Santa Croce di Magliano, mercoledì 07 marzo 2018

     

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libro


"Italiani mata burros" e altre storie di migranti in Venezuela. Presentazione della nuova pubblicazione del Professor Michele Castelli.
Disponibile presso la cartolibreria Planet di Giovanni Nerone.


 

 

 

Prefazione

Michele Castelli, l’autore dell’incontro

Ho conosciuto Michele Castelli, all’inizio, come eminente studioso dei nostri dialetti locali. L’ho poi ritrovato come Italianista, attento e sensibile custode in Venezuela del divenire della nostra bella lingua e letteratura. Ora lo reincontro, per la prima volta, come poeta. Poiché di poesia, e non di prosa, si tratta quando ci si affaccia dentro il mondo di questi racconti, quasi acquarelli, sull’emigrazione italiana in terra venezuelana, racconti che egli pubblica per la prima volta non senza quello stupore per aver compiuto un nuovo passo, un nuovo, primo passo nella sua stessa vita.

C’è poesia tutte le volte che c’è creazione. E potrà forse sembrare azzardato parlare di “creazione” proprio quando si affrontano storie dove l’ancoraggio alla realtà della vita vissuta è l’elemento fondante, l’ingrediente principale.

Eppure la poesia sgorga – eccome – da quelle stesse vite che si snodano raccontandosi, dove l’intreccio fra il mondo conosciuto, quello che si lascia, ed il mondo sconosciuto, quello che si cerca e forse mai si trova definitivamente, è talmente stretto, intimo, profondo ed inestricabile da lasciare sempre aperta una grande porta verso il... mistero, l’insondabile mistero che presiede alla creazione, dentro ogni vita.

Ecco, c’è il rispetto della poesia della vita dentro queste poesie – anzi, pardon, racconti – del poeta Castelli.

L’emigrante, in fondo, non è solo uno con doppia appartenenza, uno che si sente sempre solo nel mare delle storie che attraversa, da solo. È anche uomo di convergenza, che attraverso il cambiamento esperimenta la realtà dell’incontro: l’emigrante è un uomo che nella solitudine di una intera vita avvicina mondi lontanissimi e nel mistero della propria, singola vita li fa toccare e forse, infine, incontrare. C’è fatica nella vita di ogni singolo emigrante e dietro questa fatica, c’è una continua, incessante, nascosta creazione.

Michele Castelli ha lavorato accanto a quelle vite d’e-migranti, dando loro una voce, pian piano aiutandole a rivelare la loro creazione e a rivelarsi.

Dentro quelle vite troveremo le tracce della “furbizia italica”, di quel semplice atavico mestiere di vivere e di sapersi arrangiare che ha caratterizzato tanta parte della nostra emigrazione. C’è il folklore, il dialetto, appunto, il colore, il sapore e finanche il cibo della nostra amata terra. C’è il ricordo, la nostalgia e anche la rabbia infelice dell’abbandono. C’è il distacco ed il senso di lacerazione, unico compagno della solitudine dell’emigrante.

E poi c’è la meraviglia, la sorpresa, la ricerca, quasi la sensazione di aver trovato un mondo che si cercava, e la scoperta, al tempo stesso, di sentirlo diverso da come lo si immaginava, forse più grande e misterioso. E poi c’è la ne-cessità di addentrasi in quello stesso Mondo, nel mondo nuovo, per doverlo vivere, e, alla fin fine, per accorgersi di averlo fatto vivere, nella propria vita e con la propria vita. C’è forse la creazione dell’incontro – ripeto – in fondo alla solitaria vita di un Emigrante.

Una volta, quando ero bambino, mi hanno inculcato che in definitiva un genitore sceglie sempre di essere tale. E che un genitore che adotta, proprio perché sceglie ancor più apertamente, è forse ancor più genitore di un genitore normale. Adesso mi sembra di accorgermi che un Emigrante non sia solo il figlio di un nuovo Mondo, ma ne sia anche il genitore, sia anche colui che scegliendo lo crea e lo aiuta a vivere. Un emigrante ha un debito con il Mondo che incontra e trova, ma con esso ha anche un grande credito, per averlo aiutato a vivere... ricreandolo nella propria vita e facendolo incontrare col mondo che lui stesso porta con sé, dentro di sé.

«Venimos desde la noche y hacia la noche vamos»: con questo suo celebre verso Gerbasi, il grande poeta italo-venezuelano, ha sintetizzato l’esperienza della “paternità emigrante”. Mi sembra che meglio di qualsiasi altra parola, queste poche sillabe e “secche come un ramo”, parafrasando Montale, possano aiutare ad entrare anche nel Mondo che Castelli nelle sue storie racconta e fa raccontare, lasciando trapelare quell’altro Mondo, quello che nella lontananza si fa segretamente incontrare col nuovo e non si smette, mai, mai di amare.

FABRIZIO COLACECI
Console Generale d’Italia in Venezuela

2004

 


 


 

 

 



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