Santa Croce di Magliano, lunedì 30 marzo 2026

     

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Santa Croce di Magliano. Il culto della Quarantana con tante bambole quaresimali a cielo aperto si spegne alla fine della Settimana Santa...


 

 

Santa Croce di Magliano

Il culto della Quarantana con tante bambole quaresimali a cielo aperto si spegne alla fine della Settimana Santa. Si tratta di una antica tradizione silenziosa. Da guardare con il naso all'insù tra una finestra e un balcone

di Luigi Pizzuto

Ultimi momenti di gloria per il culto della Quarantana a Santa Croce di Magliano. Tantissime pupe, pupatte e bambole quaresimali, dall'immagine misteriosa, sorridente e bislacca, in molti angoli dell'abitato, con l'ultima penna rimasta fanno sapere a tutti quanti che manca poco tempo all'arrivo della Santa Pasqua. Santa Croce di Magliano è uno dei pochi centri molisani dove questa bella tradizione spontanea resiste. Anzi sopravvive e cresce tra le famiglie a quanto pare con piacere. La sua dimora è il cielo. Dagli angoli stretti la Quarantana punta in alto. Va oltre i tetti tra cielo, facciate e pareti. Ovunque appare. Talvolta emerge silente come una graziosa bambolina. TalvoIta smorza il suo sorriso. In altri luoghi di colpo fa capolino. Oscilla. S'affaccia improvvisamente al visitatore attento. Anche se in disparte appare tutta sola. Il suo abbigliamento incuriosisce. Lascia il segno di un mondo ormai alle spalle.

La Quarantana è sinonimo di Quaresima. Ha senz'altro radici greche o albanesi, come viene fuori dagli studi della scrittrice Paola Di Giannantonio. Come del resto sono le origini di Santa Croce di Magliano, che, nella prima metà del Settecento, veniva chiamato Santa Croce dei Greci. Un esemplare tipico, realizzato dalla famiglia Licchio, con i costumi dell'Albania è conservato all'interno della Chiesa Greca. La Quarantana deve il nome alla sua durata. Viene appesa infatti sui balconi, sulle finestre e sulle facciate delle case per quaranta giorni. Senza vincoli. In piena libertà. Annuncia i quaranta giorni mancanti all'arrivo della Pasqua dopo l'ultimo giorno di carnevale. All'indomani del Martedì Grasso con sette penne ricorda la durata del lungo periodo quaresimale, dove ognuno deve ritrovare i valori spirituali e il senso autentico della propria esperienza esistenziale.

Le sette penne conficcate sulla patata ai piedi della bambola quaresimale indicano, appunto, il lungo periodo quaresimale. Fatto di rinunce e di buone regole come vuole l'antica usanza. Solitamente le penne sono di tacchino, di oca oppure di gallina, e in qualche caso di pavone. Luminose e morbidissime. Insomma un orologio naturale tutto colorato. Ricco di effetti personali, che dondola, gira e sbatte tra un caseggiato e l'altro. Brontola sotto il vento negli spiazzi. Lungo il corso si vede a chiare note. Trionfa nei vicoletti stretti, al buio e all'aria aperta.

Come si vede dalle immagini fotografiche le pupatte vestite con colori diversi e innovative sono davvero tante. La tradizione resiste grazie ad un culto spontaneo che viene da lontano. Ogni famiglia veste la sua bambola preferita. La mette in bella mostra una sorta di culto profondo. Amorevole e nascosto. Senz'altro nei casi più tradizionali è l'espressione di un rito atavico. Pieno di sensibilità. Da parecchi anni non manca l'attenzione anche da parte delle nuove generazioni. Ancora oggi, nel periodo di un modernismo sfrenato che corre veloce senza regole, è possibile vedere circa cinquanta bambole con i ferri del mestiere in mano, per interpretare un ruolo segreto, legato al destino della vita temporale. Tante pupe, pupatte e bambole dunque lanciano non pochi segnali nella loro esposizione solitaria. È possibile vedere tante pupatte di stoffa nascoste in questo ruolo esemplare.
Tra sacro e profano, dal Casale, al cuore del paese, oppure nei vicoli che si diramano tra Torre Licursi e Torre Piscone, colpisce negli angoli di certo più antichi del "Quartetto". Non mancano le Quarantane di nuova generazione lungo il corso, oppure nei quartieri nuovi, come quella della Libreria Nerone. Vestita di penne, bastoncini e colori chiari, ci ricorda lo spirito di una buona lezione efficace: l'amore verso la lettura, gli impegni sociali e i compiti da osservare non deve mai venir meno. La voce di una memoria ancora viva è dunque forte in questa tradizione teatrale che suscita curiosità. Il look delle bambole, anche se ha subito una profonda metamorfosi, accentua sempre gli elementi di fondo tradizionali.

La Quarantana, vecchia o giovane che sia, mette in bella mostra il fuso, la lana, il grembiule, il fazzoletto, i ferri, una bottiglietta di vino e l'aringa infine per ricordare il valore dell'astinenza. Tra sacro e profano i rituali resistono. Scansionano con la perdita delle penne il tempo che va via. Invitano ad una dieta forzata senz'altro utile in questo momento di sprechi e consumismo senza limiti. Sulle ali della memoria gli aspetti tradizionali ricordano una scena della mitologia classica, legata alla funzione delle tre Parche. Padrone sulla scena antica del filo della vita che puo' essere interrotto all'improvviso. Una raffigurazione segreta, enigmatica, pronta a svelare a tutti la sua vera identità. Una filosofia arcana dunque corre sul filo della memoria. Curiosa l'immagine della Quarantana che vigila sui Marauasce, i fuochi tradizionali del luogo, anch'essi dal sapore di origine greca o albanese. E poi altre bambole sospese e colorate come quella delle "freccette" più in la'. C'è la bambola in rame appesa sul balcone di Gennaro Camelo, il ramaio dalle "mani d'oro". In Piazza Crapsi spicca infine una Quarantana autorevole. Quella istituzionale del Comune, tra le due bandiere, con la fascia tricolore, per richiamare l'attenzione su questa silenziosa e singolare tradizione. La bambola di stoffa più antica che viene ancora esposta, risalente alla prima metà del secolo scorso, è quella della famiglia Cocco. Porta come un tempo i segni del carbone in volto e l'anima di stoffa. Non manca mai l'esposizione della Quarantana di Antonio Martino. Cultore appassionato di ogni rituale locale che riesce ad animare con passaggi sonori incisivi ed arcaici.

A perenne memoria, nell'ambito del Premio Antonio Giordano, nella villa comunale, un bel murales, a firma di Guerrilla Spam, ricorda la tradizione nei panni di una matrona assiro babilonese. In cammino con sette piedi come una macchina d'altri tempi. È tutta nera. Con veste scura e una canna in mano da cui pende il simbolo dell'astinenza. Ricuce le ferite. Senza sosta va avanti determinata. Ricorda le difficoltà, i soprusi e quanta forza occorre alla donna per garantire il pane ai propri figli. Icona di una filosofia passata, ma anche di etnie eroiche puntualmente massacrate. Ieri e oggi. Senza sosta. Ascoltare i sussurri della tradizione significa riscrivere una bella pagina di storia. E un po' un futuro pieno di valori. A misura d'uomo. Che oggi servono a tutti quanti noi. Ogni rituale antico nel suo silenzio ce lo ricorda a squarciagola.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 


 

 

 



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