Questa pagina è stata pubblicata su www.santacroceonline.com il 08/09/2010
Cultura - Music story a Santa Croce di Magliano
Le
radio
Chi a Santa Croce di Magliano ha vissuto gli anni adolescenziali a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta non puo' non ricordare che quel periodo fu caratterizzato dalla presenza in paese di ben due Radio, entrambe con sede nei pressi del quartiere casale (foto a destra).
Indimenticabili perché furono la grande novità dell'epoca in ambito musicale.
E indimenticabili soprattutto perché i vari programmi delle Radio furono dei
veri e propri punti di riferimento in ambito sociale, sia per gli ascoltatori
sia per i tanti protagonisti che si alternavano - tecnicamente e artisticamente
- alla realizzazione dei programmi stessi.
In questa pagina proponiamo alcune fotografie dell'epoca...
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siamo
alla ricerca di altre fotografie e altri documenti che riguardano
il periodo delle radio di Santa Croce di Magliano
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APPROFONDIMENTO
Sull'argomento RADIO proponiamo un testo tratto da:
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La musica è legata strettamente alla radio, tuttora principale mezzo di diffusione e conoscenza delle novità musicali, anche se Internet è il futuro e ormai anche il presente. Quella che segue è una breve cronistoria delle radio libere. In realtà all'inizio le chiamavano radio pirata, trasmettevano eludendo la legge, in modo un po' avventuroso, fuori dagli schemi, poi sono diventate "radio libere", sempre alternative ma più o meno legali, ora sono semplicemente "radio private", nel senso proprio di "imprese private".
Ora
le radio libere, o per meglio dire le radio private, fanno parte del panorama
musicale, sono il nostro accompagnamento, soprattutto quando si sta in macchina,
e facciamo zapping con i segni + e - tra una radio e l'altra, non appena parte
la pubblicità.
Peraltro la radio è diventata un mezzo di minore importanza, quasi residuale,
rispetto alla televisione e anche ad Internet. È un mezzo che trova la sua
principale ragione di utilizzo quando in mobilità, e in generale quando si
possono utilizzare soltanto le orecchie, mentre tutti gli altri sensi sono
occupati nel guidare o nel fare altre cose.
Ma torniamo agli anni nel quale era il mezzo principale per la diffusione della
musica.
Come
è iniziato il fenomeno
Gli investimenti per realizzare una radio sono stati notevoli fino a pochi anni
fa, e quindi alla portata soltanto di grandi organizzazioni. Nei primi tempi
della radiofonia quindi le radio erano statali, ma negli Stati Uniti d'America
già negli anni '40, organizzare e mettere in piedi una radio era un
investimento alla portata anche di imprenditori di medie capacità finanziarie.
Quindi iniziò, complici anche la libertà di azione garantita dalla
costituzione americana, la struttura federale e la estensione del territorio,
una proliferazione di radio libere, cioè di radio indipendenti, nel caso
americano, dalle grandi reti nazionali.
Era quella fase raccontata nel film di Woody Allen "Radio Days",
citato anche nel recente film dei fratelli Cohen "Fratello, dove sei"
(Brother, Where Are Thou?, enorme successo della colonna sonora negli USA) e
anche il tema di un album che è una pietra miliare della musica pop, il famoso
disco del 1982 The Nightfly di Donald Fagen.
La
situazione in Italia
In Italia in Europa le cose erano piuttosto diverse. In Italia, dove
peraltro la radio è stata inventata, come noto, da Guglielmo Marconi, la radio
ha iniziato le trasmissioni regolari ai tempi del fascismo e, anzi, è stata il
mezzo principe di diffusione della propaganda del regime, che organizzava
radiodiffusioni pubbliche nelle piazze dei discorsi del Duce, a beneficio di chi
non aveva l'apparecchio in casa.
Dopo la guerra la radio è ripartita come strumento di intrattenimento, anzi il
principale mezzo di intrattenimento, assieme al cinema, almeno fino alla
definitiva affermazione della televisione nei primi anni '60.
