il quale nei nostri dialetti può essere
rappresentato con lo stesso grafema <s> che identifica l’italiano.
Esempi: s« lluzz« =
singhiozzo; cas«
= casa; ecc. a) [ s ] <s> o [ S ] <S> seguite da consonanti sorde. E’ difficile, dal punto di vista fonetico, stabilire perché il corrispondente delle parole italiane <stalla> o <scopa> si pronunciano nel santacrocese con [ s] alveolare: stall« , scóp« , mentre nel casacalendese, a meno di venti chilometri, si usa la variante palatale sibilante [ S ] : S tall« , S cóp« . E viceversa, perché le parole S cummétt« (scommettere), o S ch« fus« (schifoso) del santacrocese si pronunciano sch« mmétt« o sch« fus« nel casacalendese. Questa alternanza alveolare/palatale è presente anche in altri dialetti molisani. b) [ z ] <s> o [ Z ] <Z > seguite da consonanti sonore. L’alveolare sonora [ z ] davanti a consonanti sonore è anche tipica dell’italiano (sbirro [ " z birro] , disdetto [ di" z detto] , ecc.) per cui, data la spontaneità con cui la pronuncerebbe qualsiasi nativo della penisola, non sarà necessario modificare il simbolo nella scrittura del dialetto. Esempi: (cs) sdrèuz« [
" z d
r E ut
s « ]
o (sc) sdrèu« z« [
" z d
r E w«
ts« ] , ecc. = strano,
stravagante; Quando invece il nesso è un fonema palatale + consonante sonora, in alcuni dialetti, anche se in pochissime parole, l’articolazione palatale sonorizza anch’essa trasformandosi in [ Z ] <Z >, equivalente al suono del francese journal o del portoghese jogo. Esempi: (bn) Z d«
ll« zzat« [
Z d «
l l «
t " t
s a t
« ] o Z
d« llazzàt« [
Z d «
l l a
t " t
s a t
« ] , ecc. = dicesi
dell’agitarsi dei liquidi in vasi non pieni quando questi sono mossi; Ritornando all’articolazione fricativa palatale sorda [ S ] essa, nei nostri dialetti, oltre che variante di /s/ nei nessi con consonanti, è anche un fonema, come in italiano. Con la differenza che dal punto di vista fonetico, sia in posizione iniziale che intervocalica può alternare la caratteristica scevra [ S ] con la rafforzata [ S S ] , senza la possibilità che il fenomeno possa essere normato con regole fonologiche. Nel santacrocese, per esempio, [ S i] = avv. di afferm. sì, ma [ S S i] = v. uscire; [ " k a S « ] = formaggio, ma [ " k a S S « ] = cassa; ecc. Ed anche: [ k a m " m i S « ] = camicia, ma [ d « " t S i S S « ] = diresti; [ r a S « " n i j « ] = chiacchiere, ma [ " ra S S « ] = scaracchio; ecc. Ai fini della scrittura dei testi dialettali si propone di lasciare il digrafo –sc dell’italiano + vocali palatali /e, i/, in tutte le posizioni, perché sicuramente coinciderà con la tendenza del rafforzamento tipico dell’italiano nazionale: càscia [ " k a S S a ] = cassa, sciabb« l« [ S " S a b b « l « ] o sciàbbula [ S " S a b b ul a] ecc. = sciabola; sciutéll« [ S S u" tell « ] o sciutélla [ S S u" tell a] , ecc. = passeggiatina; sciacquìtt« [ S S a k " k w i t t « ] o scecquìtt« [ S S ek " k w i t t « ] , ecc. = cenetta tra amici; ecc. e così anche il digrafo –sc + « in posizione iniziale, perché ivi la sua articolazione risulterà invariabilmente rafforzata: (sc) sc« ng« nat« [ S S « n d Z « " n a t « ] = persona malandata; (fs) sc« ppà [ S S « p " p a ] = strappare, staccare; ecc. Fare uso, invece, dello stesso simbolo dell’AFI <S > scevro o geminato <S S > davanti a shwa, in posizione intervocalica, a seconda del valore fonetico che si registra nei singoli dialetti. Esempi: (sc) c« raS « = ciliegia, ma paS S « = v. pascere; ecc.; (bn) cuS « tór« = sarto, ma vaS S « léll« = bassina; ecc.; (cs) vaS « = bacio, ma u spriéS S « = locale col torchio; ecc.; (fs) vruS « l« = foruncolo, ma muS S « iè = comportarsi fiaccamente; ecc. In quest’ultimo caso, ma solo in esso, l’alternanza [ S ] -[ S S ] potrebbe sostituirsi con i dígrafi <sc>-<šc>: Esempi: (sc) c« rasc« = ciliegia, ma pašc« = v. pascere; ecc.; (bn) cusc« tór« = sarto, ma vašc« léll« = bassina; ecc.; (cs) vasc« = bacio, ma u spriéšc« = locale col torchio; ecc.; (fs) vrusc« l« = foruncolo, ma mušc« iè = comportarsi fiaccamente; ecc. Riepilogando, per il suono fricativo palatale sordo dei dialetti molisani, si propongono i seguenti simboli: -sc + vocali palatali /i, e/ in tutte le posizioni, e –sc + « solo in posizione iniziale. S nei nessi con consonanti sorde nei dialetti che lo richiedono, o suono scevro davanti a shwa /« / in posizione intervocalica. Ma volendo, anche semplicemente –sc.S S suono geminato, solo davanti a shwa /« /, in posizione intervocalica. Ma volendo, anche semplicemente – šc. Il fonema affricato dentoalveolare dei dialetti molisani è
generalmente sordo /ts/. La sua variante sonora [ d
z ] interviene appena
quando è preceduta dalle consonanti sonoranti /n, l, r/ (ma in tal caso l’articolazione
coincide con quella di qualsiasi parlante che spontaneamente pronuncia lo stesso
nesso in italiano), oltre ai pochissimi casi di rafforzamento sia in posizione
iniziale di parola che intervocalica, anch’essi coincidenti con l’italiano
nazionale. Per questo, ai fini della scrittura, il tratto di sonorità non
merita un segno speciale per la sua rappresentazione. (sc) zinn« = angolo, estremità di qualcosa ~ zzinn« (2ª persona del v. zz« nnà) = fare l’occhiolino, indicare qualcosa; ecc.Così, oltre alla comune forma di geminazione iniziale simile al resto delle consonanti (zz« ccà = indovinare / avvicinare / socchiudere; zzuppà = colpire, fare male, ferire; ecc.), si rappresenteranno in grafia i tratti rafforzati di zeta quando precede un dittongo ed è in posizione intervocalica. Quest’ultimo fenomeno, dal punto di vista fonetico, è palese anche nelle parlate italiane, specialmente quelle centromeridionali, solo che il rafforzamento non ha riscontro nella grafia. Un’analisi empirica rivelerebbe che ciò avviene quando nell’etimo latino il digrafo <ti +vocale> che dà origine alla zeta è preceduto da una consonante. Esempi:(sc) l« zzión« o (fs) l« zzióna > dal lat. lectione(m) = lezione [ l e t " t s j o n e ](sc) cung« zzión« > dal lat. conceptione(m) = concezione [ kontSet " t s j o n e ] , ecc. Invece: (sc) ve ziuse o (bn) ve zióse > dal lat. vitiu(m) = vizioso [ v i " t s j o s o ](sc) pupulazión« o (fs) pop« lazión« > dal lat. populatione(m) = popolazione; ecc. Per concludere con il consonantismo, è necessario ricordare che studi seri sui dialetti centromeridionali, non