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LA TRASCRIZIONE DEI TESTI DIALETTALI MOLISANI: UNA PROPOSTA


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a cura di Michele Castelli

E’ assai difficile che in una Regione qualsiasi dell’Italia non ci si imbatta in autori in versi o in prosa che abbiano usato il vernacolo per le loro ispirazioni.
Una veloce esplorazione per le terre del Molise, solo per centrare l’argomento in un’area di interesse specifico, rivela l’esistenza di autori che per l’intensità lirica, se si tratta di poeti, o per la ricchezza d’informazioni che riportano alla luce importanti spaccati di storia, se si tratta di prosatori, ben meriterebbero posti di privilegio nelle pagine delle antologie nazionali, o spiccare per la loro acutezza nelle bibliografie dei sociologi, antropologi, etnografi, ecc.
Se ciò non succede è solo perché la lettura di tali opere è limitata ai ridotti nuclei nei territori appartenenti agli autori, gli unici a poter decifrare, anche se spesso con sforzi notevoli, una scrittura i cui caratteri non sempre corrispondono alla reale fonetica del dialetto perché il poeta o il prosatore, soprattutto se ignorano i precetti della linguistica, hanno la coscienza di non dover uscire dalla convenzione ortografica che è loro nota: quella dell’italiano nazionale.
Nei manoscritti di Raffaele Capriglione, per esempio, solo un santacrocese sarebbe in grado di articolare con sicurezza la esse del nesso –sc, invariabilmente scritto tale nei testi, perché nel dialetto del poeta la pronuncia alveolare [s] (scal« , màsqu« l« , ecc.) alterna con quella palatale [S ] (S card« , maS quaràt« , ecc.) senza che una precisa norma fonetica orienti il lettore.
E così ancora, l’ottimo Cirese, nonostante sia oggetto di appassionati studi, più di qualsiasi altro autore molisano, tuttavia avrebbe meritato ben altra sorte se la grafia dei suoi versi fosse stata più fedele ai suoni reali del fossaltese, in modo da arrivare con tutta l’intensità possibile della melodía poetica all’animo del lettore di qualunque latitudine.
E’ vero che negli ultimi anni in tutta l’Italia c’è stato un rinnovato interesse per gli studi della dialettologia, ma sebbene i curatori di antologie o raccolte lessicali con opportune premesse fonematiche cercano di evitare le difficoltà ortografiche, o di proporre caratteri speciali per rappresentare le articolazioni proprie di dialetti determinati, spesso cadono nell’abuso di assurdi diacritici o simboli stravaganti che invece di semplificare rendono ulteriormente illeggibili i testi.
Per esempio, tanto per citare appena la rappresentazione della –e indistinta (o shwa), e che abbonda in termini di frequenza in tutti i dialetti centromeridionali, Michele Colabella (1993) la sostituisce, stranamente, con un apostrofo <’>; Nino Bagnoli (1990) la rappresenta con il símbolo <ë> (-e con dieresi); mentre Antonio Vincelli (1991) adopera lo stesso grafema della vocale alta posteriore <e> precisando nelle note per il lettore che questa vocale "priva di accento ha un suono indistinto sia nel corpo che nella fine della parola". Un’insalata russa, insomma, che confonde e dà l’impressione che ogni dialetto del Molise è una lingua a sé, astrusa e incomprensibile nella sua forma scritta, senza possibilità di poter proiettare eventuali manifestazioni artistiche vincolate al suo uso.
Di qui la necessità di uno studio coscientemente scientifico dei sistemi fonologici dei dialetti molisani, con lo scopo non solo di precisare il valore fonematico di ciascun suono, ma anche di mettere in risalto le macrovarianti alle quali sarà indispensabile assegnare un simbolo per le loro rappresentazioni grafiche. Questi simboli, naturalmente, non dovranno essere il risultato di giochi d’equilibrismo dei ricercatori occasionali, bensì scelte in consonanza con i precetti linguistici e quindi di universale accettazione.
Lo scopo di questo lavoro, quindi, è quello di proporre un modello di massima di scrittura dei dialetti molisani da completare con nuovi simboli man mano che vengano alla luce nelle aree di ulteriori ricerche. Di fatto, per il raggiungimento del nostro obiettivo, ci siamo serviti in particolare delle raccolte lessicali del bonefrano (bn), del casacalendese (cs), del fossaltese (fs) e del santacrocese (sc) le quali saranno arricchite fra breve grazie all’ambizioso progetto a cura della Vitmar Grafika che prevede lo studio di ben 57 dialetti della provincia d’Isernia e del Matese
Per avere la certezza che un segno grafico (o grafema) di qualsiasi lingua o dialetto è effettivamente un fonema, cioè l’elemento minimo linguistico che incatenato ad altri dà vita ai significanti (monemi, sintagmi, testi), si usano diversi metodi che vanno dalla proposta trubetzkojana delle opposizioni fonologiche, alle più sofisticate analisi binarie jackobsoniane perfezionate negli ultimi anni grazie ai laboratori elettronici di fonetica.
Ai nostri fini è sufficiente applicare il criterio della commutazione successiva per segnalare che in aree estese del Molise, alla lista dei diciannove (19) fonemi consonantici dell’italiano nazionale (/p, b, t, d, k, g, f, v, s, S , ts, tS , dZ , m, n, ­ , ´ , r, l/), bisognerà aggiungere il fonema fricativo linguopalatale sonoro /j/ e il fricativo glottale sordo aspirato /h/, anche se quest’ultimo è solo localizzato in aree determinate.
La dimostrazione che i due simboli indicati sono effettivamente fonemi e non varianti articolatorie, è semplice. Si mettono in contrasto due parole, già trascritte con i simboli fonologici, che hanno tutti i segni uguali meno uno. Se i due elementi in contrasto cambiano il significato delle parole, diventeranno sicuramente due fonemi diversi. Per esempio:

maj« /máj« / = mai ~ (opposto a) mar« /már« / = mare.

Tutti i segni sono uguali meno /j/ e /r/. Per cui essi sono sicuramente due fonemi diversi.
Ma se ciò non bastasse, il valore consonantico di /j/ risulta anche dal fatto che in alcuni dialetti molisani rafforza:

Esempio: majj« = maggio; uòjj« = oggi; pèjj« = peggio, ecc.