La radio in Italia era diffusa da un solo gestore nazionale, ovviamente la RAI
(erede della EIAR dei tempi del fascismo) e trasmetteva solo tre programmi
nazionali; il primo e secondo canale di intrattenimento generale e di
informazione, il terzo canale dedicato alla musica classica e in generale a
programmi culturali e di approfondimento. Si potevano poi ascoltare molte radio
straniere, sulle onde medie e sulle onde lunghe, che consentivano una
propagazione ampia o amplissima delle trasmissioni. Le radio dell'epoca avevano
una scala di sintonia dove erano indicate le località di origine delle
trasmissioni, che spaziavano su tutta l'Europa, e alcune radio straniere, in
primis Radio Vaticana, trasmettevano in italiano, fornendo un minimo di
alternativa.
Esisteva poi la filodiffusione, che in realtà non era radio, ma una
trasmissione via doppino telefonico di programmi musicali su tre o quattro
canali tematici (classica, leggera, un po', in piccolo, come il servizio radio
fornito dai canali satellitari attuali o dai canali radio internet), sempre
gestita dalla RAI.
La filodiffusione non era hi-fi, ma almeno era stereofonica, a differenza della radio, che in Italia rimaneva monofonica sia sulle onde medie (dove non si poteva fare altrimenti) sia sulla modulazione di frequenza, che consentiva una maggiore qualità e che in USA già negli anni '50 era trasmessa in stereo, e garantiva una qualità della musica riprodotta al livello degli LP e dei giradischi di allora, o addirittura superiore.
Già dagli anni '60 la radio in Italia era meno centrale di dieci anni prima, in quanto la televisione si stava velocemente diffondendo in tutte le case; sempre meno numerose erano quindi le famiglie che, come avveniva dieci anni prima, si riunivano alla sera attorno agli apparecchi radiofonici a sentire i "radiodrammi" (le telenovele per radio) o le trasmissioni di intrattenimento. La radio rimaneva però un mezzo di svago importante, in quanto la televisione all'epoca non trasmetteva tutto il giorno ma praticamente dal primo pomeriggio, con le trasmissioni per i ragazzi, fino a mezzanotte circa, con la famosa "fine delle trasmissioni", che inquadrava con una carrellata interminabile una antenna gigantesca, con il sottofondo della ouverture del Guglielmo Tell di Rossini. La radio invece trasmetteva nella gran parte delle ventiquattrore.
La radio era rigidamente controllata dall'unico gestore, ovviamente, e gli elementi musicali e di costume degli anni '60 erano recepiti in maniera minima e attentamente filtrata, riflettendo un orientamento tra il conservatore e il moralista tipico della direzione RAI di allora (il mitico Bernabei), che vedeva con sospetto i complessi beat con i capelli lunghi e gli atteggiamenti vagamente trasgressivi che cominciavano a affacciarsi.
Le
prime radio libere, le radio pirata inglesi
La situazione in Europa era più o meno come in Italia, radio statali,
rigidamente controllate, tra le quali spiccava per qualità e professionalità
la famosa BBC inglese, e naturalmente tempi diversi tra paese e paese nel
passaggio di testimone tra la radiofonia e la televisione come strumento di
diffusione (broadcast) principale.
A
differenza degli Stati Uniti, dove non c'era alcun monopolio o concessione
statale da violare, ma solo un problema di accesso a finanziamenti sufficienti e
di registrazione e omologazione all'ente tecnico regolatore delle attrezzature,
in Europa per trasmettere via radio, senza essere il gestore statale, bisognava
violare la legge. D'altra parte però la premessa per nuovo mercato c'era, tanta
musica alternativa che esplodeva, sulla scia del successo planetario dei Beatles
e dei Rolling Stones, tanta voglia da parte dei giovani di ascoltare musica al
di fuori delle fasce orarie prestabilite e di sentirsi parte di un circuito
diverso e alternativo a quello degli adulti.
Insomma c'erano tutte le condizioni per imprenditori realmente intraprendenti
che se la sentivano di buttarsi in quest'avventura; la stessa cosa è successa
vent'anni dopo con la televisione, e vent'anni dopo ancora con Internet.