esclusi quindi quelli molisani, rivelano che nei nessi nasale /n, m/ + cons., si produce invariabilmente la sonorizzazione della consonante. Esempi: it. ponte > dial. pónd«it. dente > dial. dènd« o dÏ nd« o rènd« it. bancone > dial. bbangón« o bbengón« it. cancello > dial. cangièll« o cangìll« o chengèll« , ecc. Quando in italiano il nesso è /nd/, non è rara l’assimilazione /nn/ (it. mondo > dial munn« ; it. quando > dial. quann« o quònn« ; it. mandorla > dial. mènn« l« ; ecc.). Se non vi è assimilazione, /nd/ resta tale anche nei dialetti (it. mandolino > dial. mandulìn« ; it. condannare > dial. cundannà o cundennà; ecc.).Con /nf/, invece, la trasformazione nei dialetti è [ m b ] : (it. confessare > dial. cumb« ssà; it. in faccia > dial. mbacc« ; it. infarinare > dial. mbar« nà; ecc.).Finalmente, se il nesso it. è /mp/, la occlusiva bilabiale sonorizza (it. campana > dial. cambàn« o chembàn« ; it. rompere > dial. rómb« ; it. impiegato > dial. mbieàt« o mbiegàt« ; ecc.).Nel seguente quadro, si mostrano i fonemi consonantici e le loro macrovarianti che caratterizzano i dialetti molisani da noi presi come modello d’analisi. Il quadro potrà essere completato con eventuali nuovi fonemi o allofoni che risultino da ulteriori ricerche su aree del Molise ancora inesplorate dal punto di vista linguistico.
I caratteri di scrittura dei dialetti corrisponderanno ai seguenti simboli del quadro, con l’avvertenza che i suoni così rappresentati sono solo approssimativi perché è impossibile considerare tutte le sfumature fonetiche di una parlata:
Per quanto riguarda il vocalismo, i dialetti molisani sono
ricchi di sfumature frequenziali (ci riferiamo a quelle fisiche misurate in
hertz) che stabiliscono appunto l’impronta indelebile del parlante anche
quando l’innatismo fonetico viene trasferito alla lingua nazionale. Non è in
questa sede, tuttavia, che interessa l’analisi diacronica per determinare l’evoluzione
vocalica. Studi seri sull’argomento esistono in quantità e qualità, e primo
fra tutti il sempre ricordato classico di Röhlfs (1966). Qui ci preme indicare
le approssimative macroarticolazioni attraverso alcuni segni di universale
convenzione con i quali lo scrittore e il lettore possano trasmettere e ricevere
con sicurezza uno stesso messaggio semantico e fonetico. Ci interessa, insomma,
uniformare il criterio di scrittura dei nostri dialetti usando caratteri, fin
dove sia possibile, della comune lingua nazionale per indicare i suoni vocalici
(individuali o combinati attraverso iati e dittongazioni) così come arrivano
all’udito senza ricorrere ad espedienti grafici che nella mente dell’inventore
dovrebbero rappresentare tale o quale articolazione che solo lui, e i pochi
parlanti del dialetto in istudio, saprebbero dire con precisione. Ad esempio, se
la parola italiana padre trasferita al
fossaltese suona più o meno puótr« ,
perché insistere con la scrittura påtre, o puåtre, per poi
giustificare, come fa il buon Bagnoli, che si tratta di "suono turbato di
-a, tendente ad -o"? Non è più logico indicare subito al lettore la
pronuncia approssimativa della parola? Così, non guadagna in chiarezza il
dialetto?
