Santa Croce di Magliano, venerdì 13 febbraio 2026

     

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recensione


"Diaspora, Racconti di emigrazione" di Michele Castelli. Recensione a cura di Maria Antonietta Crapsi


 

Sembra essere un romantico dono (in senso letterario) ai compaesani rimasti in patria, a quelli emigrati, agli emigrati italiani e agli emigrati in generale il libro "Diaspora, Racconti di emigrazione" del Prof. Michele Castelli nato a Santa Croce di Magliano, in provincia di Campobasso e residente a Caracas, in Venezuela, dove ha svolto prestigiosi incarichi accademici ricevendo illustri riconoscimenti.

È singolare il fatto che io abbia terminato questa lettura all' indomani dell' attacco di Trump al Venezuela e dopo essermi immersa ne "Il Corsaro Nero" di Salgari, che in maniera meticolosa descrive anche le bellissime flora e fauna venezuelane, di cui parla anche il Prof. Castelli nel suo libro: i santacrocesi arrivati in Venezuela si trovano di fronte alla spettacolare vegetazione tra cui spiccano coloratissimi fiori.

Il capolavoro di Castelli è una meso-storia che si colloca nella grande storia del secondo dopoguerra che ha lasciato l'Italia distrutta e povera, soprattutto l'Italia dei piccoli paesi e della campagna.
Da questa Italia fiumi di persone partono alla ricerca non tanto di fortuna, quanto di sopravvivenza. E alcuni degli italiani che partono sono santacrocesi: ecco la microstoria di un paese del basso Molise di cui l'autore rievoca paesaggi, campagne, fontane, piazze, vie, monumenti e chiese e ancora tradizioni, usanze e feste, con grande coinvolgimento emotivo, offrendo sul piatto delle emozioni e della nostalgia esperienze sensoriali e affettive che rimangono per sempre, irripetibili, nel cuore dell' emigrato.
Tutti coloro che hanno lasciato, per un motivo o per un altro, il proprio paese natio, non possono che commuoversi al dettaglio di profumi, sapori, tradizioni vivide che pur diverse da una latitudine all' altra lasciano nella persona un ineguagliabile imprinting.
Nutrita da questo libro, mentre cammino per le vie di Bologna, osservo i tanti stranieri che preparano le vie per il tram e penso ai tanti italiani costretti a lasciare le proprie famiglie per garantire loro un futuro dove almeno la fame fosse definitivamente sconfitta e andati incontro a condizioni di vita durissime.
La microstoria di paese, di un paese del dopoguerra, nel quale non esistono ancora i bagni, nel quale si lavora con fatica la terra per poter avere cibo, si allevano gli animali o si spaccano le pietre, si intreccia alle romanzate storie personali di uomini, donne, bambini a volte con nomi che ricordano qualcuno veramente esistito, o ancora in vita, che tentano il tutto per tutto, imbarcandosi per il Venezuela, dovendo ricorrere, in certi casi, a prestiti economici per il viaggio sottoponendosi a situazioni anche umilianti oppure vendendo qualcosa di proprio possesso.
Nel libro fanno più volte capolino le idee di destino, di caso, di fortuna, capaci di stravolgere qualsiasi buona intenzione: capita così che qualcuno parta ma vada incontro a sorti terribili, che altri riescano a costruire un impero, altri a ottenere riconoscimenti e incarichi prestigiosi.
Tutto questo avviene sullo sfondo di una nazione, il Venezuela, che tra regimi e rivoluzioni, gli italiani contribuiscono a edificare sia tramite la propria forza lavoro, spesso sfruttata, sia attraverso le proprie idee, la propria genialità, la propria determinazione e la propria onestà.
Per ogni emigrato però, non si spezza mai il legame con la propria terra madre, anzi si tenta in tutti i modi di preservarlo, costruendo una chiesa come quella di Santa Croce dove seppellire i propri cari, tramandano nomi di nonni e bisnonni e chiedendo implicitamente la promessa di mantenere "un cognome" di Santa Croce.
Non si fa fatica a scorgere nelle storie Michele Castelli stesso, la sua biografia, la sua filosofia, il suo sapere, la sua umiltà e la sua mente aperta nei confronti di questioni del passato e del presente, come quella sessuale, per esempio. Difatti, seppur in maniera velata e sempre immerse nelle trame fittissime, Castelli tocca le questioni del consenso, della sopraffazione maschile, del piacere anche femminile tra cui l' autoerotismo.
Castelli riavvolge il nastro della storia del Venezuela, senza fare grandi nomi ma piuttosto facendo luce su un sistema che a volte si è rivelato essere una condanna per quella nazione pur sempre bellissima, ospitale, che ha cambiato le sorti di molti.
È facile intuire anche una dose di disillusione rispetto a un certo tipo di politica.
Insomma un libro densissimo, declinato in tre storie nelle quali pullulano diversi tipi di personaggi che si collocano nella Grande storia, vi partecipano, la subiscono, la modificano, crescono.
Un libro che commuove per la nostalgia che ne scaturisce ma anche per le domande filosofiche che pone e per i tanti irrisolti che compaiono e a cui ci mette di fronte la vita.
Un libro per chi ama Santa Croce, il proprio paese, per chi vuole aprire lo sguardo su come va il mondo, da dove siamo partiti in questo lungo e infinito viaggio che per ognuno di noi, in un modo o nell'altro, è una diaspora.

di Maria Antonietta Crapsi

 

 


 


 

 

 



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