Questo stesso segno <j>, inoltre, si userà nelle trascrizioni dei dialetti che lo richiedono quando diventa semiconsonante [ j ] e forma le dittongazioni con la shwa /« /; ancora quando dà valore palatale a –c e al digrafo –gl seguito dalla stessa shwa; con i nessi -ch (o –cch) + shwa; e per allungare gli armonici di /i/ nei pochi casi in cui si presenta il fenomeno. Esempi:

maj« = mai; craj« = domani; j« latìna = gelatina; pr« j« bbì = proibire; ecc.
figlj« = figlio; móglj« m« = mia moglie; ròcchj« = rocchjo; ecc.
jinn« r« = genero; jiss« = gesso; jitt« ch« = incubo, spavento; ecc.

Lo stesso criterio di commutazione è applicabile per rivelare la caratteristica fonematica di <h> in quelle aree come il santacrocese, il fossaltese, il casacalendese, ecc. in cui è percettibile la sua articolazione glottale aspirata sorda. Esempio:

(sc) hiat« /hiát« / = fiato, alito ~ (opposto a) viat« /viát« / = beato.

Tutti i segni sono uguali meno /h/ e /v/. Essi sono due fonemi diversi.
Del resto, anche qui la dimostrazione inequivoca del valore consonantico dell’aspirata è data dalla possibilità di un suo rafforzamento: 

(sc) ahhià = trovare; (fs) hiuhhiatùr« = soffietto; ecc.

In italiano, come si sa, il grafema <h> non ha alcun valore linguistico perché è privo di articolazione. In alcuni casi funziona come un diacritico per risolvere le ambiguità semantiche (ho/o; hanno/anno) e in altri interviene per velarizzare i grafemi <c> e <g> quando sono seguiti dalle vocali palatali /e, i/ (che, ghe, chi, ghi).
Ai fini, ora, del nostro metodo di scrittura dei dialetti molisani, si parte dalla premessa logica di conservare i caratteri latini dell’alfabeto italiano nei casi in cui la coincidenza grafema/suono è totale o assai approssimativa, proponendo e giustificando alcuni simboli speciali quando invece i grafemi convenzionali non sono sufficienti per rappresentare le articolazioni nuove. Ne scaturirà, insomma, una scrittura che si potrebbe definire quasi fonetica, nel senso che ad ogni suono corrisponderà un simbolo che non viene fuori dal cappello del mago bensì da una scelta linguistica di universale accettazione. Inoltre, si terrà conto delle caratteristiche articolatorie del parlante con la finalità di rappresentare graficamente i rafforzamenti fonetici che sono propri del suo dialetto, ma non quelli che scaturiscono dalla spontanea formazione fonosintattica perché in tal caso le categorie monosillabiche in posizione proclitica che producono i rafforzamenti consonantici coincidono in larga misura con l’italiano nazionale.
Dell’universo fonologico dei dialetti molisani, i fonemi /p, t, d, k, f, v, m, n, r, l, tS / si distinguono dall’italiano per il solo fatto che in posizione iniziale o per aferesi, o per enfasi, o per assimilazione, possono raddoppiare. Esempi:

(sc) mman« = in mano; mm« S càt« = mischiato; rraiàr« z« = arrabbiarsi, ecc.
(fs) ddeman« = domani; rradunuó = radunare; cciàppra = grappolo; ecc.
(cs) vv« c« = avvicinare; cchettà = comprare; zz« ff« nnà = sprofondare; ecc.
Non si esclude la possibilità che in posizione iniziale una stessa consonante scevra o geminata produca significati diversi:
(sc) còglj« = cogliere ma ccòglj« = colpire; ecc.
(cs) such« = sugo ma ssuch« (pres. v. ssecuà) = asciugare; ecc.

Di qui la necessità di rappresentare opportunamente nella scrittura questi fenomeni fonetici.
D’altra parte, i fonemi /­ , ´ / dei nostri dialetti, in linea con l’italiano nazionale, sono sempre foneticamente rafforzati in posizione intervocálica per cui, data la spontaneità del parlante nella loro produzione, diventa irrilevante la geminazione dei digrafi –gn e –gl. Possono coincidere, insomma, con la comune grafemica dell’italiano.
I fonemi occlusivo bilabiale sonoro /b/ e l’affricato palatale sonoro /dZ / nei dialetti molisani, ma anche nell’universo di quelli centromeridionali, tendono a rafforzare sia in posizione iniziale che in posizione intervocalica. Nel caso di /b/ ciò succede anche nei nessi coi fonemi liquidi sonoranti /l, r/. Esempi:

bbangón« o bbengón« , ecc. = banco da lavoro, abb« l« = abile; bbrenghìj« o bbrunghìj« o bbrunghìa, ecc. = bronchite; lèbbr« o lÏ bbr« , ecc. = lepre; gg« gand« o ggiagànd« o ggiaànd« , ecc. = gigante; paggèll« o peggèll« = pagella. Ecc.

Pare, dunque, sufficientemente logico che si rispetti nella scrittura la caratteristica geminata dei due fonemi analizzati.
Per quanto riguarda l’occlusivo velare sonoro /g/, sia in posizione iniziale che in posizione intervocalica, si producono diversi fenomeni. In primo luogo, l’affievolimento del modo di articolazione che dal passaggio ad una fricazione tenue [V ] tende definitivamente a scomparire:

gallina > V allìna > allìna o allìn« o ellìn« = gallina; pagà > paV à > paà = pagare. Ecc.

In simile circostanza si propone di rappresentare con <g> il suono nelle aree che non hanno raggiunto la completa disarticolazione ed omettere, ovviamente, il grafema nei casi in cui si è perduto del tutto.
Assai comune è anche l’assordimento di /g/ in /k/:

guv« rnà > cuv« rnà = governare; magàr« > macàr« > maàr« = magari. Ecc.

Non di rado, in parole che iniziano con le vocali /a, o/ la disarticolazione è preceduta da un suono di transizione [ v] che nella sua evoluzione semivocalizza in [ w ] <u> o [ j ] <i>:

gàtta > V àtta > vàtta > uàtta > àtta = la gatta (il gatto)
i (l« ) gatt« > i (l« ) V att« > i (l« ) vatt« > i (l« ) uatt« > i (l« ) att« = le gatte (i gatti)

In tutti questi casi la scrittura si adeguerà facilmente alla reale fonetica dei dialetti interessati.
Nel fossaltese, infine, è registrata una velarizzazione sonorizzata seguita da una tenue aspirazione che, come propone l’ottimo Bagnoli, benissimo potrebbe rappresentarsi con il dígrafo <gh>. Esempi:

ghallìn« = gallina; aghùSt« = agosto; ecc.