La differenza rispetto all’italiano è l’aggiunta di shwa /« /, un vocoide centrale medio indistinto, e perciò invariabilmente atono, di altissima ricorrenza perché nella maggior parte dei dialetti, in posizione finale, è il risultato del mutamento fonetico di tutte le vocali. Il suo valore fonematico è evidente. Nel santacrocese, per esempio, un’opposizione rilevante è costituita dalle coppie ll« ccà /ll« kká/ (leccare) ~ lluccà /llukká/ (gridare); nel bonefrano dalle coppie ch« lat« /k« lát« / (circa un chilo) ~ chelàt« /kE lát« / (calata); ecc. La proposta di rappresentazione grafica nei nostri dialetti dei fonemi vocalici descritti è semplice: i /i/ tonica come l’it. filo [ " f i l o] : (sc) gliuttì = inghiottire; (bn) ndricchj« = mesentere essiccato con un intingolo di peperoncino piccante, pezzettini di aglio e origano; ecc. é /e/ tonica chiusa come l’it. sera [ " s e r a ] : (fs) c« vétta = civetta. Fig. donna vanitosa, frivola; (cs) r« pét« = ripetere; (sc) nzégn« = piccola quantità di qualcosa; ecc. è /E / tonica aperta come l’it. vento [ " v E n t o ] : (bn) p« curèll« = pecorella; (cs) orchèS tr« = orchestra; (fs) ècch« = ecco; (sc) lènz« = striscia di stoffa e sim.; ecc. e /e/ atona neutra come l’it. male [ " m a l e ] : (bn) nnescunnerèll« = nascondino. Gioco di bimbi; (cs) rachenèll« = specie di nacchere che si usano il venerdì santo in sostituzione delle campane; ecc. « /« / sempre atona come l’ingl. nation [ " n e i S « n ] : (sc) p« S qu« ricchj« = pipistrello; (fs) jÏ ss« m« = eccomi; (bn) f« rr« ttin« = fermacapelli; (cs) p« nd« glius« = puntiglioso, caparbio; ecc. a /a/ tonica o atona come l’it. casa [ " k a s a ] . Ï variante di /a/ tonica. Tipico suono del fossaltese articolato tra la –a e la –e: vÏ spr« = vespro, pomeriggio; f« nÏ S tra = finestra; d« l« catamÏ nd« = delicatamente, con delicatezza; ecc. ó /o/ tonica chiusa come l’it. nodo [ " n o d o ] : (bn) lambesción« = cipollaccio con fiocco della fam. delle gigliacee; (fs) oprazión« = operazione; ecc. ò /O / tonica aperta come l’it. cosa [ " k O s a ] : (sc) fumògg« n« = scìa che lascia la coccinella sulle foglie e sui rami degli alberi; (cs) r« mbòrz« = rinforzo; ecc. o /o/ atona neutra (assai rara) come l’it. popolare [ popo" lare] : (cs) portez« cchìn« = portamonete; (fs) motobb« c« clétta = motocicletta; ecc. u /u/ tonica o atona come l’it. fumo [ " fu mo ] , lumaca [ lu" mak a] : (sc) luc« cappèll« = lucciola; (bn) pubbl« cheziùn« = pubblicazioni di matrimonio; ecc. In quanto alle combinazioni vocaliche non interessa, in
questa sede, teorizzare sulle loro metafonie e sulle dittongazioni dei dialetti
molisani. Interessa proporre un sistema di scrittura che possa essere valido per
qualunque area cosicché, più in là delle giustificazioni, ci si vuole
limitare alle realtà sincroniche con lo scopo di avvicinarsi il più possibile
