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 Sembra
essere un romantico dono (in senso letterario) ai compaesani rimasti in
patria, a quelli emigrati, agli emigrati italiani e agli emigrati in
generale il libro "Diaspora, Racconti di emigrazione" del Prof. Michele
Castelli nato a Santa Croce di Magliano, in provincia di Campobasso e
residente a Caracas, in Venezuela, dove ha svolto prestigiosi incarichi
accademici ricevendo illustri riconoscimenti.
È singolare il fatto che io abbia terminato questa lettura all' indomani
dell' attacco di Trump al Venezuela e dopo essermi immersa ne "Il
Corsaro Nero" di Salgari, che in maniera meticolosa descrive anche le
bellissime flora e fauna venezuelane, di cui parla anche il Prof.
Castelli nel suo libro: i santacrocesi arrivati in Venezuela si trovano
di fronte alla spettacolare vegetazione tra cui spiccano coloratissimi
fiori. Il
capolavoro di Castelli è una meso-storia che si colloca nella grande
storia del secondo dopoguerra che ha lasciato l'Italia distrutta e
povera, soprattutto l'Italia dei piccoli paesi e della campagna.
Da questa Italia fiumi di persone partono alla ricerca non tanto di
fortuna, quanto di sopravvivenza. E alcuni degli italiani che partono
sono santacrocesi: ecco la microstoria di un paese del basso Molise di
cui l'autore rievoca paesaggi, campagne, fontane, piazze, vie, monumenti
e chiese e ancora tradizioni, usanze e feste, con grande coinvolgimento
emotivo, offrendo sul piatto delle emozioni e della nostalgia esperienze
sensoriali e affettive che rimangono per sempre, irripetibili, nel cuore
dell' emigrato.
Tutti coloro che hanno lasciato, per un motivo o per un altro, il
proprio paese natio, non possono che commuoversi al dettaglio di
profumi, sapori, tradizioni vivide che pur diverse da una latitudine
all' altra lasciano nella persona un ineguagliabile imprinting.
Nutrita da questo libro, mentre cammino per le vie di Bologna, osservo i
tanti stranieri che preparano le vie per il tram e penso ai tanti
italiani costretti a lasciare le proprie famiglie per garantire loro un
futuro dove almeno la fame fosse definitivamente sconfitta e andati
incontro a condizioni di vita durissime.
La microstoria di paese, di un paese del dopoguerra, nel quale non
esistono ancora i bagni, nel quale si lavora con fatica la terra per
poter avere cibo, si allevano gli animali o si spaccano le pietre, si
intreccia alle romanzate storie personali di uomini, donne, bambini a
volte con nomi che ricordano qualcuno veramente esistito, o ancora in
vita, che tentano il tutto per tutto, imbarcandosi per il Venezuela,
dovendo ricorrere, in certi casi, a prestiti economici per il viaggio
sottoponendosi a situazioni anche umilianti oppure vendendo qualcosa di
proprio possesso.
Nel libro fanno più volte capolino le idee di destino, di caso, di
fortuna, capaci di stravolgere qualsiasi buona intenzione: capita così
che qualcuno parta ma vada incontro a sorti terribili, che altri
riescano a costruire un impero, altri a ottenere riconoscimenti e
incarichi prestigiosi.
Tutto questo avviene sullo sfondo di una nazione, il Venezuela, che tra
regimi e rivoluzioni, gli italiani contribuiscono a edificare sia
tramite la propria forza lavoro, spesso sfruttata, sia attraverso le
proprie idee, la propria genialità, la propria determinazione e la
propria onestà.
Per ogni emigrato però, non si spezza mai il legame con la propria terra
madre, anzi si tenta in tutti i modi di preservarlo, costruendo una
chiesa come quella di Santa Croce dove seppellire i propri cari,
tramandano nomi di nonni e bisnonni e chiedendo implicitamente la
promessa di mantenere "un cognome" di Santa Croce.
Non si fa fatica a scorgere nelle storie Michele Castelli stesso, la sua
biografia, la sua filosofia, il suo sapere, la sua umiltà e la sua mente
aperta nei confronti di questioni del passato e del presente, come
quella sessuale, per esempio. Difatti, seppur in maniera velata e sempre
immerse nelle trame fittissime, Castelli tocca le questioni del
consenso, della sopraffazione maschile, del piacere anche femminile tra
cui l' autoerotismo.
Castelli riavvolge il nastro della storia del Venezuela, senza fare
grandi nomi ma piuttosto facendo luce su un sistema che a volte si è
rivelato essere una condanna per quella nazione pur sempre bellissima,
ospitale, che ha cambiato le sorti di molti.
È facile intuire anche una dose di disillusione rispetto a un certo tipo
di politica.
Insomma un libro densissimo, declinato in tre storie nelle quali
pullulano diversi tipi di personaggi che si collocano nella Grande
storia, vi partecipano, la subiscono, la modificano, crescono.
Un libro che commuove per la nostalgia che ne scaturisce ma anche per le
domande filosofiche che pone e per i tanti irrisolti che compaiono e a
cui ci mette di fronte la vita.
Un libro per chi ama Santa Croce, il proprio paese, per chi vuole aprire
lo sguardo su come va il mondo, da dove siamo partiti in questo lungo e
infinito viaggio che per ognuno di noi, in un modo o nell'altro, è una
diaspora.
di Maria Antonietta Crapsi |