Sul fonema fricativo alveolare sordo /s/ il discorso è semplice. In posizione iniziale seguito da vocali, e in posizione intervocalica, è assoluto il tratto di assordimento il quale nei nostri dialetti può essere rappresentato con lo stesso grafema <s> che identifica l’italiano. Esempi: s« lluzz« = singhiozzo; cas« = casa; ecc.
Se il fonema è seguito da una consonante, si alternano almeno quattro varianti. Esse sono:

a) [ s ] <s> o [ S ] <S> seguite da consonanti sorde.

E’ difficile, dal punto di vista fonetico, stabilire perché il corrispondente delle parole italiane <stalla> o <scopa> si pronunciano nel santacrocese con [ s] alveolare: stall« , scóp« , mentre nel casacalendese, a meno di venti chilometri, si usa la variante palatale sibilante [ S ] : S tall« , S cóp« . E viceversa, perché le parole S cummétt« (scommettere), o S ch« fus« (schifoso) del santacrocese si pronunciano sch« mmétt« o sch« fus« nel casacalendese. Questa alternanza alveolare/palatale è presente anche in altri dialetti molisani.

b) [ z ] <s> o [ Z ] <Z > seguite da consonanti sonore.

L’alveolare sonora [ z ] davanti a consonanti sonore è anche tipica dell’italiano (sbirro [ " z birro] , disdetto [ di" z detto] , ecc.) per cui, data la spontaneità con cui la pronuncerebbe qualsiasi nativo della penisola, non sarà necessario modificare il simbolo nella scrittura del dialetto. Esempi:

(cs) sdrèuz« [ " z d r E ut s « ] o (sc) sdrèu« z« [ " z d r E w« ts« ] , ecc. = strano, stravagante;
(sc) sbr« ugnà [ z b r « u 8 ­ " ­ a ] o (bn) sbr« gu« gnà [ z b r « V w« ­ " ­ a ] , ecc. = svergognare.

Quando invece il nesso è un fonema palatale + consonante sonora, in alcuni dialetti, anche se in pochissime parole, l’articolazione palatale sonorizza anch’essa trasformandosi in [ Z ] <Z >, equivalente al suono del francese journal o del portoghese jogo. Esempi:

(bn) Z d« ll« zzat« [ Z d « l l « t " t s a t « ] o Z d« llazzàt« [ Z d « l l a t " t s a t « ] , ecc. = dicesi dell’agitarsi dei liquidi in vasi non pieni quando questi sono mossi;
(fs) Z drÏ uz« [ " Z drÏ uts« ] = strano nel comportamento, nel linguaggio. Ecc.

Ritornando all’articolazione fricativa palatale sorda [ S ] essa, nei nostri dialetti, oltre che variante di /s/ nei nessi con consonanti, è anche un fonema, come in italiano. Con la differenza che dal punto di vista fonetico, sia in posizione iniziale che intervocalica può alternare la caratteristica scevra [ S ] con la rafforzata [ S S ] , senza la possibilità che il fenomeno possa essere normato con regole fonologiche. Nel santacrocese, per esempio,

[ S i] = avv. di afferm. , ma [ S S i] = v. uscire; [ " k a S « ] = formaggio, ma [ " k a S S « ] = cassa; ecc.

Ed anche:

[ k a m " m i S « ] = camicia, ma [ d « " t S i S S « ] = diresti; [ r a S « " n i j « ] = chiacchiere, ma [ " ra S S « ] = scaracchio; ecc.

Ai fini della scrittura dei testi dialettali si propone di lasciare il digrafo –sc dell’italiano + vocali palatali /e, i/, in tutte le posizioni, perché sicuramente coinciderà con la tendenza del rafforzamento tipico dell’italiano nazionale:

càscia [ " k a S S a ] = cassa, sciabb« l« [ S " S a b b « l « ] o sciàbbula [ S " S a b b ul a] ecc. = sciabola; sciutéll« [ S S u" tell « ] o sciutélla [ S S u" tell a] , ecc. = passeggiatina; sciacquìtt« [ S S a k " k w i t t « ] o scecquìtt« [ S S ek " k w i t t « ] , ecc. = cenetta tra amici; ecc.

e così anche il digrafo –sc + « in posizione iniziale, perché ivi la sua articolazione risulterà invariabilmente rafforzata: (sc) sc« ng« nat« [ S S « n d Z « " n a t « ] = persona malandata; (fs) sc« ppà [ S S « p " p a ] = strappare, staccare; ecc.

Fare uso, invece, dello stesso simbolo dell’AFI <S > scevro o geminato <S S > davanti a shwa, in posizione intervocalica, a seconda del valore fonetico che si registra nei singoli dialetti. Esempi: (sc) c« raS « = ciliegia, ma paS S « = v. pascere; ecc.; (bn) cuS « tór« = sarto, ma vaS S « léll« = bassina; ecc.; (cs) vaS « = bacio, ma u spriéS S « = locale col torchio; ecc.; (fs) vruS « l« = foruncolo, ma muS S « = comportarsi fiaccamente; ecc. In quest’ultimo caso, ma solo in esso, l’alternanza [ S ] -[ S S ] potrebbe sostituirsi con i dígrafi <sc>-<šc>: Esempi: (sc) c« rasc« = ciliegia, ma pašc« = v. pascere; ecc.; (bn) cusc« tór« = sarto, ma vašc« léll« = bassina; ecc.; (cs) vasc« = bacio, ma u spriéšc« = locale col torchio; ecc.; (fs) vrusc« l« = foruncolo, ma mušc« = comportarsi fiaccamente; ecc.

Riepilogando, per il suono fricativo palatale sordo dei dialetti molisani, si propongono i seguenti simboli:

-sc + vocali palatali /i, e/ in tutte le posizioni, e –sc + « solo in posizione iniziale.

S nei nessi con consonanti sorde nei dialetti che lo richiedono, o suono scevro davanti a shwa /« / in posizione intervocalica. Ma volendo, anche semplicemente –sc.

S S suono geminato, solo davanti a shwa /« /, in posizione intervocalica. Ma volendo, anche semplicemente – šc.

Il fonema affricato dentoalveolare dei dialetti molisani è generalmente sordo /ts/. La sua variante sonora [ d z ] interviene appena quando è preceduta dalle consonanti sonoranti /n, l, r/ (ma in tal caso l’articolazione coincide con quella di qualsiasi parlante che spontaneamente pronuncia lo stesso nesso in italiano), oltre ai pochissimi casi di rafforzamento sia in posizione iniziale di parola che intervocalica, anch’essi coincidenti con l’italiano nazionale. Per questo, ai fini della scrittura, il tratto di sonorità non merita un segno speciale per la sua rappresentazione.
Sarà invece indispensabile scrivere i grafemi geminati in tutte le posizioni e le circostanze, anche quando la convenzione nazionale indicherebbe una prassi anomala, sia per dare coerenza al modello basato sul principio di un simbolo per ogni suono, sia perché in posizione iniziale la comune alternanza dei tratti brevi/rafforzati potrebbe generare ambiguità semantica, come nel caso di:

(sc) zinn« = angolo, estremità di qualcosa ~ zzinn« (2ª persona del v. zz« nnà) = fare l’occhiolino, indicare qualcosa; ecc.