alla rappresentazione grafica delle multiple varianti fonetiche. Con /i/ > [j]: [ja] = ia (sc: chiagn« ; fs: mb« S tialì; ecc); [je] = ié (bn: meiés« ; cs: p« liéj« = origano; ecc.); [jE ] = iè (sc: ciènd« ; cs: ppiènn« ; ecc.); [j« ] = j« (bn: j« letìn« ; sc. mastrìcchj« ; ecc.); [ji] = ji (cs. jitt« ch« ; fs: jinn« r« ; ecc.); [jo] = ió (bn: p« nzión« : sc: iónd« ; ecc.); [jO ] = iò (sc: hiòcch« ; bn: a iòcch« ; ecc.); [ju] iu (fs: chiuv« ; sc: hiumàr« ; ecc.). Con /u/ > [ w ] : [ w a] = ua (bn: quatrerèll« ; fs: quóv« l« ; ecc.); [ w e] = ué (sc: quéll« ; bn: quéss« ecc.); [ w E ] = uè (sc: s« quèstr« ; cs: uèrr« ; ecc.);[ w e] = ue (cs: squeglià; fs: puesìa; ecc.); [w« ] = u« (sc: micqu« l« ; bn: spraqu« l« ; ecc.); [wi] = ui (sc: quill« ; bn: quin« c« ; ecc.); [wo] = uó (cs: puórch« ; fs: scutruó; ecc.); [wO ] = uò (sc: luòt« n« ; ecc.). D’altra parte, quando si parla un dialetto, a volte anche
un udito foneticamente poco educato percepisce rafforzate alcune consonanti
iniziali di parole le quali, tuttavia, in contesti diversi non producono lo
stesso fenomeno. Se per esempio nel santacrocese si pronuncia il sintagma cièrt«
vòt« = alcune
volte, il sostantivo vòt« in tale
contesto ha la consonante iniziale –v scevra [
v] . Se invece si dice cacch«
vòt« = qualche
volta, si nota immediatamente il rafforzamento di –v [
v] ([ "
k a k
k « ¥
v " v
O t «
] ) tanto che chi cerca di scrivere in dialetto
tende a rappresentare nella grafia la geminata iniziale. Raffaele Capriglione,
difatti, nei suoi testi in vernacolo scrive ripetutamente cacche vvòte. (sc) cchiù dic« bbuscìj« , cchiù nd« créd« n« sciun« [ kkju¥ d" ditS « ¥ bbu" S ij« /kkju ¥ nd« ¥ " kred« ¥ n« " S un« ] = più dici bugie, più non ti crede nessuno. (si noti nella trascrizione fonetica il rafforzamento della consonante –d del verbo dic« dopo cchiù, ma non della –n di nd« , perché ad essa segue una consonante non liquida.) (fs) accàtta a culm« e vénn« a ras« r« [ a k " k a t t a a k " k u l m « \ e v " v e n n « a r " r a s « r « ] = compra a colmo e vende a raso. (si noti anche qui nella trascrizione come rafforzano le
consonanti iniziali di culm« , vénn«
e ras« r« per
effetto dei monosillabi a ed e). ti ho detto più volte che sei un seccante [tj O d " d e t t o p j u v " vO l t e \ k e s " s E j u n s e k " k a n t e ], raddoppierebbero cioè foneticamente la –d
di detto, la –v
di volte e la –s
di sei per l’effetto dei monosillabi ho,
più e che. (fs) c« nguandacìngh«
; hiuhhiatùr« ; tavulàcc«
; frabb« catór«
; ecc. invece: (fs) c« ndrin«
; p« nnacchj« ;
mb« nzir« ; p«
ll« cciarz« ; ecc. Quando, come in quest’ultimo caso, la unica sillaba è costituita da vocale diversa da shwa, l’accento si scriverà sempre se la vocale è /e/ o /o/ per determinarne il grado d’apertura, come pure se la parola è tronca. Esempi: (fs) iès« n«
, v« gnét« ,
p« rdón« , puótr«
, c« m« ndà,
p« S tiè, ecc. Finalmente, non si potrà trascurare l’accento diacritico nei casi di ambiguità semantica. Esempi del (sc):
Ecco, ora, a mo’ di esempio, come si dovrebbero trascrivere, seguendo il metodo suggerito, due poesie di autori fra i massimi rappresentanti della poesia vernacolare: Raffaele Capriglione ed Eugenio Cirese. Primo esempio: Un cliente illustre Na nòtt« "tupp«
tu!..." sènd’u p« rtón«