La
radiotrasmissione però era rigidamente regolamentata e le frequenze, limitate e
date in concessione, erano controllate, se non dall'esercito, almeno dalla
polizia (la Polizia postale, in Italia).
Alcuni imprenditori inglesi però violarono l'embargo ad inizio anni '60, nel
1964 per la precisione, ebbero infatti l'idea di trasmettere utilizzando navi
ancorate fuori dalle acque territoriali inglesi, sfruttando il fatto che le onde
radio non conoscono i confini. Era la mitica Radio Caroline. Una radio pirata
quindi, che agiva in mezzo al mare, aggirando ingegnosamente la legge.
E
tutto ciò avveniva non a caso nella Inghilterra della swingin' London, il paese
allora più brillante e più all'avanguardia d'Europa e forse del mondo, e
quindi più insofferente delle gabbie e delle restrizioni.
E questa nuova radio si affiancava alle trasmissioni ospitate da altri paesi,
per aggirare i divieti, come Radio Luxembourg (che trasmetteva ovviamente dal
Lussemburgo) e ad altre che si aggiunsero, perché il successo naturalmente fu
grande, da subito.
Trasmettevano
in inglese, ma soprattutto trasmettevano musica, che è un linguaggio
universale, che abbatte le barriere linguistiche, avevano bisogno di musica per
riempire le trasmissioni, ed erano quindi strettamente connesse ad una industria
discografica, allora decisamente aperta al nuovo.
La radio ufficiale inglese, la BBC, peraltro non rimase a guardare, e rispose
con trasmissioni dedicate ai giovani (come Saturday Club e Ready Steady Go!),
dove debuttarono sia i Beatles sia i Rolling Stones.
Le
radio libere inglesi le sentivano anche in Italia
Se durante la guerra gli italiani sentivano le notizie dal mondo libero tramite
Radio Londra, che trasmetteva in italiano per le zone occupate dall'invasore
tedesco, ovviamente ora si poteva, con apparecchi potenti, sentire Radio
Caroline o Radio Luxembourg (soprattutto la seconda).
Gli
ascoltatori non erano rappresentati dal pubblico di massa, ma in prevalenza
dagli appassionati e dagli addetti ai lavori, i musicisti dei primi complessi
beat, gli autori delle canzoni, le trasmissioni inglesi, le classifiche, erano
per essi la principale fonte di ispirazione e lo strumento per aggiornarsi al
veloce succedersi delle mode.
Raccontano infatti i complessi dell'epoca (per esempio quelli della Equipe 84,
secondo una loro testimonianza) le serate passate ad ascoltare le radio inglesi,
a prendere nota o a registrare le canzoni più interessanti o quelle che erano
in classifica, a scegliere tra quelle canzoni quelle da riproporre in italiano,
trascrivendo la musica e traducendo il testo, o inventandolo daccapo, quando il
testo non era facilmente decifrabile, perché, naturalmente, la musica è
universale, ma capire testo della canzone inglese, a volte non è facile neanche
per un'inglese.
La
radio in Italia negli anni '60
La radio in Italia nel frattempo continuava ad essere rigidamente
controllata, esisteva una commissione di ascolto, in pratica una commissione di
censura che stabiliva cosa poteva essere trasmesso e cosa no, non potevano
essere trasmesse ad esempio le canzoni di Fabrizio De Andrè, in quanto
trattavano temi non adatti o usavano parole non consentite, una sola canzone era
ammessa, era "Fila la lana", ma erano proibite sia quelle licenziose
come Re Carlo, oppure quelle poco rispettose dell'ordine costituito, come
"Il gorilla", così come quelle antimilitariste, come "La guerra
di Piero", ma erano al bando anche canzoni che in qualche modo uscivano dal
perbenismo, anche di autori notissimi, come Domenico Modugno, proibitissima la
sua canzone "Nuda", dedicata peraltro alla moglie.