Così, oltre alla comune forma di geminazione iniziale simile al resto delle consonanti (zz« ccà = indovinare / avvicinare / socchiudere; zzuppà = colpire, fare male, ferire; ecc.), si rappresenteranno in grafia i tratti rafforzati di zeta quando precede un dittongo ed è in posizione intervocalica. Quest’ultimo fenomeno, dal punto di vista fonetico, è palese anche nelle parlate italiane, specialmente quelle centromeridionali, solo che il rafforzamento non ha riscontro nella grafia. Un’analisi empirica rivelerebbe che ciò avviene quando nell’etimo latino il digrafo <ti +vocale> che dà origine alla zeta è preceduto da una consonante. Esempi:

(sc) l« zzión« o (fs) l« zzióna > dal lat. lectione(m) = lezione [ l e t " t s j o n e ]
(sc) cung« zzión« > dal lat. conceptione(m) =
concezione [ kontSet " t s j o n e ]
, ecc.

Invece:

(sc) ve ziuse o (bn) ve zióse > dal lat. vitiu(m) = vizioso [ v i " t s j o s o ]
(sc) pupulazión« o (fs) pop« lazión« > dal lat. populatione(m) =
popolazione
; ecc.

Per concludere con il consonantismo, è necessario ricordare che studi seri sui dialetti centromeridionali, non esclusi quindi quelli molisani, rivelano che nei nessi nasale /n, m/ + cons., si produce invariabilmente la sonorizzazione della consonante. Esempi:

it. ponte > dial. pónd«
it.
dente > dial. dènd« o dÏ nd« o rènd«
it.
bancone > dial. bbangón« o bbengón«
it.
cancello
> dial. cangièll« o cangìll« o chengèll« , ecc.

Quando in italiano il nesso è /nd/, non è rara l’assimilazione /nn/ (it. mondo > dial munn« ; it. quando > dial. quann« o quònn« ; it. mandorla > dial. mènn« l« ; ecc.). Se non vi è assimilazione, /nd/ resta tale anche nei dialetti (it. mandolino > dial. mandulìn« ; it. condannare > dial. cundannà o cundennà; ecc.).

Con /nf/, invece, la trasformazione nei dialetti è [ m b ] : (it. confessare > dial. cumb« ssà; it. in faccia > dial. mbacc« ; it. infarinare > dial. mbar«; ecc.).

Finalmente, se il nesso it. è /mp/, la occlusiva bilabiale sonorizza (it. campana > dial. cambàn« o chembàn« ; it. rompere > dial. rómb« ; it. impiegato > dial. mbieàt« o mbiegàt« ; ecc.).

Nel seguente quadro, si mostrano i fonemi consonantici e le loro macrovarianti che caratterizzano i dialetti molisani da noi presi come modello d’analisi. Il quadro potrà essere completato con eventuali nuovi fonemi o allofoni che risultino da ulteriori ricerche su aree del Molise ancora inesplorate dal punto di vista linguistico.

 

Bilabiale

Labiodent

Dentale

Alveolare

Palatale

Velare

Glottale

Occlusivo

p   b

 

t   d

 

 

k   g

 

Fricativo

 

f v

 

s   [z]

S   [Z ]
      j

[V ]

h

Affricato

 

 

 

ts    [dz]

tS   dZ

[ g h ]

 

Nasale

m

 

 

n

­

 

 

Liquido

 

 

 

l

r

´

 

 

 

I caratteri di scrittura dei dialetti corrisponderanno ai seguenti simboli del quadro, con l’avvertenza che i suoni così rappresentati sono solo approssimativi perché è impossibile considerare tutte le sfumature fonetiche di una parlata:

p

/p/ come l’it. papà, pappa. In alcuni dial. anche geminato in posizione iniziale: (sc) ppicciafuòch« = litighino; (cs) ppènn« = appendere; ecc.

bb

/b/ come l’it. babbo, bravo. Sempre geminato in posizione iniziale e intervocalica, anche se seguito da /l/ e /r/: (sc) e (fs) bb« rband« = birbante; (cs) bb« tt« glión« = boccione; (bn) bbruS ch« = brusca; abb« l« = abile; ecc.

t

/t/ come l’it. tuta, tutto: In alcuni dialetti anche geminato in posizione iniziale: (bn) tteccà = attaccare; (fs) ttucquó = toccare, spettare; (sc) tt« rrat« = messo sotto terra; ecc.

d

/d/ come l’it. dado, Gadda. In alcuni dialetti anche geminato in posizione iniziale: (sc) dd« iun« = digiuno; (bn) u ddacquetùr« = l’annaffiatoio; (cs) dd« s«= ascoltare; ecc.

c + a,o,u

/k/ come l’it. casa, cosa, cuna, secco: In alcuni dial. anche geminato in posizione iniziale: (cs) ccavellà = fare solchi nel terreno per seminarvi il granoturco; (sc) ccurn« cchià = spingere qualcuno contro un angolo; ecc.

qu + a,e,i,o

/kw/ come l’it. quasi, questo, quintale, quota: (bn) quegghià = quagliare; (sc) quin« cìn« = quindicina: (fs) qu« S tiunà = litigare, bisticciare; (cs) qu« nd« ndézz« = contentezza; ecc. In posizione intervocalica –cq: (sc) micqu« l« = legumi sim. a lenticchie; (bn) cc« cquar« z« = abbassarsi; ecc.

g + a,o,u

/g/ come l’it. gallo, gomma, gufo.

g + a,o,u

 [V ] come l’it. gallo, gomma, gufo. Suono velare tenue meno percettibile del precedente.

gh

[ g h ] velarizzazione seguita da una tenue aspirazione. Suono proprio del fossaltese: ghallìna = gallina; aghùS t« = agosto; ecc.

f

/f/ come l’it. filo, staffile. In alcuni dial. anche geminato in posizione iniziale: (bn) e (cs) ffecciàr« z« = affacciarsi; (sc) ffrangàr« z« = risparmiarsi dal fare qualcosa; ecc.

v

/v/ come l’it. vino, avviare. In alcuni dial. anche geminato in posizione iniziale: (sc) vvòch« = piastrella che si usa nel gioco omonimo; (cs) vv« l« nar« z« = avvelenarsi, arrabbiarsi; ecc.

