Santa Croce di Magliano, martedì 26 marzo 2024

     

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tradizioni


“U marauasce”. Il canto misterioso della tradizione, dalle radici greche, incanta Santa Croce. Sulle note di un canovaccio che scuote. Invitando tutti a danzare in cerchio intorno al fuoco.


 

di Luigi Pizzuto

 

Tante fiammelle salgono in alto nel giorno dei fuochi a Santa Croce. Tante lingue di fuoco si piegano al soffio del vento in una fredda serata sul finire dell’inverno. Tra il Casale, la Chiesa Madre, Piazza Crapsi, il pezzo di tratturo di Sant’Elena in Pantasia e le ultime case orientate verso la Piana di Melanico si canta si beve e si danza. Nel giorno di San Giuseppe, pertanto, un clima dal sapore antico, che abbraccia una delle tradizioni santacrocesi più vecchie, s’infiamma intorno ad un rito che chiunque colpisce. Si tratta di una tradizione singolare che prima apparteneva al Santo Patrono e forse più in là a figure di un lontanissimo passato. Non ci sono altarini, né tantomeno pietanze, né la Sacra Famiglia, come avviene in altri centri molisani. Ma ovunque si percepisce il calore segreto di uno spirito antico. E’ l’arcana voce del “Marauasce”. Si avverte nel respiro dell’aria senza voci. “Marauasce” è il fuoco. Ma anche il girotondo che in cerchio si svolge intorno al fuoco. “Marauasce, semuraìne e maichentò” è il canto che risuona intorno ai falò. Va avanti e indietro. Gira e rigira nel suo fluire. Si tratta di vocaboli sonori di una lingua antichissima che il cammino del tempo ormai ha portato via. Nel corso della festa spontanea e popolare riecheggia. Il canovaccio risuona col ballo intorno ai fuochi per invocare la protezione dei Santi. Uno ad uno vengono evocati. Si tratta della chiamata dei Santi. Sono quelli che hanno a che fare col territorio e con la fede più intensa. Si anima così il senso del tempo. La litanìa sorprende. Infiamma. E’ sonora. Invoca. Tocca inspiegabilmente il cuore e le gambe del corpo. Come si vede dal reportage fotografico dopo la Santa Messa è il parroco don Costantino a benedire il primo fuoco davanti al sagrato della chiesa di Sant’Antonio. Un tempo cuore del “Quarto dei Latini”, il quartiere degli italiani. Ben distinto dal “Quarto dei Greci”, quartiere dei gruppi albanesi, che trovarono rifugio nei territori greci per approdare poi proprio in questo luogo di antica memoria. Nei “Marauasce” c’è la storia del paese. C’è il canto. C’è la danza di un gruppo che va avanti tra non pochi misteri. Il disegno del pittore santacrocese, Pietro Mastrangelo, lo illustra con chiarezza. Davanti alla Chiesa le fisarmoniche di Matteo Lomanno e Antonio Martino si fanno sentire. La corsa delle note fa sentire tutti uniti. Si rafforza lo spirito nel vedere i Confratelli della Congrega vestiti a festa: “I fratielle”. La piazzetta è piena di gente. C’è un bel gruppo che viene anche da fuori. Non manca mai quello di Marcello Pastorini, studioso e cultore di Larino che ama da sempre questa singolare tradizione. Nell’occasione si sgola. Nel canto vibrano non poche emozioni. Tutti i presenti sono devoti al culto del canto e del ballo. La scena è corale. Dirimpetto ai cantori la “Madonna dell’Adesso” e due “Quarantane”, al momento girevoli, stranamente partecipano anch’esse con devoto silenzio. La cornice scenografica, tutta raccolta, colpisce. In questo sentire che abbraccia e unisce, ognuno è parte integrante del gruppo. Sta bene insieme. Si dà senso alla propria presenza. Si rafforza quando s’alza il tono del canto. Le parole del ritornello piacciono. Anzi piacciono tanto. Anche se sembrano incomprensibili. Senz’alcun significato. La bellezza è qui. In una passaggio sonoro chiuso. Ermetico. Che ti spinge ad aprirti e a partecipare. Che ti dà qualcosa che accogli con piacere senza saperlo. Quando il paese ti chiama con le sue voci sacrali non devi stare mai fermo. Di fuoco in fuoco la strana voce del sacro aumenta. Da decenni in Piazza Crapsi è sempre la stessa “l’anziana dei marauasce” col suo cestino a tirar fuori il suo aspetto caritatevole. Fa il giro. Lo ripete. Ti dice “prendi”. Dona ai presenti il pane benedetto. Qualcuno lo bacia. Come si faceva una volta. Perché il pane quotidiano non doveva mancare mai per non diventare affamati. Così il rito sale di tono fino a tarda sera, mentre i ragazzi della Pro Loco Quattro Torri si aprono ai forestieri. Alla chiamata dei Santi qualcuno fa il segno della croce mentre osserva le scintille del fuoco. L’origine della festa è senz’altro balcanica. Greca e albanese al tempo stesso. Le due realtà s’intrecciano. Il marauasce contiene nel cuore del suo lessico l’avventura di una lingua antichissima. Ormai spenta. E che grazie al fuoco riemerge. Rivive. Comunica l’insondabile. Anche se per poco tempo. Paola Di Giannantonio, in “Terratradita”, ci chiarisce le parole dell’antica canzone che accompagnano la danza ritmica nel suo andirivieni che stringe i volti fino alle lingue di fuoco. “Marauasce/ e portuasce/ e maichentò/ maichentò semuraìn/ E maichentò”. Le parole che si rivolgono al marauasce forse derivano dal greco antico: “Consumati/ e perditi con la danza” e mettiti in movimento per far nascere”. Secondo la traduzione della Giannantonio il canto si rivolge al fuoco e alla danza per evocare il ritorno del sole al fine di far nascere legumi e cereali. Prodotti della terra. Indispensabili alla vita umana. Cerere, dea della nascita e della fertilità è tra le quinte. Il fuoco incarna il sole. E’ ai suoi tramonti e alle sue albe che si deve ogni rinascita. E’ il sole la magica stella da cui dipende la vita di tutti noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


MARAUASCE 2024


 

 

 



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