Esistevano naturalmente trasmissioni specializzate per trasmettere le novità discografiche collegate all'industria discografica, come "Il discobolo", una trasmissione curata dal giornalista Vittorio Zivelli, celebrata nella canzone "Rollo & his Jets" di Francesco De Gregori: erano di solito piazzate in orari strani, riempitivo, e sempre troppo corte, per esempio Il discobolo presentava in tutto un pezzo straniero al giorno.
Qualcosa
si muove anche in Italia
Ma la spinta della nuova cultura era troppo forte anche per la radio italiana
fino ad allora totalmente controllata dal partito cristiano e, in parallelo al
primo centro-sinistra negli anni '60, qualche segno di rinnovamento venne
introdotto. Così iniziarono a fine degli anni 60 le due trasmissioni storiche,
prototipo per molte di quelle successive, vale a dire Bandiera gialla e Per voi
giovani, entrambe uscite dalla fantasia di Gianni Boncompagni e Renzo Arbore in
seguito anche al centro del grande successo di Alto gradimento.
Un altro benemerito della diffusione della nuova musica era stato anche Adriano Mazzoletti, in realtà all'origine un curatore di trasmissioni di musica jazz, che iniziò a fine anni '60 a curare trasmissioni dedicate al rock (Disc jokey, 1966), anche più avanzate di "Per voi giovani" in quanto a musica trasmessa.
Ma
le radio libere?
Non se ne sospettava neanche l'esistenza, mettere su una radio sembrava
un'impresa fuori dalla portata di chi non controllasse perlomeno un governo, se
ne sentiva parlare le prime volte proprio a Per voi giovani, per esempio dal
grande Herbert Pagani, che spesso collaborava alla trasmissione; inviato in
Cile, allora nella breve stagione del governo di Salvador Allende, con il suo
stile entusiasta, Pagani ne parlava come di un paese pieno di libertà, e per
provarlo faceva sentire un nastro registrato dalla radio della sua macchina a
noleggio, girando le sintonia e sintonizzando una stazione dopo l'altra.
Sembrava una cosa fuori portata da noi, dove girando la manopola della FM di
radio se ne trovavano sì e no 4 (quelle della Rai più Radio Vaticana) oltre a
qualche radio estera che cominciava a trasmettere per l'Italia in certe zone,
come Radio Montecarlo nel Nord-Ovest e Radio Capodistria nel Nord-Est. Eravamo
un buon esempio di libertà negata (ma mancavano due o tre anni all'esplosione).
Perché il tappo saltasse mancavano solo due cose, una tecnologia alla portata,
se non di tutti, di molti, e una spinta che travolgesse i controlli e la
legalità.
Due cose che sembravano difficili, ma che arrivarono puntualmente a metà degli
anni '70.
Come
aprire una radio libera
Sul lato tecnico la strada venne aperta dalla cosiddetta banda cittadina
(Citizen Band o CB): rice-trasmettitori radio di bassa potenza (e bassa
qualità) che avevano sostituito, o per meglio dire integrato, il piccolo popolo
dei radioamatori.
I radioamatori infatti esistevano da sempre, da decenni, ed erano gli unici che
potevano trasmettere via radio in modo privato, erano però strettamente
regolamentati e censiti, erano quegli appassionati con antenne enormi, di grande
costo, che facevano a gara fra di loro a chi riusciva a mettersi in contatto con
paesi remoti, l'Argentina, l'isola di Pasqua, o magari a captare le trasmissioni
degli astronauti nello spazio. I radioamatori erano censiti e conosciuti della
polizia postale, regolamentata la loro attività.
Con la banda cittadina l'accesso alla tecnologia e alla funzionalità si
abbassava drammaticamente.
Era un mezzo di comunicazione bidirezionale, che serviva a chi voleva contattare
magari gli amici; era in pratica un antesignano dei telefonini, e il compagno di
viaggio dei camionisti in giro per l'Italia.
La regolamentazione era carente, in pratica il CB era vietato, o almeno una stazione CB doveva essere trattata come quella di un radioamatore, ma la spinta congiunta dei produttori, che volevano vendere gli apparati, degli esempi stranieri, dove era utilizzata già, della esigenza degli utenti, camionisti in primo luogo, del generale momento sociale, fece saltare tutte le regole, e i CB proliferarono, occuparono le frequenze parlando uno sull'altro e sovramodulando per farsi sentire, mentre le autorità alzavano le mani e facevano finta di non vedere, bastava evitare almeno di occupare le frequenze della polizia.