s

/s/ come l’it. sole, sasso. In alcuni dial. anche geminato in posizione iniziale: (bn) ssuccià = rendere uguale, uniforme; (sc) ssùch« tasùrg« = gioco della scopa in tre; ecc.

s

[ z ] variante sonora come l’it. sbirro [ " z b i r r o ] , disdetta [ d i " z d e t t a ] . Anche nei dial. molisani si articola tale quando precede una consonante sonora: (sc) sgarrà [ z g a r " r a ] = sbagliare; (fs) sb« nd« lià [ z b « n d « " l j a ] = far vento, agitare una ventola contro un fornello per ravvivare il fuoco; ecc.

sc+« , e i

/S / come l’it. sciame, coscia: (sc) scirr« [ S " S i r r « ] = tumore; o casción« [ k a S " S o n « ] = cassone; o sc« niglj« [ S S « " ni´ ´ « ] = ciniglia; (fs) sciuócch« [S " S w ok k « ] = uovo non gallato; o cuscìnzia [ k u S " S i n d z j a ] = coscienza; ecc.

S + «

[ S ] come l’it. coscia, scevra o rafforzata davanti a /« / (solo in posizione intervocalica): (sc) vaS « (o vasc« ) = bacio; o vaS S « (o vašc« = basso; o c« raS « (o c« rasc« ) = ciliegio (a); o marauàS S « (o marauàšc« ) = falò; ecc. (fs) caS « cavàll« (o casc« cavàll« ) = caciocavallo; o liS S « (o lišc« ) = liscio. Nel gioco delle carte liS S « (o lišc« ) e bbuss« ; ecc.

S + cons.

[ S ] variante palatale sorda di s con articolazione sim. a it. scimmia, davanti a consonanti sorde, in posizione iniziale o mediale: (fs) S tàlla = stalla; (sc) S carìch« = piccola scheggia di legno da ardere; (cs) paS tenàch« = pastinache; ecc.

Z + cons.

[ Z ] variante palatale sonora di s con articolazione sim. al francese journal o portoghese joco. In alcuni dial. molisani questo suono appare solo davanti a consonanti sonore: (fs) Z drÏ u« z« = strano nel comportamento, nel linguaggio; ecc.

j

/j/ consonante con la stessa caratteristica articolatoria della glide. Può, in effetti, essere anche semiconsonante come nell’it. piano, pieno. Sia come consonante (j« làta, maj« , cròjj« , ecc.), sia come semiconsonante (j« nnar« , tebbaccherìj« , ecc.), sia come grafema per dare valore palatale ai segni <gl> (figlj« , móglj« , ecc.) e <ch> ((sc) chj«, mb« cchj« r« nit« = persone e cose invecchiate; ecc.) precede sempre la shwa /« /

h

/h/ consonante glottale aspirata sim. all’ingl. hen: (fs) hièmma = fiamma; (sc) hiuhhiafuòch« = soffietto. Tubicino di metallo dentro cui si soffia per accendere il fuoco o per avvivare la fiamma); ecc.

z

/ts/ come l’it. vizio, pozzo. In alcuni dialetti anche geminato in posizione iniziale: (cs) zz« ff« nnà = sprofondare; (sc) zz« nnarièll« = cenno d’intesa; ecc.

z

[ d z ] come l’it. zio, mezzo. Nei dialetti molisani questa affricata dentoalveolare sonora ha scarsissima frequenza. Ecco qualche esempio: (fs) pànza [ " p a n d z a ] = pancia; (sc) zuarr« [ " d z w a r r « ] (cav« zùn« alla zuarr« ) = pantaloni alla zuava. Quelli che si abbottonano al ginocchio; ecc.

c + e,i

/tS / come l’it. cero, cicoria, ciondolo, salsiccia. In alcuni dial. anche geminato in posizione iniziale: (bn) a ccétt« = l’accetta; (cs) cc« cquar« z« = abbassarsi; (sc) cciaffón« = chi mangia di tutto senza badare alla qualità del cibo; ecc.

gg + « , e,i

/dZ /. Nei dial. molisani sempre geminato in posizione iniziale e intervocalica: (fs) gg« rmanés« = tedesco; (sc.) paggèll« = pagella; (bn) ggiud« c« = giudice; ecc.

m

/m/ come l’it. mano, mamma. Anche geminato in posizione iniziale: (cs) mmecchià = macchiare; (fs) mmasciàta = ambasciata, messaggio; (sc) mmannìbb« l« = assistente del muratore; ecc. Quando non raddoppia per assimilazione, l’unico nesso possibile di formazione è –mb: (sc) mbr« stà = imprestare; (fs) mbuzz« nìt« = impuzzolito, puzzolente; ecc.

n

/n/ come l’it. nano, nonno. In alcuni dial. anche geminato in posizione iniziale: (bn) nn« stà = innestare; (fs) nnaurazión« = inaugurazione; ecc. Se forma un nesso consonantico, la consonante alla quale si appoggia sarà invariabilmente sonora: (sc) pr« ng« péss« = principessa; (bn) p« ndón« = angolo di via; (cs) mengànd« = mancante; ecc.

gn

/­ / come l’it. gnomo, degno. In tutti i dial. molisani, come in it. è foneticamente geminato: (sc) gn« tt« chì [ ­ ­ « t t « " k i ] = spaventare, impaurire; (cs) megnà [ m e­ " ­ a ] = mangiare; (fs) s« gnuràm« [ s « ­ ­ u " r a m « ] = ceto dei signori; ecc.

l

/l/ come l’it. lima, anello. In alcuni dial. anche geminato in posizione iniziale: (bn) ll« mat« = lento, stanco per la fatica; (sc) lluffaràt« = fannullone, scansafatiche; ecc.

r

/r/ come l’it. rosa, carro. In alcuni dialetti anche geminato in posizione iniziale: (fs) rradunuó = radunare le cose sparse; (cs) rreuóglj« = involto; (sc) rrasciàt« [ r r a " S a t « ] (si noti che è uno dei pochi esempi nel santacrocese che ha scevro il suono [ S ] intervocalico quando non è seguito da /« /) = dicesi di orine e sim. che per essere rimaste a lungo in uno stesso posto producono un odore fetido; ecc.

gl+ i,e,j«

/´ / come l’it. glielo, figlio. In tutti i dial. molisani, come in it. è foneticamente geminato: (sc) gliét« [ ´ " ´ e t « ] = bietole; (cs) bb« ttiglj« [ b b « t " t i ´ ´ « ] = bottiglia; ecc.

