Santa Croce di Magliano, venerdì 02 gennaio 2026

     

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riceviamo e pubblichiamo


Nota ANS Molise accadimenti bullismo


 

 

La vicenda avvenuta a Santa Croce di Magliano (Campobasso) richiama l’urgenza di una riflessione sul ruolo della comunità tout court, e di quella educante in particolare, nella prevenzione delle violenze tra pari, soprattutto in contesti in cui l’intreccio tra scuola, famiglia, gruppo dei pari e ambienti digitali rende più complessa la gestione dei conflitti. È in questo solco di riflessione che la presente nota del Dipartimento Molise dell’Associazione Nazionale Sociologi si inserisce, la quale vuole essere da stimolo per una valutazione di quanto accade, sempre più spesso, all’interno dei nostri territori.

Il fatto può (o meglio, dovrebbe) essere letto e interpretato non come un evento isolato o esclusivamente riconducibile a responsabilità individuali – spesso considerate l’esito di problematiche unicamente psicologiche –, bensì come un fenomeno sociale, relazionale e contestuale, inscritto nelle dinamiche della preadolescenza/adolescenza contemporanea, nelle crisi sociali attuali, nei vuoti anomici, nei processi di socializzazione formale e informale. Dove cruciale resta, comunque, il ruolo di tutta la comunità educante.

Dal punto di vista strettamente sociologico, infatti, l’aggressione tra pari si colloca all’intersezione tra dinamiche di gruppo, nella costruzione dell’identità adolescenziale e nella ricerca di riconoscimento sociale, i quali passano – non dimentichiamolo – anche attraverso i dispositivi digitali. In questa fase del ciclo di vita, il gruppo dei pari assume una funzione centrale nella definizione delle norme, dei confini simbolici e delle gerarchie relazionali come micro e meso sistema di riferimento. Il ricorso alla violenza può configurarsi, in un certo senso, come una modalità “dis-funzionale” di gestione del conflitto e come una pratica attraverso cui il gruppo ri-afferma una qualche coesione interna, un suo status, ma anche potere e controllo simbolici di bourdieusiana memoria.

In particolare, l’evento aggressivo al quale la comunità molisana ha assistito, in letteratura viene definito Happy Slapping (“shiaffeggio allegro”), una forma ibrida di violenza tra pari, collocata al confine tra bullismo e cyberbullismo. Esso, infatti, condivide con il bullismo tradizionale elementi quali l’asimmetria di potere, la “vulnerabilità” della vittima e la dimensione relazionale dell’aggressione, mentre con il cyberbullismo condivide la centralità della mediazione tecnologica, la diffusione pubblica dell’atto e la sua potenziale persistenza nel tempo attraverso i contenuti digitali. La specificità dell’agito risiede nella trasformazione dell’aggressione in evento comunicativo: la violenza non è solo esercitata, ma anche registrata, esposta e condivisa, assumendo valore simbolico all’interno del gruppo dei pari. In questo senso, l’aggressione diventa una pratica di costruzione del consensus gruppale, in cui il riconoscimento non deriva esclusivamente dall’azione fisica, ma dalla sua circolazione e visibilità nello spazio digitale, entro il quale si riverbera.

All’interno di questa dinamica, i bystanders (ovverosia gli spettatori) svolgono un ruolo cruciale: l’assenza di intervento diretto non equivale a neutralità, ma anzi la visione, la condivisione o anche la semplice tolleranza dell’atto contribuiscono a rafforzarne la legittimazione sociale e a far perpetuare l’atto. Nei contesti digitali, va chiarito, il bystander non è più soltanto testimone, ma può diventare co-produttore simbolico della violenza, attraverso like, commenti o ri-condivisioni. Una siffatta partecipazione indiretta, in aggiunta, favorisce processi di normalizzazione e de-sensibilizzazione, riducendo la percezione della gravità dell’atto e rafforzando le dinamiche di gruppo che sostengono il comportamento aggressivo.

In tal senso, l’evento avvenuto in Regione rappresenta un esempio paradigmatico di come la violenza giovanile contemporanea si strutturi come fenomeno collettivo, più che come devianza individuale. L’ANS Molise intende rimarcare con forza che si tratta di episodi gravissimi che possono e devono essere letti non solo come espressione di un disallineamento tra le “norme istituzionali” (siano esse scolastiche, educative e/o familiari) e le norme emergenti nei contesti informali di socializzazione, ma anche – e, forse, soprattutto – come espressione di una crisi socio-relazionale profonda che quelle stesse norme non le contempla perché inesistenti o, peggio, disorientanti, fuorvianti. Quando tale frattura non viene riconosciuta e affrontata, quando tale disorientamento non viene affrontato, si può creare uno spazio in cui comportamenti aggressivi o trasgressivi possono acquisire significati di legittimazione all’interno dei gruppi giovanili dove non c’è – almeno in apparenza – possibilità di scambio empatico.

È in questo quadro che assume particolare rilievo la comunità educante, non come ente astratto ma come rete di attori interdipendenti reali – scuola, famiglia, servizi, associazionismo, istituzioni locali – coinvolti nella costruzione di ambienti socio-relazionali significativi, credibili e coerenti. Essa dovrebbe svolgere una funzione preventiva fondamentale attraverso: a) la condivisione di cornici normative e simboliche (valori e relazioni), che rendano espliciti i significati sociali delle relazioni, del conflitto e della responsabilità individuali e in gruppo; b) la promozione di competenze socio-emotive, come la gestione del conflitto, il riconoscimento dell’altro e l’elaborazione delle emozioni tutte; c) il rafforzamento del capitale sociale presente nella comunità, il quale sia facilitatore di relazioni di fiducia e di cooperazione tra adulti significativi e giovani.

La prevenzione, in questa ottica, non si esaurisce in interventi episodici o emergenziali (progettualità spot e a termine), ma richiede – grazie all’intervento dei sociologi e di équipes predisposte ad hoc – dei processi socioeducativi continuativi, capaci di intercettare precocemente segnali di disagio relazionale e di offrire spazi di parola, mediazione e riconoscimento reciproco, con al centro le emozioni, senza giudizio.

La violenza, dunque, non va intesa unicamente come “devianza” individuale, ma come segnale profondo di criticità multiple nei processi di socializzazione, di integrazione sociale, di comunicazione socioeducativa, nonché di mediazioni dei conflitti a fronte di percorsi di sensibilizzazione e prevenzione sempre meno efficaci.

ANS Molise è convinta che la risposta non risieda unicamente nella ricerca di colpevoli e di colpe, nell’inasprimento di punizioni e di sanzioni (anche quest’ultime troppo spesso e facilmente invocate ed auspicate dagli adulti di riferimento come risolutrici), ma nel rafforzamento di programmi efficaci di prevenzione, sensibilizzazione, al cui centro vi devono anche essere le responsabilità collettive e condivise tra i sistemi sociali coinvolti.

Solo attraverso una comunità educante capace di agire in modo realmente e significativamente integrato e preventivo si può tentare di ri-sanare la crisi del legame sociale in atto, anche e soprattutto quando fenomeni come questi spaventano e indignano.

 

 


 


 

 

 



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