Le
radio libere dilagano
A questo punto il passo successivo era quasi naturale, passare dalla
comunicazione uno a uno alla comunicazione uno a molti, cioè broadcast; gli
apparati non erano molto diversi, produttori e distributori e negozi più o meno
gli stessi, l'antenna doveva essere più grande e gli investimenti un po'
superiori, ma ormai ci eravamo, e la tolleranza delle autorità travolte dai CB
garantiva la impunità.
Per
aprire una radio libera quindi bastava a questo punto un amplificatore, anche da
pochi watt, una frequenza libera (cioè non ancora occupata da un'altra radio),
un'antenna, alcune elettroniche non molto costose (mixer, microfono, cuffie,
giradischi, registratore a cassette, eventualmente a bobine) e soprattutto un
gruppo di amici disposti a coprire le ventiquattrore della giornata, o perlomeno
la maggior parte di esse, perché la prima differenza con la radio ufficiale era
che la radio libera era sempre disponibile e sempre pronta a farti compagnia, e
soprattutto, se la frequenza era lasciata libera anche per mezz'ora, veniva
occupata da qualche altra radio.
Quindi i fornitori di apparati della banda cittadina garantivano la tecnologia,
la libertà sociale e la spinta alla deregolamentazione degli anni '70
garantivano la caduta dei controlli, assieme all'entusiasmo per il nuovo mezzo
di comunicazione e di contatto con gli altri, assieme al piacere di accedere a
un mezzo di comunicazione finora limitato ad una elite, alla quale era difficile
in precedenza entrare a fare parte; il piacere di diventare senza sforzo
giornalisti o DJ, garantiva la massa di volontari, tecnici, conduttori,
giornalisti, che facevano le radio.
In pochi anni, o forse pochi mesi, tutte le frequenze disponibili, almeno nelle grandi città, vennero occupate da decine di radio libere, anzi non era frequente il caso di frequenze occupate da due radio, di radio che trasmettevano volutamente fuori dalle regole, in sovramodulazione, per sopravanzare le altre radio vicine e che, anche in un'area contigua, trasmettevano sulla stessa frequenza. Alla fine arrivò anche la copertura legale, dopo i sequestri e i tentativi di fermare il fenomeno dei primi mesi, grazie ad una storica sentenza della Corte Costituzionale che stabiliva la fine del monopolio (in ambito locale).
Per coprire le ventiquattrore naturalmente la musica era fondamentale. Sarebbe stato difficile riempire il palinsesto soltanto con trasmissioni autoprodotte, con inchieste giornalistiche o con tutte le altre tipologie di trasmissioni che faceva tipicamente la radio di Stato, quindi il palinsesto della radio libere era essenzialmente costituito da musica di vari generi e stili, strutturata per rubriche (la rubrica di musica classica e di jazz, l'immancabile rubrica di musica lirica, e così via), naturalmente tanto rock, tanti cantautori, e la musica del momento.
Ma c'era anche qualcosa che la radio ufficiale non poteva permettersi o permettersi solo in parte, e che le radio libere sfruttarono sino in fondo, la comunicazione bidirezionale attraverso la sinergia con il telefono: le trasmissioni con gli ascoltatori, figlie delle trasmissioni ufficiali come "Chiamate Roma 3131", ma ora molto più capillari, perché il bacino di ascoltatori si era concentrato a livello locale, fino all'estremo limite delle rubriche di saluti tra parenti e amici che si scambiavano il ruolo di conduttori e ascoltatori ("...un saluto a zia Pina, a nonna Maria che si riprenda presto ...").
Le
leggi economiche vincono sempre
Dopo le prime radio "libere", che in realtà trasmettevano
dall'estero, anche se erano orientate all'Italia, come le celebri Radio
Montecarlo e Radio Capodistria citate prima (entrambe in italiano), iniziarono
così le trasmissioni le radio poi divenute storiche, in alcuni casi attive
tutt'ora (come i conduttori). A Roma c'erano Radio Blu e Radio Città Futura, a
Milano Radio Popolare, a Bologna Radio Alice.