Per quanto riguarda il vocalismo, i dialetti molisani sono ricchi di sfumature frequenziali (ci riferiamo a quelle fisiche misurate in hertz) che stabiliscono appunto l’impronta indelebile del parlante anche quando l’innatismo fonetico viene trasferito alla lingua nazionale. Non è in questa sede, tuttavia, che interessa l’analisi diacronica per determinare l’evoluzione vocalica. Studi seri sull’argomento esistono in quantità e qualità, e primo fra tutti il sempre ricordato classico di Röhlfs (1966). Qui ci preme indicare le approssimative macroarticolazioni attraverso alcuni segni di universale convenzione con i quali lo scrittore e il lettore possano trasmettere e ricevere con sicurezza uno stesso messaggio semantico e fonetico. Ci interessa, insomma, uniformare il criterio di scrittura dei nostri dialetti usando caratteri, fin dove sia possibile, della comune lingua nazionale per indicare i suoni vocalici (individuali o combinati attraverso iati e dittongazioni) così come arrivano all’udito senza ricorrere ad espedienti grafici che nella mente dell’inventore dovrebbero rappresentare tale o quale articolazione che solo lui, e i pochi parlanti del dialetto in istudio, saprebbero dire con precisione. Ad esempio, se la parola italiana padre trasferita al fossaltese suona più o meno puótr« , perché insistere con la scrittura påtre, o puåtre, per poi giustificare, come fa il buon Bagnoli, che si tratta di "suono turbato di -a, tendente ad -o"? Non è più logico indicare subito al lettore la pronuncia approssimativa della parola? Così, non guadagna in chiarezza il dialetto?
Su questa base, dunque, va detto che il sistema vocalico dei dialetti molisani da noi esaminati, è costituito da almeno otto vocali e una macrovariante, distribuiti nella seguente forma:

La differenza rispetto all’italiano è l’aggiunta di shwa /« /, un vocoide centrale medio indistinto, e perciò invariabilmente atono, di altissima ricorrenza perché nella maggior parte dei dialetti, in posizione finale, è il risultato del mutamento fonetico di tutte le vocali. Il suo valore fonematico è evidente. Nel santacrocese, per esempio, un’opposizione rilevante è costituita dalle coppie ll« ccà /ll« kká/ (leccare) ~ lluccà /llukká/ (gridare); nel bonefrano dalle coppie ch« lat« /k« lát« / (circa un chilo) ~ chelàt« /kE lát« / (calata); ecc.

La proposta di rappresentazione grafica nei nostri dialetti dei fonemi vocalici descritti è semplice:

i /i/ tonica come l’it. filo [ " f i l o] : (sc) gliuttì = inghiottire; (bn) ndricchj« = mesentere essiccato con un intingolo di peperoncino piccante, pezzettini di aglio e origano; ecc.

é /e/ tonica chiusa come l’it. sera [ " s e r a ] : (fs) c« vétta = civetta. Fig. donna vanitosa, frivola; (cs) r« pét« = ripetere; (sc) nzégn« = piccola quantità di qualcosa; ecc.

è /E / tonica aperta come l’it. vento [ " v E n t o ] : (bn) p« curèll« = pecorella; (cs) orchèS tr« = orchestra; (fs) ècch« = ecco; (sc) lènz« = striscia di stoffa e sim.; ecc.

e /e/ atona neutra come l’it. male [ " m a l e ] : (bn) nnescunnerèll« = nascondino. Gioco di bimbi; (cs) rachenèll« = specie di nacchere che si usano il venerdì santo in sostituzione delle campane; ecc.

« /« / sempre atona come l’ingl. nation [ " n e i S « n ] : (sc) p« S qu« ricchj« = pipistrello; (fs) jÏ ss« m« = eccomi; (bn) f« rr« ttin« = fermacapelli; (cs) p« nd« glius« = puntiglioso, caparbio; ecc.

a /a/ tonica o atona come l’it. casa [ " k a s a ] .

Ï variante di /a/ tonica. Tipico suono del fossaltese articolato tra la –a e la –e: vÏ spr« = vespro, pomeriggio; f« nÏ S tra = finestra; d« l« catamÏ nd« = delicatamente, con delicatezza; ecc.

ó /o/ tonica chiusa come l’it. nodo [ " n o d o ] : (bn) lambesción« = cipollaccio con fiocco della fam. delle gigliacee; (fs) oprazión« = operazione; ecc.

ò /O / tonica aperta come l’it. cosa [ " k O s a ] : (sc) fumògg« n« = scìa che lascia la coccinella sulle foglie e sui rami degli alberi; (cs) r« mbòrz« = rinforzo; ecc.

o /o/ atona neutra (assai rara) come l’it. popolare [ popo" lare] : (cs) portez« cchìn« = portamonete; (fs) motobb« c« clétta = motocicletta; ecc.

u /u/ tonica o atona come l’it. fumo [ " fu mo ] , lumaca [ lu" mak a] : (sc) luc« cappèll« = lucciola; (bn) pubbl« cheziùn« = pubblicazioni di matrimonio; ecc.

In quanto alle combinazioni vocaliche non interessa, in questa sede, teorizzare sulle loro metafonie e sulle dittongazioni dei dialetti molisani. Interessa proporre un sistema di scrittura che possa essere valido per qualunque area cosicché, più in là delle giustificazioni, ci si vuole limitare alle realtà sincroniche con lo scopo di avvicinarsi il più possibile alla rappresentazione grafica delle multiple varianti fonetiche.
Le dittongazioni più facilmente percettibili anche da un udito foneticamente poco educato sono le seguenti.

Con /i/ > [j]: [ja] = ia (sc: chiagn« ; fs: mb« S tialì; ecc); [je] = (bn: meiés« ; cs: p« liéj« = origano; ecc.); [jE ] = (sc: ciènd« ; cs: ppiènn« ; ecc.); [j« ] = j« (bn: j« letìn« ; sc. mastrìcchj« ; ecc.); [ji] = ji (cs. jitt« ch« ; fs: jinn« r« ; ecc.); [jo] = (bn: p« nzión« : sc: iónd« ; ecc.); [jO ] = (sc: hiòcch« ; bn: a iòcch« ; ecc.); [ju] iu (fs: chiuv« ; sc: hiumàr« ; ecc.).

Con /u/ > [ w ] : [ w a] = ua (bn: quatrerèll« ; fs: quóv« l« ; ecc.); [ w e] = (sc: quéll« ; bn: quéss« ecc.); [ w E ] = (sc: s« quèstr« ; cs: uèrr« ; ecc.);[ w e] = ue (cs: squeglià; fs: puesìa; ecc.); [w« ] = u« (sc: micqu« l« ; bn: spraqu« l« ; ecc.); [wi] = ui (sc: quill« ; bn: quin« c« ; ecc.); [wo] = (cs: puórch« ; fs: scutruó; ecc.); [wO ] = (sc: luòt« n« ; ecc.).