. Raffaele Capriglione (Una notte sento bussare al portone. "Chi sarà?" [ -mi chiedo] . Salto dal letto, m’infilo alla meglio i pantaloni, mi metto le scarpe senza calze e nell’oscurità corro ad aprire il balcone. "Chi è?" [ -chiedo] . "Sono io" [ -mi rispondono]. "Chi sei?". "Sono Giuseppe Polletta". "Cosa vuoi?". "Devi venire a casa perché Lucia (la moglie) vomita, le fa male lo stomaco e si sente debole. Per piacere fa presto". "Aspetta un attimo". M’infilo il cappello in testa e immediatamente m’avvio a fare il salvataggio... Il giorno dopo per pagamento, mi manda a regalare... un torcinello [involtino arrosto preparato con budella d’agnello e pezzetti di fegatino]. (Il personaggio era macellaio e perciò fabbricante di "torcinelli". Ma qui, come si potrà capire, il termine è usato in senso ambiguo...). Secondo esempio: La rusélla Iè nàta na rusélla a lu ciardìn« Eugenio Cirese (La rosella. E’ nata una rosella nel giardino, in mezzo ai giacinti e gelsomini. Il pianto di codesti occhi l’ha bagnata, la fiamma di questo cuore l’ha scaldata. Nascosto tra le foglie sta uno spino: la forza dell’amore sono le pene. Se sei coraggiosa vieni a cogliere la rosa quando mamma non c’è. Vieni per odorarla. L’odore che ha è tutto per te [ Versione in prosa di A.M.Cirese] ). La poesia è stata trascritta rispettando alla lettera la registrazione trasmessami dal caro amico Nino Bagnoli, il quale ha voluto precisare che l’ha letta "così com’ è scritta, rispettando la scelta fatta dal Poeta di esprimersi in un dialetto molisano universale, cioè non legato a nessuno dei tanti nostri dialetti reali. Se fosse stata scritta in dialetto fossaltese, qualche parola sarebbe risultata diversa". Così, tanto per dimostrare che il metodo può funzionare con altri dialetti molisani oltre a quelli analizzati per formulare la proposta, riprendiamo un brano della leggenda "La principessa e il serpente" che è servito di base a Rita Frattolillo (1997) per la descrizione comparata delle parlate molisane. Il testo che si riporta qui di seguito è stato tradotto nel dialetto campobassano e registrato da Maria Pia Sandomenico, una delle tante informatrici che hanno collaborato alla realizzazione dell’opera della Frattolillo. "C« S tév« na vót« nu marìt« e na mugliér« ch« t« név« n« na iumènda e na càna. Succ« dètt« ca la fémm« na, la càna e la iumènda S tév« n« ingìnd« e parturènn« (z« sgravànn« ) tùtt’e tré. La iumènda facètt« ddu cavàll« , la càna ddu cacciunièll« e la fémm« n« ddu uagliùn« . Passàtt« u tièmb« e l« uagliùn« cr« scév« n« par« a pàr« ch« l’an« màl« . Un« d« l« ddu figlj« , quand« t« nètt« vind’ànn« , z« n« vulètt« ì da la cas« e r« cètt« : ‘mamm« , rét« m« la bbenedizzión« vòS tr« , p« cché ì m« n« vòglj« ì’. Z« p« gliatt« la iumènda e ddu canùcc« e z« m« ttétt« in camìn« "... (C’era(no) una volta un marito e una moglie che tenevano una cavalla e una cagna. Successe che la signora, la cagna e la cavalla erano gravide e partorirono tutte e tre. La cavalla fece due cavalli, la cagna due cagnolini e la signora due figli. Passò il tempo e i bambini crescevano di pari passo con gli animali. Uno dei figli, quando aveva venti anni, decise di andar via di casa e disse: "Mamma, datemi la vostra benedizione, ché me ne voglio andare". Si prese una cavalla e due cani e si mise in cammino... [Da: La Principessa e il serpente]). Bibliografia Bagnoli, N. (1990), Ipotesi di lessico fossaltese, Edizioni
Samnium, Campobasso Michele Castelli
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