Quella stagione venne celebrata dalla canzone di Eugenio Finardi "La
radio", che enfatizzava la radio come strumento di informazione libera e
"non invasiva", ed esprimeva l'entusiasmo per un nuovo strumento di
comunicazione. La stessa stagione celebrata dal film di Luciano Ligabue
"Radio Freccia".
Naturalmente
la economia ha le sue leggi, che nel nostro mondo sono difficili da eludere, e
nel breve volgere di qualche anno il volontariato si è esaurito o di molto
ridotto, ed i costi di gestione, seppur bassi, hanno messo in crisi le prime
radio, e le hanno costrette a diventare imprese commerciali. Qualcuna ha tentato
di resistere chiedendo agli ascoltatori una sorta di canone. Ma una legge
economica dice che se un bene o servizio viene dato gratis, in seguito è
difficile, se non impossibile, farlo pagare (e questo è un elemento di
riflessione per chi vuol fare pagare servizi su internet). Quindi queste
iniziative si sono rivelate palliativi, e le radio rimaste sono state o quelle
poche realmente basate sul volontariato, come Radio Onda Rossa o Radio Maria, o
quelle diventate imprese commerciali, orientate quindi a vendere gli ascoltatori
agli inserzionisti pubblicitari. Così diventando apripista delle ben più
consistente esplosione della TV commerciale, anch'essa figlia di quella stagione
di libertà.
La selezione tra le radio però non è stata tale da liberare le frequenze, e
l'affollamento radiofonico degli inizi è rimasto poi cristallizzato per sempre,
insieme alla confusione e alla sovrapposizione di frequenze, regolamentate dalla
legge Mammì degli anni '80, ma tutt'ora in attesa di applicazione.
Diritti
di copia
Teoricamente la musica da trasmettere doveva essere comunicata alla società
autori ed editori (la mitica SIAE), a cui doveva essere spedita la scaletta di
ogni giorno di trasmissione, e alla quale dovevano essere versati i diritti per
le trasmissioni.
Naturalmente nessuna radio libera si sognava di versare diritti, anche perché
in generale erano autofinanziate e chi vi lavorava, non solo lavorava
gratuitamente, ma contribuiva anche ai costi fissi della radio, che erano poi
soltanto attrezzature (antenna e altro) e costo dei locali, se non si era
ospitati da qualche organizzazione.
Insomma era allora come ora su Internet, le radio musicali erano come i siti che
archiviano e distribuiscono MP3. Le case discografiche però avevano allora un
comportamento ben diverso, non facevano alcuna battaglia contro le radio libere,
ma anzi mandavano dischi gratis alle radio appena appena affermate.
Evidentemente ritenevano, a differenza di ora, che il mezzo migliore per
promuovere la musica sia farla conoscere (!).
E
la musica?
Naturalmente, dove prima trasmettevano tre radio, più Radio Vaticana e Radio
Montecarlo, Radio San Marino e Radio Capodistria (e queste ultime tre
"straniere", non ricevibili in tutta Italia) ora trasmettevano magari
100 radio, e mentre le trasmissioni musicali sulle radio di stato arrivavano a
due o tre ore al giorno, le radio libere coprivano con la musica (trasmissioni o
nastri pre-registrati) magari l'ottanta per cento della programmazione. Insomma
una moltiplicazione delle trasmissioni di musica, una moltiplicazione dei generi
di musica trasmessi, una moltiplicazione dei musicisti che trovavano uno sbocco
su una qualche radio, e quindi un aumento della vendita di dischi, della copia
di dischi, allora su cassetta, insomma la stessa situazione di ora, con le radio
al posto di Napster o Winmx, le cassette al posto dei CD-ROM e dei
masterizzatori.
L'unica differenza è che ora le vendite di dischi diminuiscono del 10% all'anno
mentre allora aumentavano in percentuale anche maggiore, evidentemente c'è
qualcosa di diverso, è possibile sia la mutata politica delle case
discografiche oppure è il mercato della musica che è radicalmente cambiato.