D’altra parte, quando si parla un dialetto, a volte anche un udito foneticamente poco educato percepisce rafforzate alcune consonanti iniziali di parole le quali, tuttavia, in contesti diversi non producono lo stesso fenomeno. Se per esempio nel santacrocese si pronuncia il sintagma cièrt« vòt« = alcune volte, il sostantivo vòt« in tale contesto ha la consonante iniziale –v scevra [ v] . Se invece si dice cacch« vòt« = qualche volta, si nota immediatamente il rafforzamento di –v [ v] ([ " k a k k « ¥ v " v O t « ] ) tanto che chi cerca di scrivere in dialetto tende a rappresentare nella grafia la geminata iniziale. Raffaele Capriglione, difatti, nei suoi testi in vernacolo scrive ripetutamente cacche vvòte.
Il fenomeno è conosciuto in fonetica con il nome di "rafforzamento sintattico" e si produce sempre quando alcuni monosillabi come p« = per; k« = che, che cosa, con; e = e, a; s« = se; n« = non; = sono; = è; = là, lì; qua = qua; cchiù = più; o bisillabi ellà = là, lì; ecchiù = più, cacch« = qualche; e persino il trisillabo eccuscì = così, si appoggiano procliticamente alla consonante iniziale della parola che segue e la rafforzano foneticamente. Ad eccezione di quando detta consonante forma nesso con un’altra non liquida (l, r). Esempi:

(sc) cchiù dic« bbuscìj« , cchiù nd« créd« n« sciun« [ kkju¥ d" ditS « ¥ bbu" S ij« /kkju ¥ nd« ¥ " kred« ¥ n« " S un« ] = più dici bugie, più non ti crede nessuno.

(si noti nella trascrizione fonetica il rafforzamento della consonante –d del verbo dic« dopo cchiù, ma non della –n di nd« , perché ad essa segue una consonante non liquida.)

(fs) accàtta a culm« e vénn« a ras« r« [ a k " k a t t a a k " k u l m « \ e v " v e n n « a r " r a s « r « ] = compra a colmo e vende a raso.

(si noti anche qui nella trascrizione come rafforzano le consonanti iniziali di culm« , vénn« e ras« r« per effetto dei monosillabi a ed e).
Come si sarà osservato, nel tipo di scrittura da noi proposta omettiamo la doppia consonante che è conseguenza del rafforzamento sintattico. In effetti, il parlante produce con assoluto automatismo il fenomeno perché esso è proprio di tutte le lingue. In italiano, per esempio, tutti direbbero:

ti ho detto più volte che sei un seccante [tj O d " d e t t o p j u v " vO l t e \ k e s " s E j u n s e k " k a n t e ],

raddoppierebbero cioè foneticamente la –d di detto, la –v di volte e la –s di sei per l’effetto dei monosillabi ho, più e che.
Finalmente, si propone l’uso dell’apostrofo oltre che con gli articoli ed aggettivi quando lo richiedono (sc: l’an« màl« , quill’òm« , ecc.; fs: l’alb« r« , n’ucchièt« , ecc.) anche nei casi di cacofonie o per fare più spedite le linee melodiche dei sintagmi e delle frasi. Cosí, per esempio, invece di scrivere (sc): à dat« a mamm« tutt« i sòl« t« ch« z’à uadagnàt« (= ha dato alla mamma tutti i soldi che ha guadagnato), potrebbe essere meglio in questa forma: à dàt’a mamm« tùtt’i sòl« t« ch« z’à uadagnàt« .
Non si richiederà invece nelle forme apocopate: (sc) ngin« = uncino o rraiàr« z« = arrabbiarsi; (fs) mbagliè = impagliare; (cs) nz« ngà = insegnare, mostrare o vv« c«= avvicinare; (bn) nzaletér« = insalatiera; ecc.
L’accento, poi, si scriverà su tutte le parole polisillabiche sempre e quando almeno due sillabe siano costituite da vocali diverse dalla shwa /« /. Avremo così:

(fs) c« nguandacìngh« ; hiuhhiatùr« ; tavulàcc« ; frabb« catór« ; ecc.
(sc) calavrusèll« ; scazz« llùs« ; mbranz« sàt« ; vrugn« lùs« ; ecc.
(bn) mmolafróv« c« ; tabb« llìn« ; sambugnàr« ; f« rrerìj« ; ecc.
(cs) frac« tùm« , sf« tetùr« , tascheppàn« , sard« llìn« , ecc.

invece:

(fs) c« ndrin« ; p« nnacchj« ; mb« nzir« ; p« ll« cciarz« ; ecc.
(sc) p« Squ« ricchj« ; spingu« l« ; ng« r« sist« ; v« rm« nar« ; ecc.
(bn) nnanz« ; j« niS ch« ; cingu« l« ; pung« ch« ; ecc.
(cs) nz« nzibb« l« , s« rraglj« , r« ss« r« nar« z« , n« ttat« , ecc.

Quando, come in quest’ultimo caso, la unica sillaba è costituita da vocale diversa da shwa, l’accento si scriverà sempre se la vocale è /e/ o /o/ per determinarne il grado d’apertura, come pure se la parola è tronca. Esempi:

(fs) iès« n« , v« gnét« , p« rdón« , puótr« , c« m« ndà, p« S tiè, ecc.
(sc) chéngh« , ng« nètt« , ch« ttór« , r« còtt« , ng« gnà, bb«, ecc.
(bn) quéss« , pètt« n« , a ngòtt« , ngór« , sv« nd« lià, mm«, ecc.
(cs) m« s« riéll« , r« S tócc« , p« rruòzz« l« , m« S trà, l« s« ngà, frachessà,ecc.

Finalmente, non si potrà trascurare l’accento diacritico nei casi di ambiguità semantica. Esempi del (sc):

a = art. f. la, ma à = v. di 2 e 3 pers. sing. usato anche impers., deve, bisogna; c’a = che la, ma c’à = che ha(i), cosa ha(i); n’a = pron. neg. non la, ma n’à = non ha; i = pron. pers. compl. = gli, ma ì = inf. v. andare / v. avere, come aus. di 1 pers. nella formazione del p. pross. / pron. person. 1 pers. sing.: io; ecc.

Ecco, ora, a mo’ di esempio, come si dovrebbero trascrivere, seguendo il metodo suggerito, due poesie di autori fra i massimi rappresentanti della poesia vernacolare: Raffaele Capriglione ed Eugenio Cirese.

Primo esempio: Un cliente illustre

Na nòtt« "tupp« tu!..." sènd’u p« rtón« .
"Nè! Chi vò èss« ?. Ì lèst« zómb’u liètt« ,
m« nzacch« mièz« tuòrt’u cav« zón« ,
m« métt’i scarp« sènza cav« zétt«
e scurdj« córr« , e ràp’u bbal« cón« .
"Chìja iè?". "Sòngh’ì". "Chìja sciè?" "Sòngh« Mbullétt« ".
"E mbè, ch« bbuò?" "À da m« nì nu ccón«
nzìn’a cas« , ca Lucìj« ellà r« iètt« ;
i dòl« nguòrp« e i vèn’u sb« n« mènd« .
Facét« lèst« ". "Mó spiètt« ". E u cappièll«
m« ndórz« ngap« , e dénd« e nu mumènd«
vaglj« e fa u salvatàgg« e lu vascièll« ...
* * *
E u iuòrn« epprièss« può p« paamènd«
m« mmann« e r« ialà... nu turc« nièll« .

Raffaele Capriglione

(Una notte sento bussare al portone. "Chi sarà?" [ -mi chiedo] . Salto dal letto, m’infilo alla meglio i pantaloni, mi metto le scarpe senza calze e nell’oscurità corro ad aprire il balcone. "Chi è?" [ -chiedo] . "Sono io" [ -mi rispondono]. "Chi sei?". "Sono Giuseppe Polletta". "Cosa vuoi?". "Devi venire a casa perché Lucia (la moglie) vomita, le fa male lo stomaco e si sente debole. Per piacere fa presto". "Aspetta un attimo". M’infilo il cappello in testa e immediatamente m’avvio a fare il salvataggio... Il giorno dopo per pagamento, mi manda a regalare... un torcinello [involtino arrosto preparato con budella d’agnello e pezzetti di fegatino]. (Il personaggio era macellaio e perciò fabbricante di "torcinelli". Ma qui, come si potrà capire, il termine è usato in senso ambiguo...).

Secondo esempio: La rusélla

Iè nàta na rusélla a lu ciardìn«
tra mièz« a l« ggiacìnd« e gg« lsumìn« .
Lu chiand« d« chist’uòcchj« l’à bbagnàta,
la làmba d« S tu còr« l’à scallàta.
Nnascùs« tra l« fòglj« sta nu spèn« :
la fòrza d« l’amór« sò l« pén« .
S« sciè curaggiósa
viè a còglj« la ròsa
quand« màmma ng« sta.
Ànna p« l’addurà.
L’addór« ch«
iè tutt« p« té.

Eugenio Cirese

(La rosella. E’ nata una rosella nel giardino, in mezzo ai giacinti e gelsomini. Il pianto di codesti occhi l’ha bagnata, la fiamma di questo cuore l’ha scaldata. Nascosto tra le foglie sta uno spino: la forza dell’amore sono le pene. Se sei coraggiosa vieni a cogliere la rosa quando mamma non c’è. Vieni per odorarla. L’odore che ha è tutto per te [ Versione in prosa di A.M.Cirese] ). La poesia è stata trascritta rispettando alla lettera la registrazione trasmessami dal caro amico Nino Bagnoli, il quale ha voluto precisare che l’ha letta "così com’ è scritta, rispettando la scelta fatta dal Poeta di esprimersi in un dialetto molisano universale, cioè non legato a nessuno dei tanti nostri dialetti reali. Se fosse stata scritta in dialetto fossaltese, qualche parola sarebbe risultata diversa".

Così, tanto per dimostrare che il metodo può funzionare con altri dialetti molisani oltre a quelli analizzati per formulare la proposta, riprendiamo un brano della leggenda "La principessa e il serpente" che è servito di base a Rita Frattolillo (1997) per la descrizione comparata delle parlate molisane. Il testo che si riporta qui di seguito è stato tradotto nel dialetto campobassano e registrato da Maria Pia Sandomenico, una delle tante informatrici che hanno collaborato alla realizzazione dell’opera della Frattolillo.

"C« S tév« na vót« nu marìt« e na mugliér« ch« t« név« n« na iumènda e na càna. Succ« dètt« ca la fémm« na, la càna e la iumènda S tév« n« ingìnd« e parturènn« (z« sgravànn« ) tùtt’e tré. La iumènda facètt« ddu cavàll« , la càna ddu cacciunièll« e la fémm« n« ddu uagliùn« . Passàtt« u tièmb« e l« uagliùn« cr« scév« n« par« a pàr« ch« l’an« màl« . Un« d« l« ddu figlj« , quand« t« nètt« vind’ànn« , z« n« vulètt« ì da la cas« e r« cètt« : ‘mamm« , rét« m« la bbenedizzión«S tr« , p« cché ì m« n« vòglj« ì’. Z« p« gliatt« la iumènda e ddu canùcc« e z« m« ttétt« in camìn« "...

(C’era(no) una volta un marito e una moglie che tenevano una cavalla e una cagna. Successe che la signora, la cagna e la cavalla erano gravide e partorirono tutte e tre. La cavalla fece due cavalli, la cagna due cagnolini e la signora due figli. Passò il tempo e i bambini crescevano di pari passo con gli animali. Uno dei figli, quando aveva venti anni, decise di andar via di casa e disse: "Mamma, datemi la vostra benedizione, ché me ne voglio andare". Si prese una cavalla e due cani e si mise in cammino... [Da: La Principessa e il serpente]).

Bibliografia

Bagnoli, N. (1990), Ipotesi di lessico fossaltese, Edizioni Samnium, Campobasso

Castelli, M. (1992), Antologia poetica di Raffaele Capriglione, Editor THR, Seconda Edizione, Caracas

Castelli, M. (1999), Il lessico santacrocese (dialetto molisano), Edizioni Enne, Seconda Edizione, Campobasso

Cirese, E. (1997), Oggi Domani Ieri. Tutte le poesie in molisano, le musiche e altri scritti (a cura di A.M. Cirese), Marinelli editore, Isernia

Colabella, M. (1993), Dizionario Illustrato Bonefrano-Italiano, L’Universita della terra di Venifro (VI), Amodeo Milano

Frattolillo, R. (1997), Descrizione comparata delle parlate molisane, Editrice Lampo, Campobasso

Vincelli, A. (1991), Vocabolario ragionato del dialetto di Casacalenda, Edizioni Enne, Campobasso


Michele Castelli
Universidad Central de Venezuela
Caracas

castelli@cantv.net

 

 



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