Com'è
finita (ovvero: la radio, oggi)
In realtà non è finita nel senso che le radio sono sempre 100 in ogni grande
città, cioè tutte quelle che riescono ad entrare nelle frequenze lasciate
libere, le radio sono ancora in attesa di regolamentazione, è cambiata però la
tendenza, l'espansione si è fermata, perché le radio libere hanno in realtà
fatto da apripista a qualcosa di molto più profittevole dal punto di vista
commerciale, vale a dire le televisioni private, che non a caso nessuno ha
chiamato mai libere, che hanno drenato la raccolta pubblicitaria togliendola
alle radio (e alla stampa), fermandone così la espansione.
Ora nessuno pensa più alle radio come radio libere, ma solo come radio commerciali. E purtroppo le esigenze commerciali hanno livellato lo standard verso i gusti musicali più comuni, e hanno allontanato ogni velleità di sperimentazione.
La porzione ridotta del mercato pubblicitario (intorno al 4%) rende molto critico il raggiungimento della soglia minima di sopravvivenza, possibile solo per musica e programmi di vasto ascolto, rendendo la vita difficile a stazioni specializzate in generi meno popolari (jazz o classica), abbastanza comuni in altri paesi (vedi ad esempio la popolare TSF Jazz in Francia).
La
Tivoli Audio Model One, progettata da Henry Kloss, la migliore radio analogica
in commercio.
Le radio private replicano in definitiva tutte lo stesso modello, una rotazione
delle stesse venti-trenta canzoni, la cosiddetta heavy rotation, a gruppi di
tre, due minuti pubblicità, qualche scherzo del conduttore di turno, secondo lo
stile della trasmissione della Rai Supersonic di parecchi anni fa, il notiziario
(in pillole) ogni ora, le trasmissioni sponsorizzate. Il tutto però controllato
e meccanizzato tramite un sistema computerizzato chiamato Selector, utilizzato
praticamente da tutte le emittenti maggiori.
Insomma la situazione non è poi molto diversa, in fondo, dai tempi della radio
di Stato negli anni '60: due o tre radio che trasmettono musica per passione, e
per qualche ora. E poi 100 radio tutte uguali.
Nei primi anni del decennio 2000 la radio continua ad essere un sistema di comunicazione e di intrattenimento molto utilizzato. Oltre il 70% della popolazione italiana ascolta la radio in media una volta al giorno e fino all'85% accende e ascolta la radio almeno una volta alla settimana (vedi i dati Audiradio riferiti al 2004). L'ascolto prevalente è in auto, altre modalità di ascolto sono in mobilità (con radio portatili in cuffia o integrate in telefonini o lettori MP3), come sottofondo in uffici e negozi, come compagnia a casa durante impegni incompatibili con la visione televisiva (anche se molti usano la televisione come sottofondo sonoro).
L'ascolto è molto frammentato a causa del grande numero di emittenti. Il sistema di rilevazione Audiradio raccoglie i dati per circa 200 stazioni sia nazionali sia locali, la più ascoltata (RAI Radiouno) raccoglie non più del 10% degli ascolti, e la 15a (Radio 24) è già al 2,2%. E' presente comunque una concentrazione sulle stazioni maggiori, che ovviamente sono network nazionali, le prime 15 raccolgono circa il 65% degli ascolti totali. La frammentazione, in presenza di investimenti pubblicitari residuali sul mezzo radio (circa il 4%) è un altro elemento di debolezza del settore. I processi di concentrazione (che pure ci sono stati) sono rallentati per la stessa ragione: la raccolta pubblicitaria relativamente scarsa non fornisce mezzi finanziari sufficienti per affrontare le acquisizioni.
L'avvento di Internet ha rappresentato, infine, un ulteriore elemento di complessità, introducendo una ulteriore alternativa per gli inserzionisti, anche se il target si sovrappone solo in parte con quello tradizionale della diffusione radiofonica.
>> indice della sezione <<
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